IL MILAN VEDE IL TRICOLORE

Il Milan di Stefano Pioli non si ferma più, vince come una schiacciasassi e si avvicina a grandi passi ad uno storico per quanto insperato tricolore.

1. UNO SCUDETTO INATTESO

Il Milan veleggia verso uno storico scudetto. Storico perché sognato ma non fino in fondo programmato. Storico perché verrebbe vinto da non favoriti, nemmeno in prima fila accanto alla macchina in pole position, sicuramente la prima della seconda fila.

2. DAVIDE CALABRIA: IL CAPITANO

Il Milan ha trovato il suo Omero stagionale, che cantasse le sue gesta e accalcasse quanta più attenzione possibile intorno alla causa rossonera, nel cantore Rafael Leao.

Le muse ispiratrici del racconto, tessuto in vesti tricolore dall’ala porteghese, sono interpretate dall’anima del Diavolo, tutta italiana, un po’ dirigenziale e un po’ di campo.

Il talento di Leao è stato aspettato alla pari di capitan Calabria. Presente quando in salute. E la cattiveria con cui gioca sopperendo a limiti fisici e tecnici fa impallidire il ricordo che il popolo calcistico italiano aveva di lui. Ossia di un terzino completamente in confusione e spaventato da un severo San Siro pre-Covid.

3. IL NUOVO DE ROSSI: SANDRO TONALI

Al suo fianco, nonostante la giovanissima età, Alessandro Tonali. Rossonero di fede anche se cresciuto in quel di Brescia. Lui si ispira a Gattuso ma alle dipendenze delle rondini di Cellino è un regista di grande temperamento atletico e caratteriale.

Il Milan lo acquista con prestito e riscatto. Sbarca a Milanello e per un anno sembra travolto da un’emozione troppo grande da gestire. Alla fine la dirigenza milanista non si fa impressionare dalle prestazioni spaurite, punta tutto sull’impegno e la diligenza dimostrata dal ragazzo, sulla sua indiscutibile appartenenza.

Lo riscatta; e appena la transazione va a buon fine, Tonali cambia, cambia tutto del suo gioco, descrivendo lui stesso a suon di prestazioni il suo ruolo. Calciatore che ricorda terribilmente il primo Daniele De Rossi. Di spada e di fioretto.

Davanti alla difesa ma anche inserimenti, meno fisici del Daniele romanista ma più carsici (e insidiosi) da mezz’ala alla Perrotta che non è. E sotterraneo è rispuntato fuori dall’erba, quando lo scudetto andava decidendosi, segnando un paio di gol che molti amatori della sfera in cuoio avrebbero voluto segnare mentre piedi e passioni impazzavano come ormoni durante l’infanzia e l’adolescenza.

4. GLI ARCHITETTI: ZVONIMIR BOBAN

E se Calabria ora dà il tono, il là all’orchestra, mentre Tonali esplode i do di petto rifinendo il lavoro di lotta dei compagni e le stesure musicali del direttore Leao, chi quel componimento lo ha buttato giù su carta tra notti insonni e ricordi nostalgici siede dietro una scrivania: fa di nome Paolo e di cognome Maldini.

Da calciatore, da bandiera dello stesso Milan, ha vinto tutto pur definendosi durante il periodo pandemico, interpellato in una live Instagram di Bobo Vieri, il più grande perdente di tutti i tempi. Lui al Milan è stato richiamato senza alcuna esperienza dirigenziale da un croato.

Un calciatore croato che vedeva la vita in modo sostanzialmente diverso da una persona normale. Pertanto, la sua visione di calcio non poteva che essere esagetaratamente sensibile e quindi solitaria, incompresa. Questo croato si chiama Zvonimir Boban e con Paolo qualcosa in campo, con indosso la maglia rossonera, ha vinto. E’ lui che ha architettato un Milan in odore di scudetto.

Poi ha ringraziato tutti e se n’è andato con la stessa calma e consapevolezza, me lo immagino, in forza delle quali attraversava l’Europa in macchina da Milano negli uffici Sky a Nyon negli uffici Uefa e infine Zagabria presso casa sua ascoltando la divina commedia di Dante. Chissà se recitata da Gassman… noi in Italia l’abbiamo amata con quella voce lì.

5. GLI ARCHITETTI: PAOLO MALDINI

Boban è andato via, ha lasciato due o tre legati.

Maldini, come ai tempi dell’esordio in maglia Milan sotto la guida di Liedholm, rimasto lì precoce a dover nuotare o affogare senza alcun insegnamento se non quello di giocare da predestinato qual è, ha composto una meravigliosa melodia diventando in un amen il più apprezzato dirigente sportivo italiano per aplomb e lungimiranza.

Si perché quei legati balcanici, lui li hai tenuti a sé stretti: si è fidato di quel gruppo che prima della pandemia sembrava fosse buono per l’attuale Conference League e lo ha trasformato, assumendo Ibrahimovic, in una sporca dozzina.

Quant’è vero che gli attacchi vendono i biglietti e si prendono i titoli dei giornali, mentre le difese vincono i trofei. E Paolo di quelle difese è stato il più grande interprete della storia del calcio. In giacca e cravatta ha solo continuato un percorso già tracciato.

Massimo Scotto di Santolo

NAPOLI-SASSUOLO 6-1: OCCASIONE PERSA

Il Napoli batte il Sassuolo nel silenzio di uno Stadio Diego Armando Maradona. La goleada contro i neroverdi dimostra che avevano ragione i tifosi. La squadra poteva vincere lo scudetto ma non ne era convinta abbastanza.

1. UNA CHAMPIONS GUADAGNATA O UNO SCUDETTO PERSO?

Vittoria dal retrogusto amaro. Stagione dal sapore particolare: il Napoli non era la squadra più forte ma i suoi valori non sono apparsi nemmeno così distanti dalle squadre favorite. L’Inter e la Juventus per lignaggio e profondità di rosa; il Milan per dedizione e continuità di gioco.

Gli azzurri lo scudetto potevano vincerlo. Fattore psicologico determinante in negativo? Può darsi. Sta di fatto che l’allenatore più vicino a vincerlo, Sarri, lavorava in modo maniacale su gambe, gioco e testa dei calciatori.

Castelvolturno era un bunker, anche abbastanza blindato, e poco prodigo verso l’esterno. Una caserma.

2. IL PIGLIO DI SPALLETTI

Gli allenatori in grado di avere questo appiglio sono pochi.

Tra questi non rientra Spalletti che in conferenza stampa di presentazione dichiarò di non dover motivare nessun giocatore, perché il calciatore è un professionista e quando indossa certe maglie deve sapersi motivare da solo.

Legittimo crederla così, sia chiaro! Tuttavia, per questo, le società cercano di allestire una squadra dirigenziale che abbia la funzione di evitare cali di concentrazione o prestazioni timorose. Ma anche in quel caso bisogna saper scegliere.

Non basta prendere una vecchia gloria o un dirigente qualsiasi per risolvere il problema. Non tutti sono Marotta, per fortuna, o Maldini, purtroppo.

3. LA RICONFERMA DI SPALLETTI

Spalletti, perciò, merita di essere confermato, anche solo per aver raggiunto l’obiettivo agognato dalla società, ossia la Champions League.

Va però assecondato sul mercato e pungolato maggiormente dalla stampa: perché da Venezia – Napoli 0-2 in poi mica si è capito come volesse giocare e sfruttare Osimhen. O meglio come volesse far giocare il Napoli.

È stata una stagione da due facce: alcune partite giocate alla stregua della prima Roma di Luciano, quelle di Totti falso nove contornato da Perrotta, Taddei e Mancini; altre alla stregua del Napoli di Edy Reja ma senza la cattiveria adeguata.

Chissà… qual è allora l’identità con cui Spalletti vuole giocare al pallone? Fare dell’aggressione episodica alla seconda palla, abbandonata da Osimhen tra le linee di difesa e centrocampo, un must oppure mostrare al #DAM lo scintillante palleggio d’inizio stagione o di Gennaio o ancora della partita interna contro la Lazio, di oggi pomeriggio o del primo tempo contro il Sassuolo ma al Mapei Stadium?

4. LE DUE SOLUZIONI

Nel primo caso, occorre rendere centrale il centravanti nigeriano e non cederlo davanti alle offerte mirabolanti e forse ridisegnare la squadra sotto una stesura più “contiana”.

Nel secondo caso, allora, si può anche pensare di rinunciare a Victor, principe del Wakanda, per ricercare qualcosa che questa squadra già conosce il possesso palla… a costo di morire nella bellezza.

In entrambi i casi, a prescindere dal risultato stagionale, l’uomo in foto si è guadagnato a suon di gol la probabile riconferma. Uno dei pochi per comprensione del calcio a poter star bene in entrambe le strade tecniche da intraprendere. Va per i 36 e ormai i suoi contratti, quelli di Dries Ciro Mertens, sono annuali.

5. SPALLETTI VS MERTENS

Spalletti nel dubbio se rimpiangere le troppe panchine a cui lo ha costretto ha scelto di polemizzare ai microfoni Dazn circa le dichiarazioni del belga nell’immediato post partita.

Quest’ultimo ha derubricato la stagione in una grossa delusione. Si poteva vincere, secondo lui ma anche secondo Giovanni Di Lorenzo. Il mister ha in mano lo spogliatoio e i suoi pensieri? Ne asseconda prospettive ed auspici? Si profila un nuovo Totti e Icardi bis? Se la tensione esalta Spalletti, perché no? L’anno in cui fu definito “piccolo uomo” da Ilary Blasi ne mise a referto 87 di punti.

6. ALTRO INTERROGATIVO

Altro grande interrogativo è il seguente: se una volta formata una squadra (sul fatto che sarà forte pochi dubbi) omogenea, si potrà finalmente puntare al tricolore o quantomeno costringere la Federazione ad intervenire con arbitraggi chirurgici per tagliare agli azzurri le gambe?

Spero che Di Lorenzo e Mertens diano seguito alle proprie parole e non dimostrino sul campo le ragioni di Spalletti: meglio festeggiare la Champions che è andata di lusso.

Quest’anno, infatti, la squadra ha tolto al tifoso napoletano anche l’atavico vittimismo, visto che rispetto al recente passato non sono stati necessari nemmeno gli arbitraggi sfavorevoli e contrari per fermare il cammino partenopeo!

Questa qualificazione Champions non lascia nulla da festeggiare e nulla per cui piangere. Per una volta è veramente una Napoli che pensa “al di là del risultato”.

Massimo Scotto di Santolo

CIAO PINO WILSON!

E’ morto Giuseppe Wilson, storico capitano della Lazio scudettata di Maestrelli e bandiera mai ammainata del club biancoceleste. Se ne va il leader di una banda calcistica che ha messo paura all’Italia tutta.

1. VIA DEL CAMPO

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.

Così, durante gli anni del boom economico italiano, De André ricordò ai suoi ascoltatori come la poesia potesse ritrovarsi anche lì dove parebbe esserci solo miseria. Beh, la storia di Giuseppe Wilson, detto Pino, nasce e si sublima in un contesto tutt’altro che adamantino, benché indomabile sia stato il suo carattere e il suo modo di stare al mondo.

Durezza e larghezza delle spalle, petto in fuori, che lo hanno contraddistinto nella sua vita da calciatore ma che non hanno mai intaccato una certa eleganza nel maneggiare la sfera e nell’interpretare i movimenti difensivi. Pino è stato un figlio della seconda guerra mondiale e della Napoli bellica, capace rispetto a tutte le altre città italiane di segnare differenza su come trattare gli invasori e i liberatori.

La città partenopea ha concupito i secondi, masticandoli, mantenendo in bocca il sapore del nuovo mondo o dell’uggiosità britannica ruminata ma una volta andati via, i liberatori, sputati via dal buco di un Vulcano che li aveva accolti senza minacce… come se dal mare che bagna le sponde non fosse giunta alcuna nave né da Ovest né dal Nord.

2. PINO CALCIATORE: GLI INIZI ALL’INTERNAPOLI

Mentre Napoli informava chi arrivava che la città era già stata liberata dall’invasore, alle truppe alleate venivano offerti soltanto amori e occasioni. Pino, infatti, nasce a Napoli da mamma Napoletana e papà inglese di stanza sotto al Vesuvio.

Sceglie la carriera di calciatore che trova rampa di lancio nella seconda squadra di Napoli. Agli appassionati del calcio provinciale non suonerà sconosciuto il titolo “Internapoli”. Gloriosa seconda squadra a difesa delle mura azzurre, domiciliata presso lo Stadio Collana sito nel quartiere collinare del Vomero.

3. L’INCONTRO CON CHINAGLIA

Sede che la Ssc Napoli lasciò in omaggio all’Internapoli dopo la costruzione del San Paolo, oggi Maradona #DAM. Wilson, dunque, si ritrova in C in una società all’epoca di categoria in compagnia di un attaccante lungo e largo. Anch’egli italiano: lo chiamano Giorgio e di cognome fa Chinaglia ma il suo soprannome è Long John per quelle caratteristiche fisiche così verticali.

Figlio di una Italia emigrante anche nell’immediato dopoguerra, dopo una parte dell’infanzia vissuta con i nonni in Toscana, Giorgio raggiunge i genitori a Cardiff dove diventa calciatore, rugbista e cameriere del ristorante che il padre ha aperto dopo aver sudato nelle miniere gallesi.

Wilson e Chinaglia, un terzino tecnicamente dotato e un attaccante tanto potente quanto sgraziato. In C sanno mettersi in mostra sui tranquilli fianchi di un quartiere residenziale napoletano. Giovani e rampanti si guadagnano entrambi la chiamata di un’aquila ferita, la Lazio.

4. LA LAZIO DI MAESTRELLI

Gloriosa società, quest’ultima, nel frattempo finita in B e impegnata a progettare la risalita seguendo la pacata guida di un tecnico gentiluomo quale Tommaso Maestrelli.

Quest’ultimo costruì una squadra tecnicamente dotata, fisica e spigolosa, in grado di arrivare seconda nel campionato cadetto, raggiungere comunque la promozione e in un amen giocarsi nei due anni successivi di A gli scudetti contro Juventus, Inter etc.

Il secondo anno di serie A fu quello buono: con Wilson in difesa e Chinaglia in attacco, oltre ad altri indimenticati eroi, a Roma si festeggia il primo tricolore biancoceleste.

5. UNO SPOGLIATOIO IN SUBBUGLIO

Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori

La guerra e le sue trame nefaste avevano dato vita a Pino. Un’altra guerra, che in realtà andava di scena ogni santo allenamento, aveva regalato lo scudetto alla Lazio.

Infatti, la vittoria della Lazio e di Wilson e Chinaglia tutto fu tranne che una favola con il lieto fine.

Pino e Giorgio, i due figli del mondo infiammato dagli strascichi della guerra, entro quel team capeggiato da mister Maestrelli avevano creato una vera e propria fazione atta a combattere e intimidire un’altra avversaria… la quale aveva una sola controindicazione: indossava la loro stessa divisa sociale ed era guidata da Martini, uno degli artefici della risalita dalla B alla A insieme a Wilson, e da un’altra anima che il calcio ha lasciato alla memoria dell’Italia di piombo, ossia l’instancabile mediano Re Cecconi ucciso da un colpo di pistola perché creduto erroneamente ladro da un gioielliere suo amico.

E le pistole erano le cose più ricorrenti nei ritiri della Lazio di Maestrelli, oltre al pallone s’intende. Schemi, scazzottate e poligoni: Wilson vincerà uno scudetto da capitano di una squadra dilaniata da battaglie intestine, da orgogli indomiti e cuori giganti.

6. L’IMPROVVISA FINE DELLA GIOVENTU’

Una volta raggiunto l’apice, con l’Italia del calcio ai piedi di una banda rassomigliante quella sporca dozzina, Wilson che aveva raggiunto la sua fortuna vide sparire tutto in un attimo.

Il sordo rumore di una sliding doors che toglie sorrisi e ricchezze svuotando una vita in ascesa. Maestrelli ricevette una diagnosi terribile: un tumore che gli avrebbe lasciato pochi mesi di vita. E una squadra ancora in grado di dare tanto si spense d’un tratto. In due anni dal tetto d’Italia ai bassifondi della classifica.

Una cura sperimentale allungò la vita ancora per poco a Maestrelli, giusto il tempo per salvare la Lazio e lanciare Bruno Giordano che a Napoli, da dove Pino partì per vincere il primo storico scudetto biancoceleste, arrivò per firmare con gol e assist un altro primo storico scudetto… quello azzurro del Ciuccio.

7. CIAO PINO

Oggi Pino ha lasciato questo mondo ma soltanto per ricostruire con i suoi migliori nemici la banda che terremotò l’Italia del pallone.

Mio nonno, nel raccontarmi dell’Internapoli e della Lazio dello scudetto, aveva ragione a dirmi che non sarei mai stato più figlio unico. Ormai mi ero convinto anche io che Wilson e Chinaglia sarebbero potuti passare all’Internapoli o, perché no, anche al Frosinone.

Massimo Scotto di Santolo