Udinese – Napoli 0-4: Spalletti e il compromesso storico

Il Napoli brillante, ammirato ad Udine, è frutto di una ricomposizione tattica ed emotiva cesellata da Luciano Spalletti. Il tecnico di Certaldo ha unito la fluidità del gioco ancelottiano ad una identità dogmatica sarrista. Ha mantenuto intatti gli spunti positivi di Gattuso e scartato quelli infondati. Nell’eterna lotta tra i presidenzialisti e gli anti aziendalisti ha pacificato le due fazioni stando dalla parte del pubblico in qualità di uomo della società, alla quale ha saputo prestare carezze e schiaffi con parsimoniosa misura ed intensità. Il risultato è un Napoli consapevole delle proprie forze come mai da tre anni e perfetto, fino ad ora, nel suo cammino. La bellezza di tale perfezione consiste, infatti, proprio nell’aver vinto nonostante i difetti e nel voler vivere senza paura della morte.

1. Il lungo inverno

Ora la creatura di Luciano Spalletti, il Napoli stagione ’21/’22, danza sulla bocca di tutti. Stupefacente la vittoria sul campo della gagliarda Udinese ancora imbattuta in questo inizio di campionato. Attacco azzurro mortifero, gestione della partita encomiabile, difesa impenetrabile. Pur tuttavia, questo Napoli è il risultato di un cammino lungo di cui Spalletti sta raccogliendo i frutti.

All’indomani della fine del sarrismo, tre anni è durato il progetto di rinnovamento. E’ che questo percorso fosse giunto a compimento si era capito già nel girone di ritorno della stagione precedente, quando cioè il Napoli collezionò 43 punti. Si stava chiudendo un cerchio che vide l’ultimo Napoli sopra i 40 punti in un singolo girone di campionato, quello dei primi sei mesi di Ancelotti. Ed era ancora un Napoli profondamente sarriano. Il trend già prima dell’arrivo di Spalletti era in silenziosa e crescente ascesa.

2. I meriti temporanei di Spalletti

Spalletti ha avuto allora il merito di sembrare far brillare una bomba inesplosa. Ha conservato il 4231, imposto come nuovo schema da Ancelotti e ripreso riottosamente anche da Gattuso, ma inserendo varianti a seconda dell’avversario: il Napoli sa interpretare anche il 433 (applicato soprattutto in fase difensiva) e il 3421 (applicato soprattutto in fase offensiva). L’impostazione da dietro alterna, in base al pressing avversario, una linea di difesa a 4 più un solo centrocampista in appoggio ai difensori (4+1, utilizzato proprio ieri ad Udine) o una linea di difesa a 3 più due centrocampisti in appoggio (3+2, utilizzato ad es. contro il Leicester).

Il vero capolavoro “spallettiano” però consiste nell’aver cancellato quelle due categorie che albergavano nell’anima della città: i difensori e gli oppositori di De Laurentiis. Con i secondi ad incensare tutti i professionisti che hanno assunto ruolo contrappositivo alla società nella figura del Presidente. Amatissimi per questo motivo prima Sarri e poi Gattuso. Odiato Ancelotti per qualche esternazione aziendalista di troppo. Intanto spariva il campo dietro pessimismi cosmici dettati da faide intestine al tifo napoletano.

Ora, grazie a Spalletti, pare esista solo il Napoli e le sue prestazioni sul campo. Bisognerà testare più avanti, quando arriverà la bufera, se questo centrismo socialista non verrà rinnegato alla ricerca di scorciatoie: attaccare i calciatori per solleticare lo spirito di chi non crede nella professionalità di un gruppo che ha tradito in passato dirigenza, allenatori e tifosi oppure attaccare la società per non aver rinforzato a dovere la rosa.

3. Udinese – Napoli

Nel frattempo, gli azzurri vincono e convincono. E’ difficile riscontrare difetti nella prestazione andata di scena alla Dacia Arena, casa dei fruliani, a parte i primi 5′ di partenza lenta che pur Il Napoli si è concesso. Poi progressivamente ha sciolto i muscoli e dato sfoggio di sé.

L’idea di Spalletti, per venire facilmente a capo dell’enigma difensivo del tecnico avversario Gotti, consisteva nel disporre la linea a quattro di difesa allo scopo di attrarre sui terzini le due mezz’ali del centrocampo a 3 dell’Udinese. Sovente ha avuto effetto la trappola. E spesso, quindi, i partenopei hanno maturato superiorità in mezzo al campo ma soprattutto isolato i due esterni di attacco contro i quinti della difesa a 5 dell’Udinese.

Ed è li che Gotti voleva vincere la partita e invece l’ha persa. Contromovimento d’Insigne che finge di andare incontro a Mario Rui per poi attaccare la profondità. Il portoghese recapita pallone puntuale per il destro d’Insigne, il quale sfodera pallonetto di enorme precisione che consente ad Osimhen di spingere a porta vuota in rete il pallone dello 0-1.

4. La gestione da squadra finalmente ritrovata grande

Il vantaggio consente al Napoli di aspettare un’Udinese non propriamente abituata a fare la partita. Udinese, peraltro, spaventata dallo spazio alle spalle della propria difesa che Osimhen ha imparato ad attaccare con “discreta” cattiveria. Non a caso i bianconeri perdono completamente il filo del discorso. In questa assenza mentale, il Napoli con sconosciuto cinismo piazza due gol su schemi da calcio da fermo, mandando in rete i due difensori centrali (Rrahmani e Koulibaly).

Ritorna il compromesso storico. Non può essere un caso che dopo tre anni dall’addio di Sarri tornano schemi e geometrie in concomitanza con il rientro di Calzona. Calzona, detto Ciccio, storico vice di Sarri. Molto poco glamour per Londra, Torino e Roma ha portato conoscenze dentro lo staff di Spalletti dopo la pessima esperienza a Cagliari sotto la guida di Di Francesco.

4. Quali differenze con il Napoli del passato?

E però Spalletti è tecnico in grado di affrancarsi da copie carbone ed etichette. Lozano non lo snatura ma se c’è bisogno gioca a sinistra, dove il messicano non gradisce giocare. Hirving segna il quarto gol ed è bellissimo. Così come il Napoli di Spalletti, quasi quanto quello di Sarri ma non per le varianti che per ora ha mostrato.

Questo merito anche di Giuntoli, al cui lavoro il riconoscimento lo fornisce Gotti. Ad oggi, il tecnico dell’Udinese dichiara, è impossibile scegliere come affrontare il Napoli. Ha caratteristiche per le quali sia la difesa bassa che quella alta rappresentano in presenza di Osimhen enigmi decifrabili per la compagine azzurra. Mertens, da questo punto di vista, concedeva più scelta agli avversari sarristi su come preparare la partita. Eppure lo spunto muscolare del belga, all’epoca ancora esplosivo, ha rabberciato tante potenziali lacune.

Quindi, Spalletti pare voglia fondare un Napoli sarrista nel cuore ma ancelottiano nella mente. E con Carlo condivide il feticismo per la fisicità, in virtù della quale è stato assunto il per ora dominante Anguissa; per le varianti tattiche di cui si è detto e per Fabian possibile regista.

5. Spalletti e il compromesso storico

Gattuso aveva raccontato che lo spagnolo davanti alla difesa non poteva giocarci. Ci fu un tripudio generale su quest’affermazione, visto che il maldestro Ancelotti lì insieme ad Allan lo proponeva tra il brusio borbottante di una platea scontenta. Spalletti inizialmente si è fidato di tale convinzione e con Lobotka faceva scivolare Ruiz tra terzino e ala destra. Poi l’infortunio dello slovacco ha aperto le porte della sperimentazione. E Luciano ha compreso che con organizzazione e compagni complementari anche Fabian può dettare tempi e coperture davanti ai due centrali di difesa.

Mentre Spalletti ha ritenuto intoccabile l’intuizione di Gattuso nello schierare Zielinski trequartista. Visione sfuggita sia a Sarri che ad Ancelotti. Eppure non ha svilito, come fatto da Rino, il ruolo di Elmas a ragazzo della primavera aggregato alla prima squadra. E nemmeno confermato la maldicenza, rispetto alla precedente gestione tecnica, che Lobotka non fosse abbastanza professionale e forte per giocare in serie A.

Sembra la sfortunata epopea del compromesso storico teorizzato da Moro e Berlinguer: l’idea di creare, attraverso una posizione temperata, un accordo nell’interesse di tutti. I due leader politici agli antipodi volevano restituire agli italiani un nuovo miracolo economico sostenibile ed etico fondato su principi progressisti comunemente condivisi. Spalletti, invece, vuole ricostituire il diritto di sognare smarrito dai tifosi partenopei. Lo fa agendo, momentaneamente in modo ottimale, da eroe di mondi provenienti dal passato e tra loro fino ad ora scollati. Si spera non intervenga alcun fattore esterno a turbare un equilibrio centrista ma non compromettente.

Massimo Scotto di Santolo

Luciano Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli

Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli ed è già partito ufficialmente il treno dello scetticismo partenopeo.

1. Una Napoli depressa

Il tecnico di Certaldo al momento non scalda i cuori quasi di nessuno, neanche di chi si concede barlume di lucidità e aggiunge il fatidico cliché: “lasciamolo lavorare”. Anche perché con il lavoro Spalletti ha costruito una carriera senza picchi fantasmagorici ma anche priva di rovinose cadute. Continuità di risultati è il must di Luciano!

Alle falde del Vesuvio è ancora fresca la bruciatura della mancata qualificazione Champions… non passa lo scoramento perché inquietanti restano le modalità della debacle. Il demone della sconfitta umiliante e inspiegabile svilirebbe per ora anche l’operazione Guardiola al Napoli. Qualcuno parlerebbe (a ragione) di specchietto per le allodole.

2. La carriera di Luciano

Cercando di fare un passo attimino oltre, per poter dare giusta conformazione all’operazione Spalletti, bisogna fare un confronto con gli altri allenatori in gioco: Il tecnico di Certaldo sarebbe il 3° tecnico della serie A per trofei vinti in carriera dopo Mou e Allegri. Rispetto al primo, Spalletti dall’alto dei 61 anni registra un andamento recente molto più continuo. Se il portoghese sembra non beccarne più mezza, il tecnico toscano raramente ha raggiunto traguardi inferiori alle attese e ai valori della squadra guidata.

Ed è qui che subentra ulteriore elemento utile a circostanziare meglio il fenomeno Spalletti, spesso velocemente derubricato a perdente. Spalletti, almeno in A, non ha mai guidato la formazione più forte. Udinese, Roma e Inter non hanno mai fornito possibilità tecniche per un trionfo che non assumesse connotati dell’impresa. In realtà, a volerla dire tutta, in Italia bisogna risalire ai tempi di Roma e Lazio per trovare uno scudetto vinto da un outsider… e anche in quel caso che outsider.

Spalletti, quando ha avuto a disposizione squadra da titolo, ha vinto. Sì in Russia ma ha vinto. Poi ognuno dà il peso che vuole alla geografia dei trofei. E non si biasima chi soppesa coppe e medaglie in base al luogo in cui vengono vinte. Tutt’altro.

3. il modulo di Spalletti

Un altro fattore rende quantomeno logica la scelta di Spalletti da parte di De Laurentiis. Ossia il tecnico ex Inter, ormai fermo da due anni, è un cultore del 4231, anzi, ne è stato importatore in Italia. Ed è un modulo da cui non si può prescindere se si vogliono valorizzare i 100 mln che il Napoli ha speso per acquisire le prestazioni di Osimhen – simile a Icardi molto meno a Totti: i due punteri più famosi del 4231 di Spalletti, visto che Luciano ha esaltato Dzeko in un 3412 – e Lozano. Spalletti dunque garantirebbe continuità tattica e di lavoro.

Il tecnico toscano, l’ennesimo della gestione De Laurentiis, porta in dote anche una modulistica flessibile: ricorrente nella sua carriera la proposta della difesa a 3. Quasi mai 352, molto spesso 3421 o 3412. Modulo, quest’ultimo, con il quale ha collezionato a Roma il record di punti in una singola stagione di serie A.

4. L’impostazione del gioco

In realtà, il numero perfetto del tre, per un uomo quale Luciano aspirante al vitruviano ma con in volto la maschera macchiettistica di Marco Messeri, è strtuttura geometrica imprescindibile per la sua prima costruzione. Uno dei due terzini compone la difesa a 3. L’altro invece è deputato a dare ampiezza insieme al centrocampista di fascia opposto.

I due mediani devono proporsi per ricevere palla dal terzetto difensivo. Mentre sulla linea della trequarti devono agire due calciatori di qualità, destinati ad imbeccare la punta se quest’ultima attacca la profondità; altrimenti, uno dei due rifinitori deve avere gamba, intuito, senso tattico e feeling con il gol per saper attaccare le spalle dell’attaccante se quest’ultimo predilige venire a giocare incontro.

5. Di cosa ha bisogno al Napoli

Al Napoli Spalletti ha un puzzle quasi completo a prescindere dal mercato. Di Lorenzo interpreta molto bene il ruolo di terzo difensore in fase d’impostazione. Manca, chiaramente, il terzino sinistro che dia un’ampiezza di qualità. Dovrà arrivare dal mercato. Politano e Lozano, invece, sono destinati ad interpretare il ruolo che fu del Callejon sarrista, per intenderci. Spalletti non è certo un estimatore dell’ultima ora di Sarri e delle sue istanze. E su questa ermeneutica del ruolo da parte delle suddette ali, è giusto porre un punto interrogativo.

Se rimarranno Petagna e/o Mertens come vice Osimhen, giusto domandarsi chi interpreterà nella delantera azzurra di riserva il ruolo che fu alla Roma spallettiana di Perrotta, cioè del trequartista ombra, così innovativo da restare nell’immaginario collettivo?

Dries e Andrea, infatti. sono come Totti due centroavanti di manovra con poca verticalità nelle gambe. Elmas sembra gradire palla nei piedi. E la gradirebbe così anche Mertens, se dovesse scegliersi il belga per il ruolo di vice Zielinski.

Bisognerebbe, in tal caso, ragionare quindi su un’ altra ala, di rincalzo, che sappia però attaccare la profondità alla stregua di Lozano. Zaccagni potrebbe adoperarsi come tale. Oppure servirà sacrificare uno tra Mertens e Petagna, spostare Elmas nel ruolo di vice Insigne e trovare sul mercato un Perrotta a costi contenuti. L’Atalanta ne ha due di risulta: Pasalic e Pessina!

6. La gestione dello spogliatoio

Fondate le perplessità sulla gestione da parte di Spalletti del caso Totti e Icardi. “E se facesse la stessa cosa con Insigne o qualche altro senatore?”, qualcuno giustamente si domanda.

Il Napoli, brevemente, non ha tra le sue fila né una leggenda del proprio club in odore di ritiro ma con la volontà ferrea di continuare a giocare ed essere addirittura attore protagonista; né il suo calciatore più forte e rappresentativo, nonché capitano, stizzito dalla mancata cessione all’acerrima rivale Juventus e perciò sentitosi legittimato a mandare la propria moglie a sparlare di allenatore e compagni, ogni Domenica sera, nei salotti televisivi.

Nonostante ciò, Spalletti, immerso in queste due situazioni alquanto imbarazzanti, ha collezionato 4 qualificazioni Champions. In totale 12 nei 16 campionati disputati. Chi raggiunge per quindici anni consecutivamente tali risultati non può non saper gestire i gruppi. L’importante, come diceva Ancelotti, è essere sé stessi al cospetto del gruppo di lavoro.

7. Spalletti e la poca diplomazia

Animale da conferenza stampa, Spalletti dispone delle risorse umane anche attraverso le interviste. Delittuoso costringerlo al silenzio stampa per incapacità gestionale della società. Carattere fumantino, Luciano però dovrà compattare il gruppo squadra ma anche la stampa e la società. Al momento realtà non interagenti tra loro e per di più internamente scollate.

I malfidati sostengono che il rapporto tra tecnico di Certaldo e il presidente del Napoli per questo motivo durerà poco. L’esonero di Gattuso, infine dal calabrese meritato, ha additato De Laurentiis come un mangia-allenatore qualunque. La Juventus è al terzo allenatore in quattro anni. Aurelio al 9 in 17 anni.

La scelta in realtà di Luciano Spalletti sembra adatta da parte di De Laurentiis. Lo è a prescindere dall’esito finale, anche per ricostruire una parvenza di ordine a Castelvolturno. E dunque far cessare un’autogestione che i calciatori partenopei conducono ininterrotamente da due anni.

L’azione dura di Spalletti dovrà essere però sostenuta non a parole ma attraverso i fatti dalla società. Fatti spesso coincidenti con il vendere bene i giocatori e aqcuistarne di altri funzionali al mister contrattualizzato e soprattutto motivati!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Udinese 5-1: Scurdammece o’ passat

Il Napoli ha affrontato nell’anticipo infrasettimanale della terz’ultima giornata di campionato una Udinese già salva. Dopo 90′ minuti, della compagine ideata da due vecchie conoscenze del Calcio Napoli, il direttore generale Pierpaolo Marino (il quale secondo alcune voci è dato come prossimo Dg del Napoli) e Andrea Carnevale, ne rimangono i brandelli. I partenopei, cannibaleschi, ne rifilano cinque alla squadra friulana. E ora si apprestano a vivere una penultima giornata che evoca infausti ricordi.

1. Il vantaggio

I lettori più affezionati della presente rubrica hanno già avuto modo di leggere della ritrovata capacità di Gattuso di decodificare i 352 avversari. Il modulo presentato da Gotti pertanto rappresentava l’ultimo dei problemi per dei calciatori azzurri ormai in grado di attaccarlo e vincerlo. Impossibile per le mezze ali altrui venire a prendere da una parte la coppia Ruiz-Di Lorenzo e dall’altra Hysaj o M. Rui-Insigne.

Pur tuttavia, i primi 30′ sono stati difficoltosi. Il Napoli girava palla lentamente. La coppia di mediani Fabian Ruiz e Bakayoko nella loro proverbiale lentezza hanno acuito tale passo cadenzato, finché il mediano francese, autore di una partita nuovamente vigorosa, ha cercato un lancio diretto per Osimhen.

L’attaccante nigeriano ha svolto il solito lavoro incontenibile per qualsiasi marcatore che tenti di tenerlo ad uomo. Saltata la marcatura, Victor ha saputo ben combinare con Zielinski, il quale su respinta del portiere Musso deposita in rete il vantaggio.

2. Accademia

Il vantaggio, trovato con istinto e caparbietà, restituisce sveltezza e coraggio alla manovra e alle individualità dei partenopei. Dopo 3′ minuti Fabian Ruiz arma dal limite dell’area il suo sinistro arcobaleno. Trova la ragnatela all’incrocio e spolvera Musso con il raddoppio. Lo spagnolo ha giocato una partita progressivamente monumentale, annichilendo De Paul, da qualche ben informato designato come suo sostituto, e una metà stagione iniziale tutt’altro che convincente. Il rinnovo con sommo rammarico per Napoli stenta ad arrivare.

La meravigliosa girata di Okaka a trovare una traiettoria inesploarbile per i guanti di Meret rimette a pochi minuti dall’intervallo in corsa l’Udinese. Il Napoli, con sapienza, capisce che le ostilità vanno recuperate nella ripresa. Nella seconda frazione di gioco, il Napoli alza un baricentro che durante il primo tempo era risultato eccessivamente basso e scopre tutti i limiti tecnici dell’Udinese.

All’ennesima uscita palla errata dei friulani, Lozano strappa il pallone dai piedi del difensore avversario e sigla la rete che chiude la partita, quella del 3-1. C’è spazio però per il diciottesimo gol in campionato di Lorenzo, che eguaglia il suo record di reti in una singola stagione di serie A; motivo per il quale ha chiesto ed ottenuto la permanenza in campo da Gattuso nonostante una forma fisica non più brillante. E trova gioia Di Lorenzo con il suo dodicesimo gol da quando è in A. Di assist invece ne ha messi a referto diciotto.

3. Scurdammece o’ passat

Il Napoli non ha ancora matematicamente la qualificazione Champions in tasca, necessaria per alimentare un progetto che vive da 12 anni della ribalta europea e con sette posizionamenti sul podio della serie A negli ultimi 10 anni, oltre ai quattro trofei vinti (tre CI e una Supercoppa). Tuttavia, sembra che per come giochino gli azzurri non possano non andare in Champions. Il Napoli ha quattro punti e una partita in più sulla quinta in classifica, la Juventus, attesa stasera a Reggio Emilia dal moderno Sassuolo di De Zerbi.

Eppure, incubi ricorrenti si avvistano all’orizzonte: dovesse vincere la Juventus contro il Sassuolo, si andrebbe ad una penultima giornata che vede la Juventus impegnata contro l’Inter già campione d’Italia e il Napoli a Firenze contro la Viola di Iachini. Uno snodo che ricorda un’altra one to one persa dal Napoli al cospetto della Juventus. In panchina c’erano Allegri e Sarri. Le due squadre si giocavano lo scudetto.

Allora, bisogna che il Calcio Napoli dimentichi quell’infausto ricordo ed esorcizzi definitivamente quella ferita che sanguina ancora.

Un passato che appare ormai per molti tifosi e giornalisti cancellato. La stagione del capitano ha polverizzato le sue responsabilità sulla serenità del gruppo durante la gestione Ancelotti. La ritrovata verve di Fabian e Koulibaly portano la piazza a spingere per il rinnovo. Soprattutto è Gattuso colui che oggi ha un carro pieno zeppo di gente che ne vorrebbero la riconferma.

4. Il passato e il futuro di Gattuso

Gattuso è tecnico in piena formazione. La palestra Napoli gli gioverà a prescindere. L’errore di aver perserverato su Maksimovic, ascoltando una riconoscenza che nel calcio non è sentimento da assecondare, si staglia sui teleschermi nel vedere le partite in cui si sta esibendo Rrahamni. Ed è chiaro che una sua permanenza, raggiunto almeno il quarto posto, non sarebbe scandalosa, purché la società sappia veicolare mediaticamente i contenuti del nuovo progetto tecnico e per cui anche la pazienza nel supportare un allenatore in fieri.

Tuttavia, la querelle panchina Napoli sta assumendo contorni stantii. Gattuso ha tanti meriti quanti demeriti. In realtà, qualunque tecnico di ottimo livello, compreso il mister calabrese, se sarà dotato della presenza in rosa di Osimhen, dovrà limitarsi a non fare danni e a preoccuparsi di averlo in forma. Tanto basterà per fare bene.

Il nigeriano è così veloce che è un attimo, un secondo, sempre più avanti del futuro stesso. L’ex Lille, in modo diverso, è atleticamente dominante come Lukaku. Consente di difendere e attaccare contro qualsiasi proposta avversaria. Indispensabile per il successo di chiunque, anche per quello ottenuto, in anticipo sul risultato da conseguire, dallo stesso Rino!

Massimo Scotto di Santolo

Coulibaly: “Grazie a Zeman ho capito che non ero scappato inutilmente”

Una storia, raccontata da Italo Cucci su Quotidiano.net, che mette Zeman al centro di una storia di riscatto sociale, di umanità che non vuole sentir parlare di razzismo e di barconi. Ecco a voi Calidou Coulibaly


Io e Mamadou Coulibaly siamo diventati amici. Sono stato il primo a cercarlo, tre anni fa, quando Donato di Campli, manager di Marco Verratti, mi ha dato il suo numero di cellulare. Lo chiamo, sa chi sono, mi ha memorizzato, parla volentieri. Perché quando ho raccontato la sua storia, su queste pagine, non mi sono fermato al barcone, classica immagine di tanti ragazzi africani che arrivano in Italia a cercar fortuna – al peggio sopravvivenza – e finiscono chissadove, chissacome, chissaperché per essere oggetto di una disputa che si agita sulle loro teste.

“Io sono arrivato in Italia, a Livorno, in treno” – mi disse con una punta d’orgoglio, anche se nel 2015, quando aveva appena 16 anni, aveva messo piede in Spagna proprio scendendo da una barca, e di lì in Francia, a Marsiglia, a Grenoble. Infine a Roseto degli Abruzzi. “Ti parlo volentieri – mi dice – ma per favore lascia perdere il barcone, la mia è solo la storia di un ragazzo scappato di casa…”. (Si fida, Mamadou, perché gli ho accennato una vicenda di casa mia, quando nel ‘48 un mio fratello è anche lui scappato di casa ed è arrivato a Buenos Aires, dopo essersi imbarcato clandestino su un piroscafo che si chiamava Anna Costa; e non ha fatto il calciatore, è risalito da Baires a La Paz, in Bolivia, con un coetaneo avventuroso come lui che si chiamava Guevara, Che Guevara).

E dunque Mamadou fa il calciatore e io lo tengo presente, sempre, quando anche nel calcio succedono quelle cose che si denunciano come “episodi di razzismo”.
«Non ho mai avuto problemi del genere – mi dice – ho solo capito che non c’è razzismo, in certe cose, ma ignoranza, tanta ignoranza”. Ohibò, un ragazzo nero di vent’anni che parla così sicuro di sè – e degli altri – rischia davvero di trovare qualche idiota riscaldato che gli dica “ma come ti permetti?”, eppure sono sicuro che lo metterebbe in riga. Naturalmente con le buone. Perché Mamadou è un ragazzo per bene che vive in una bella città emiliana, Carpi, e gioca nella squadra locale, in Serie B. (Gli ho promesso di andarlo a trovare, così gli racconto di quando seguivo il Carpi in Serie D per “Stadio”, negli anni Sessanta, ed ero amico del capitano Claudio Vellani quando furono promossi in C, nel ‘65).
«A Carpi sto bene, la città è tranquilla, la vivo senza problemi. Poi sto bene nella squadra, gioco in un bell’ambiente, finalmente ce l’ho fatta – mi dice – anche in B, è quello che sognavo, giocare al calcio».

E dire che Mamadou, scovato da Campli a Montepagano, arruolato nelle giovanili del Pescara dove si mette in luce segnando anche un gol, esordisce direttamente in Serie A quando Zeman gli dice “voglio vedere cosa sai fare”. Mamadou ha 17 anni, è alto 1 e 83, un fisico in ordine, gioca pochi minuti a Bergamo, contro l’Atalanta, e perde, poi più avanti da titolare contro il Milan, e pareggia.
«È stato bello, ho capito che non ero scappato dal Senegal per niente, quando l’ho detto a miei genitori, ai miei fratelli, hanno fatto festa per me».
Dovete sapere che nelle nostre prime conversazioni avevo raccontato a Mamadou la storia di “Aspettando Maldini”, un romanzo della scrittrice senegalese Fatou Diome (titolo originale “Le ventre de l’Atlantique”) il cui protagonista, Madické, era un ragazzo come lui. Tifoso del Milan come lui. Voglioso di scappare in Italia per imitarlo. Come lui, che comunque c’è riuscito: l’Udinese lo ha acquistato definitivamente nel 2017, gli ha fatto un contratto di cinque anni, lo ha prima lasciato una stagione a Pescara poi l’ha mandato a Carpi. A maturare. E dove ha segnato il primo gol italiano decisivo nella partita vittoriosa contro lo Spezia.

C’è un dettaglio importante da sottolineare: quando Mamadou parla della sua vita serena in Italia e considera certe esibizioni idiote non “razziste” ma “ignoranti” sa quel che dice perché parla bene l’Italiano e grazie alla lingua si è integrato senza troppa fatica.
«Ti ho già raccontato che a casa mia, a Thiès, in Senegal, si parla italiano: mio papà, professore di educazione fisica, e mia madre, casalinga, hanno frequentato dei corsi con educatori venuti dall’Italia…E anch’io ho imparato…».
Allora avrai letto dei libri…Dimmene uno… 
«Libri? Per carità, quando ho tempo libero mi dedico alla play, mi alleno, gioco e sto con lei. Come gli altri ragazzi che conosco». (Anche italiani, ovviamente: al Carpi ci sono anche ragazzi sloveni, croati, tedeschi e uno della Guinea…)
E il futuro? 
«Dipende dall’Udinese».
E quando smetterai di giocare resterai in Italia a far cosa? 
-“No, tornerò a casa, in Senegal, dai miei parenti, mamma papà e i miei fratelli e gli amici mi aspettano sempre, sono contenti che ho realizzato il mio sogno ma c’è tanto da fate, laggiù, spero che il mio viaggio in Italia non sia stato inutile”.