Napoli – Cagliari 2-0: Mazzarri ha ricordato Maginot

Il rientro di Walter Mazzarri nel calcio italiano è risultato fortemente negativo. Un pari e due sconfitte consecutive contro Empoli (scontro salvezza) e Napoli. Gli azzurri in questo momento sono difficilmente fermabili. Tuttavia, la proposta di calcio di Mazzarri è risultata antica e anacronistica. Dieci uomini dietro la linea del pallone anche sotto di due gol. Il Napoli in questa remissività ha consolidato il suo granitico primato di primo in classifica con sei vittorie consecutive.

1. Mazzarri come Maginot

Ormai sono un paio di anni che il Cagliari a fronte di una squadra dal buon valore calcistico lotta per la salvezza della categoria. Troppi i giocatori di prestigio, su cui si fonda la rosa, a fine corsa . Pochi i giovani talenti su cui fare affidamento per accendere il Nos del motore. Stavolta Giulini si è affidato a Mazzarri per tentare una salvezza tranquilla. E chissà se non anche il conseguimento di un centro classifico in terra sarda molto agognato.

Eppure Walter, a Napoli ricordato benissimo per la sua squadra resiliente, ha iniziato male. Un pari in casa di una Lazio in difficoltà e poi due sconfitte consecutive. Entrambe nette, contro l’Empoli in uno scontro salvezza casalingo e una contro il Napoli al Diego Armando Maradona. Quest’ultimo impegno sulla carta di per sé proibitivo.

Pertanto Mazzarri, che ha comunque informato di non aver potuto ancora innestare nella squadra i suoi principi di lavoro, ha badato soltanto a non prendere imbarcate. Le dichiarazioni del post gara in cui, secondo mister Walter, il Cagliari avrebbe fatto bene, rischiato di andare in vantaggio e concesso niente agli azzurri all’infuori dei due gol sono alquanto opinabili.

La tattica cagliaritana di schierare undici uomini costantemente dietro la linea della palla con un denso 352 si è rivelato progetto difensivamente ambizioso ma gracile e anacronistico. Come la linea Maginot. La Francia, ben prima della seconda guerra mondiale, immaginò un progetto militare, che prese il nome del Ministro della guerra di allora (per l’appunto Maginot), allo scopo di rendere invulnerabile da qualsiasi invasione l’entroterra francese.

Dieci anni dopo l’artiglieria e i panzer tedeschi mostreranno all’alba del secondo conflitto mondiale la fragilità del progetto francese suddetto. L’armata di Hitler sfonderà il confine franco tedesco, lungo il quale sorgeva la Maginot, e in pochi mesi prenderà Parigi. Gli storici riconducono le responsabilità di quel fallimento francese tra le altre all’incapacità di ammodernare un progetto divenuto nel frattempo lacunoso e non più al passo con i tempi. E’ parso di soffrire di medesima impotenza il calcio di Mazzarri.

2. Il piano tattico

Come è possibile da notare nell’immagine appena allegata, Mazzarri aveva studiato bene il Napoli. Nel tentativo però di arginarlo tutto, alla fine per il Cagliari la coperta è risultata corta. Gli azzurri nel costruire la manovra tendono a decentrarsi sul lato sinistro del campo per cercare il regista offensivo della squadra, Insigne. Lorenzo, ieri sera, ha raggiunto 400 presenze in maglia azzurra festeggiate con gol su rigore: bravo!

Mazzarri ha provato ad arginare il possesso palla azzurro, che si attiva quando Osimhen perde la profondità d’attaccare, chiedendo a Joao Pedro e Nandez pressione costante su Koulibaly e Mario Rui. Lykogiannis, quinto di centrocampo di sinistra, soffocava Di Lorenzo quando il terzino della nazionale agiva da quarto di difesa. Il greco invece non si alzava mai sul terzino destro azzurro quando quest’ultimo retrocedeva sulla linea di Rrahmani e Koulibaly. Così liberi dal pressing avversario risultavano soltanto Rrahmani e Di Lorenzo.

Rimaneva soltanto la scelta se raddoppiare o meno Osimhen. Al momento Mazzarri ha ritenuto fosse il caso e a posteriori ha fatto bene in un’ottica conservativa del passivo. A quel punto, con il Napoli e Osimhen che non rinunciavano a decentrarsi sulla sinistra e Politano, dall’altra parte, a mantenere l’ampiezza sulla destra… si liberava spazio enorme ed attaccabile tra Godin e Caceres. Che nella foto è segnalato da quadratino.

3. I due gol

Nello spazio evidenziato, dunque, all’inizio del primo tempo la mezz’ala sinistra azzurra Zielinski con un taglio profondissimo, da sinsitra verso destra, ha preso il tempo al suo diretto marcatore, il vertice basso cagliaritano Marin, e recuperato in fondo al campo un bel suggerimento appena lungo del dominante Anguissa. Giusto in tempo il polacco riesce a crossare la palla diretta sul fondo per un Osimhen bruciante. Il nigeriano si smarca dalla doppia marcatura di Godin e Waluckiewicz e deposita il tap in dell’uno a zero.

All’inizio del secondo tempo, altra partenza forte del Napoli. E qui si capisce il perché regalare raddoppiare Osimhen. Sempre nello stesso spazio evidenziato, il 9 partenopeo cerca suggerimento nei piedi e non nello spazio. Il passaggio arriva. Godin è costretto a seguirlo e a perdere l’appoggio del raddoppio. A quel punto il difensore uruguayano e l’attaccante africano ingaggiano un duello corpo a corpo. Finta di Osimhen. Deretano in terra di Godin. Rigore per il Napoli occorso pressoché nella stessa zolla di erba dove Zielinski ha fornito l’assist del vantaggio. Insigne realizza.

Il resto è gestione ed accademia da parte del Napoli, che avrebbe dovuto triplicare e non facendolo forse sporca una prestazione altrimenti perfetta… anche nel riuscire a sfruttare, pur di vincere, spazi e centimetri lasciati a disposizione dagli avversari ad un palmo dalla linea di fondo. Si tratta di speculazione morbosa del dettaglio. A dire il vero è ossessione tecnico-tattica che piace!

Massimo Scotto di Santolo

Sampdoria – Napoli 0-4: Napoli, gimme five

Secondo 0-4 consecutivo. E’ un Napoli imbattuto e scintillante. Trasferte insidiose erano quelle di Udine e Genova ma il Napoli ha maramaldeggiato in casa sia dell’Udinese che della Sampdoria. Quanto il Napoli è forte lo si scoprirà nel momento delle difficoltà. Ad oggi è ingiocabile; ingiocabile il Napoli, perché si esalta non solo nella giocata offensiva ma anche nella capacità di soffrire di fronte alla bravura avversaria.

1. Il primo tempo

Al momento il Napoli è ingiocabile. Quando finirà la striscia di vittorie consecutive, verranno quindi fuori i veri valori di una rosa che al momento schianta chiunque pur avendo una squadra, causa infortuni, ancora al 70%. Tanti gli infortunati.

La Samp, dal canto suo, ha giocato 50 minuti di buona fattura. Sul piano della prestazione la migliore avversaria fino ad ora incontrata dai partenopei. Alla fine del 1T erano i blucerchiati ad avere maggiore possesso palla e più tiri a referto. Ospina severamente impegnato ha fatto grande prestazione trovandosi pronto quando chiamato in causa.

E però D’Aversa per proporre un gioco così intenso e offensivo, la cui esigenza nasce dalla perenne necessità blucerchiata di stanziare nella metà campo avversaria per poter reggere e favorire due attaccanti non contropiedisti e piuttosto anziani come Caputo e Quagliarella, concede spazio alle spalle della linea difensiva.

Così i primi 10 minuti Yoshida si trova in uno contro uno con Osimhen e scopre di praticare sport diverso dal nigeriano. Quest’ultimo prima gli mangia metri in campo aperto ma poi spreca a tu per tu con Audero, poi realizza lo 0-1 sfilando alle spalle del giapponese sulla gittata arcuata di Insigne un tempo destinata a Callejon.

D’Aversa capisce che rischia la goleada – che poi comunque subirà – e mette la copertura preventiva su Osimhen, bloccando il terzino destro doriano in fase di proposta offensiva. Da una sorta di 3412 sampdoriano, poco simmetrico, nascono i pericoli per Ospina e le annesse parate importanti di cui si diceva.

2. La mediana del Napoli

Ma nel miglior momento della doria Redondo, al secolo Fabian Ruiz, trova stile Tiger Woods sull’ennesima transizione offensiva la buca impossibile da raggiungere per Audero. Non si sa come ma con fulminea e cinica bellezza, rafforzata dalla capacità di soffrire e non indebolita dal morire nella stessa, è 0-2!

Dello spagnolo si è detto che fosse inadeguata scelta per sostituire Jorginho. Ora l’italo-brasiliano è ancora di altro livello ma Fabian ha carte in regola per raggiungere quelle vette. All’epoca l’operazione fu lungimirante, meno l’incapacità di lavorare sul giocatore sia di Ancelotti che di Gattuso.

Spalletti in 6 partite ha dimostrato che può giocare in una mediana a 2 ma questo già l’aveva detto Ancelotti – memore del 4231 Spagna u21 campione d’europa in cui Ruiz scherzava con i pari età -. Fabian può giocare sul centro sinistra e non per forza sul centro destra – dove non necessariamente a ragione si vede Fabian stesso -. E può comporre una mediana a 2 se al suo fianco agiscono giocatori come Demme o Zambo in grado di coprire metà globo terrestre con la propria corsa.

Il centrocampista spagnolo ha dimostrato che in situazione di prima impostazione, quando la linea difensiva si dispone a 4, può fare il vertice basso e farlo anche in fase difensiva, durante la quale molto spesso il trequarti Elmas o Zielinski retrocedono sulla linea di Anguissa per formare centrocampo a 3.

Anguissa, accompagnato dalla sindrome del tale e quale a Bakayoko, prestazione su prestazione sta marcando differenza con il francese e nobilitando la campagna acquisti di Giuntoli presente e passata.

Ds fin troppo criticato, che sicuramente ha commesso qualche errore, ma chiamato a gestire un ricambio generazionale già da un po’ sta vedendo germogliare la semina effettuata nelle sessioni di mercato precedenti. E se Anguissa dovesse continuare su questi livelli, Giuntoli si prende la palma di migliore Ds della stagione.

3. Il secondo tempo

La Samp prova anche nel secondo tempo, con volontà, a proseguire sulla scorta del primo. Tuttavia, appena lascia spazio – che copra preventivamente a 3 o a 2 – subisce un gol. Così accade anche nel secondo dove Osimhen a porta vuota deposita in rete un cioccolatino di Lozano. È 0-3!

Il nigeriano è meno forte di Cavani, Higuain e Mertes, se si vuole parlare di genetica del calcio, ma rispetto ai tre fenomeni suddetti è il giocatore che condiziona di più le squadre avversarie. La paura con cui preparano il piano gara o sono costretti a cambiarlo in corso è una cosa che raramente si è vista. Perché poi se le avversarie scelgono di togliere agli azzurri la profondità, si portano in area di rigore: Insigne, Zielinski, Lozano, Politano, Ounas, Elmas e anche potenzialmente l’opzione Petagna.

E chi li tiene 4 a scelta così, per 90 minuti, costantemente a 20-30 mt dalla propria porta? Peraltro 5 mezze punte dotate sia di dribbling che di tiro dalla distanza. E infatti alla quindicesima (?) ripartenza, sempre Lozano appoggia a rimorchio palla scorbutica che il trequarti polacco con la sua immensa classe, di mezzo collo esterno, schiaccia in rete manco fosse Michieletto o la Egonu agli Europei di Volley. È 0-4!

4. Mentalità

E poi infine una menzione per Insigne, che pare abbia trasmesso alla squadra la stessa fame e convinzione che aveva l’Italia di Mancini. Si può vincere a dispetto delle griglie di partenza e dei valori individuali assoluti o delle defezioni.

Sembra proprio che l’Italia per una volta abbia restituito qualcosa al Napoli: il dovere di crederci… Partenope è forte! Poi, un conto, è tenere quel tipo di mentalità per 7 partite, un altro è tenerlo per 38… e quindi calma, molta calma.

Massimo Scotto di Santolo

Genoa – Napoli 1-2: prima la vittoria e poi Anguissa

Il Napoli si presentava a Marassi per sfidare i rossoblu di Ballardini con tre assenze pesanti: Zielinski, Osimhen e Demme. Il Genoa peraltro si mostrava avversario molto gagliardo per riscattare la brutta sconfitta rimediata in casa dell’Inter. Alla fine Spalletti usufruendo delle uniche due risorse in panchina, Ounas e Petagna, riusciva a vincere un match che sembrava ormai condannato al pareggio. In regalo dalla società la squadra ha ricevuto un centrocampista: Zambo Anguissa, prelevato in prestito oneroso (500 mila euro) con diritto di riscatto in favore del Napoli, il quale contribuerà all’ingaggio del camerunense soltanto al 50%.

1. La squalifica di Osimhen

La trasferta di Marassi immediatamente appariva un bel grattacapo per una serie di circostanze svantaggiose. Il rosso rimediato da Osimhen contro il Venezia costringeva la squadra a pensare un calcio diverso, più cervellotico e sacrificato, dove ognuno dei titolari avrebbe dovuto aumentare la sua verve offensiva e il suo impegno difensivo.

Osimhen con la sua corsa da duecentista diventa un’arma difensiva eccezionale, portando un pressing eccezionale che sgrava i compagni di qualche km da percorrere. E poi dà la soluzione, il nigeriano, della palla lunga non necessariamente precisa dalla quale grazie al suo fisico e alla sua velocità genera contropiedi e occasioni da gol.

2. Insigne falso 9

Il sostituto di Victor, scelto da luciano, è stato individuato nel capitano Lorenzo Insigne, così come nei 70 minuti d’inferiorità numerica contro il Venezia. Insigne però, alla stregua di quanto mostrato in nazionale, non sembra in questo ruolo sentirsi pienamente a suo agio. Ha qualche spunto veramente interessante tagliando alle spalle del difensore centrale di parte secondo dettami zemaniani.

Quando la partita ha richiesto il suo appoggio per sviluppare una manovra palleggiata, la sua incapacità di giocare spalla alla porta e di saper difendere di schiena al difensore la palla ha contribuito alla sofferenza azzurra anche sul piano del gioco.

Infatti, appena il talento di Frattamaggiore è riuscito a decentrarsi sulla sinistra, scambiandosi il ruolo con Lozano, il Napoli ha siglato il vantaggio.

Insigne dal centrosinistra sventaglia per il versante opposto trovando libero Politano. La difesa del Genoa era completamente spostata sul centrosinistra per seguire i movimenti in quella zona di campo di Lozano ed Elmas. Politano stoppa ottimamente e poi serve Fabian Ruiz. Gran finta dello spagnolo che manda al bar l’accorrente Badelij e poi trafigge, con un lento ma preciso tiro a giro all’angolino basso, il fianco sinistro di Sirigu.

Fabian Ruiz come Lozano molto pericolosi in fase offensiva ma fortemente avulsi dal gioco di squadra, incapaci così di contribuire con precisione allo sviluppo della manovra e degnamente alla fase difensiva. Il ritardo di condizione per entrambi sta incidendo gravemente.

3. Il pari del Genoa

Il pareggio del Genoa nasce da una serie di concause di cui il Napoli è sfortunato protagonista. Il centrocampo composto da Lobotka, Ruiz ed Elmas a buoni livelli di A non può reggere più di un’ora. E’ lapalissiano come al Napoli manca un centrocampista che irrobustisca la fase di recupero palla.

Anguissa, che pare essere anche un buon sostegno alla manovra offensiva (in Premier con indosso la maglia del Fulham è risultato terzo per dribbling riusciti), ha le caratteristiche ricercate. Gran fisico (185 cm) che però non inficia un dinamismo notevole. Avrà il compito, Anguissa, di fungere sia da mezz’ala incontrista (es. Allan) che da mediano al fianco di Demme o Lobotka. Il compito, in questo secondo caso, è dare profondità alla prima costruzione e portare sù il pressing (es. Kessiè).

Nel frattempo si segnala tra i mediani azzurri Lobotka. Lo slovacco autentico oggetto del mistero un anno fa sta approfittando di una parvenza di continuità per dimostrare le sue doti di regista. Grande intelligenza tattica che lo rende molto più appariscente in fase difensiva che offensiva. In quest’ultima non è dotato né di grande tecnica che di grande visione di gioco. Ciò non indebolisce un ordine di smistamento del pallone che sembra appartenergli naturalmente.

4. Il pari del Genoa

E infatti la debolezza del centrocampo napoletano progressivamente consegna ai rossoblù il pallino del gioco e conseguentemente attribuisce ai ragazzi di Ballardini coraggio. L’entusiasmo genoano è divampato però al ricorrere di due papere indolori di Meret.

Il portiere friulano si è lasciato sfuggire in presa aerea per due volte il pallone. La seconda volta, tuttavia, Meret perdendo la maniglia della sfera regala all’attaccante del Genoa un tiro a porta vuota. E’ un pareggio momentaneo, perchè il Var annulla per carica al portiere. Giudicato da Di Bello falloso il contatto che Buksa, puntero dei grifone, cerca con Meret.

Alla fine, il Genoa trova comunque il pareggio anche se Manolas e Koulibaly si segnalano per la strenua difesa dei pali adoperata. Mario Rui perde un pallone in uscita. Il Genoa approfitta del suo ritardo in copertura per rifornire Ghiglione, il quale scaraventa uno spiovente sul lato opposto dell’area, dove Di Lorenzo dimentica la marcatura dell’ottimo Cambiaso regalando a lui il gol in modo molto similare a quanto concesso a Shaw nella finale degli Europei.

5. I cambi alla fine decisivi

Spalletti non si demoralizza al pari del Genoa. Era nell’aria e forse preventivabile già alla vigilia il subire almeno un gol. Così schiera prima Ounas e poi Petagna. Il primo vive uno stato di forma straordinario: va al doppio degli altri mantenendo una tecnica in velocità che ricorda il Boga ipervalutato del Sassuolo di De Zerbi.

Nonostante giocate d’applauso e la sensazione che il franco algerino possa deciderla da solo la partita, il suo impiego resta glassa sopra la torta. Quest’ultima architetta e fatta lievitare dal bulldozer Petagna.

Il miglior attaccante di scorta del campionato. Sul procinto di andare via destinazione Sampdoria, anche se trapelano ripensamenti e revirement. Il Napoli farebbe bene a tenerselo, proprio come ha fatto con Ounas. Osimhen andrà in coppa d’africa e Mertens è sul viale del tramonto. Serve una soluzione emergenziale, la quale appartiene endemicamente a Petagna che però legittimamente vorrebbe andare a giocare le sue chances da titolare.

Il bulldozer, dopo aver rassicurato Spalletti nel pre partita sulla sua professionalità benché le voci di mercato impazzassero, entra, spizza sul primo palo un cross proveniente da sinistra di Mario Rui e segna il gol partita, poi strizza quelli che sono divenuti più poeticamente le “huevas” e si scaglia contro il plexiglass in cerca di un impossibile abbraccio del popolo partenopeo sugli spalti.

6. Mario Rui il rissoso

Il gol di Petagna restituisce serenità all’ambiente. Non a caso il Napoli conduce senza patemi la partita, fino al triplice fischio, in vantaggio. L’unico irrequieto è Mario Rui, il quale prima litiga con gli avversari, poi con l’arbitro e infine con Manolas che lo invitava alla calma.

Già ammonito per proteste, il portoghese costringe Spalletti a far esordire J. Jesus al suo posto e a panchinarlo.

E il mercato del Napoli non raggiunge la sufficienza proprio perché per l’ennesima stagione, la quinta consecutiva, l’area tecnica non ha fornito un competitor del ruolo a Mario Rui puntando ancora su un giocatore malmesso e sovente infortunato come Ghoulam. Il terzino algerino, assistito da anni da Mendes, probabilmente ha puntato sulla procura di quest’ultimo per ottenere una indebita permanenza a discapito del culb partenopeo.

Peccato, un terzino sinistro titolare avrebbe trasformato il Napoli in un team molto più competitivo che per il 4 posto: l’obiettivo fissato da De Laurentiis.

Massimo Scotto di Santolo