Napoli – Bologna 3-0: cosa resterà degli anni ’80?

Il Napoli riaggancia il Milan in vetta alla classifica di serie A. Lo fa abusando di un Bologna rimaneggiato e risultato non impegnativo come avversario. I rossoneri e i partenopei, pari a quota 28 punti, hanno creato il vuoto intorno a sé. La prima è l’Inter a -7. Il Napoli ha la miglior difesa con sole tre reti subite mentre il Milan il migliore attacco con 23 reti. Sembra improvvisamente tornati alle sfide di fine anni ’80 dove Maradona sfidava il Milan di Sacchi per i massimi traguardi calcistici.

1. Napoli – Bologna

Il Milan nell’anticipo del turno infrasettimanale, di Martedì, vinceva soffrendo indicibilmente contro il nuovo tremendismo granata firmato da Juric. I rossoneri si portavano a 28 punti e lasciavano al Napoli, impegnato il Giovedì, l’onere di dover rispondere.

Il Napoli per dichiararsi presente alla volata in vetta avrebbe dovuto battere il Bologna. Battuto nel turno precedente proprio dal Milan all’interno di una partita romanzo che ha visto i felsinei tenere testa alla squadra di Pioli nonostante la doppia inferiorità numerica. Gli infortuni e le squalifiche hanno consegnato alle fauci di Spalletti un Bologna raffazonato in questa sua nuova versione da 352.

L’assenza di Soriano, il regista ombra della squadra, e di Soumarò, il perno della difesa a 3 e l’unico in grado nelle premesse di poter tenere la fisicità di Osimhen, e infine anche di Arnautovic, il centroavanti di manovra tanto richiesto da Mihaijlovic durante la sessione estiva di mercato, hanno indebolito parecchio il Bologna.

Il Napoli dal canto suo ha disputato partita sublime, schiacciando l’avversario dal primo all’ultimo minuto attraverso un recupero palla immediato e rinculate puntuali e vigorose. Capeggiate dal “pogbeggiante” Anguissa e da una squadra vogliosa di sbranare l’avversario.

2. I gol!

E così è stato: riconquista della sfera in avanti da parte di Lozano su passaggio errato in uscita da Svanberg. Il messicano serve Elmas che trasmette il pallone in modo veloce ma sporco al sinistro libero di Fabian Ruiz, il quale sia piuma che ferro prima addomestica docilmente lo strumento e poi lo calcia con veemenza e parabolica precisione sotto la traversa. Skorupski non può nulla ed è 1-0.

L’accerchiamento dell’area felsinea è costante, continua, perenne. Alla fine la persistente presenza degli avanti azzurri e soprattutto di Osimhen nei pressi della porta costringe i difensori bolognesi a marcarli sempre più vicini e stretti. In tal senso, la marcatura di Medel su Osimhen sembra inevitabile ma troppo svantaggiosa per il vecchio mediano cileno. Infatti, quest’ultimo per compensare i cm di altezza di differenza su un cross d’Insigne allunga una mano, colpisce la palla. Rigore. A fine partita per il Napoli ne saranno due. Entrambi legittimi ai tempi del Var. Il secondo su calcio netto ma non intenso di Mbaye allo stinco di Osimhen.

Insigne li realizza entrambi trasformandoli alla sua maniera. Tiro rasoterra e angolato alla destra del portiere. Il fatto che i tiri siano a pelo d’erba compensa la prevedibilità della scelta e quindi le potenziali partenze in anticipo sul proprio fianco destro da parte dei portieri. E questa doppietta dalla linea della carità ripristina serenità su una vicenda che stava diventando pruriginosa, cioè quella della poca freddezza dal dischetto del capitano azzurro.

3. cosa resterà degli anni ’80?

La vittoria del Napoli restituisce una sfida dal sapore antico, una lotta al vertice tra i partenopei e il Milan. Una competizione per lo scudetto che riporta i più nostalgici agli anni non necessariamente meravigliosi – ma si sa il tempo del proprio genitore è sempre più verde – ma fortemente ricchi per una Italia borghese centrica e benestante. Quel benessere si manifestava nel calcio dove un costruttore meridionale, Corrado Ferlaino, poteva far sognare una Capitale del Sud, per l’appunto Napoli, costruendo una squadra destinata a far sudare le cd sette camicie al dream team ideato da Silvio Berlusconi.

Entrambe le compagini potevano permettersi giocatori in grado di vincere con agio Coppa Campioni e Coppa uefa – rispettivamente il Milan e il Napoli -. Oggi le squadre appaiate in vetta alla serie A sono ai margini del jest set calcistico internazionale. Il Napoli però da anni porta avanti un calcio internazionale, di ampio respiro offensivo. Il Milan, di nuovo potente, pare abbia una mentalità più italiana inculcata da Pioli. Squadra dedita alla lotta, al contropiede, che ama ricavare gol, vittorie e punti nella spazzatura della partita, sui duelli individuali vinti con fisicità e temperamento.

Per picchi di gioco, i rossoneri anche meglio del Napoli ma per continuità del dominio territoriale e soluzioni offensiva a disposizione gli azzurri si lasciano preferire. Eppure, in netta controtendenza alle identità delle due squadre è il Milan ad avere il migliore attacco mentre il Napoli a migliore difesa. I numeri difensivi napoletani sono spaziali: 3 gol subiti in 10 partite. A fine anno, con una media del genere, sarebbero appena 12.

Il Milan, ora, attende una doppia sfida non facile: prima la Roma del sempre più “liedholmiano” Mourinho e poi il derby contro l’Inter. Neroazzurri campioni in carica, indeboliti dalle cessioni estive di mercato e dallo sfortunato caso di Eriksen, ma con l’orgoglio e la rosa ampia dei primi della classe. E quindi non comodi, i ragazzi di Simone Inzaghi, a -7 dalla vetta.

Il Napoli, invece, affronterà contestualmente la Salernitana di Colantuono, che evoca derby regionali di anni non felice per i colori partenopei, e poi quell’Hellas Verona con cui i ragazzi di Spalletti persero qualche mese orsono qualificazione Champions e dignità. È un dolore nascosto giù nell’anima!

Massimo Scotto di Santolo

Roma – Napoli 0-0: la lupa cerbero frena il ciuccio

Che per il Napoli vincere anche a casa della Roma fosse divenuto complicato, lo si è compreso immediatamente dopo la disfatta giallorossa in terra norvegese. La goleada rifilata dal Bodo Glimt ai ragazzi di Mourinho ha compattato l’ambiente. Il tecnico portoghese ha reso la partita del Napoli un all in, un crocevia stagionale all’insegna del motto “no time to die”! Alla fine, i capitolini strappano ad un Napoli, più attento a non perdere che a vincere, un pari giusto e, per i giallorossi, balsamico all’interno di una partita comunque dai ritmi britannici e quindi godibile. Tiene banco in casa Napoli il momento nero di Zielinski. L’arbitro Massa, invece, ha contribuito alla fluidità del gioco con un arbitaggio all’inglese. Il divertimento trasmesso ai telespettatori dalla partita ha nascosto, tuttavia, una serie di decisioni arbitrali poi rivelatesi a freddo alquanto discutibili.

1. Sconfitte salutari

La Roma di Mourinho si è presentata all’avvio della stagione con una fisionomia in netta controtendenza alle abitudini del mister portoghese. Squadra verticale, quella capitolina, basata su un contropiede fulmineo e ritmi tambureggianti, ha fatto del gol e della sua ricerca un marchio di fabbrica della propria identità d’inizio di stagione.

Eppure l’iniziale entusiasmo su cui la Lupa volava e segnava si era improvvisamente interrotto. Dapprima è sopraggiunta l’inaspettata sconfitta contro l’hellas Verona e poi allo Juventus Stadium al cospetto dei bianconeri. Partita macchiata da un arbitraggio pessimo di Orsato. Infine, nel turno infrasettimanale, la squadra riserve dei capitolini si è completamente consegnata alla goleada della onesta squadra norvegese del Bodo Glimt. La Roma ne ha presi, infatti, sei e segnando una sola rete.

Mou ha approfittato della vicenda sportivamente tragica, lanciando un j’accuse alla bravura dei calciatori non titolari. Questo ha compattato l’ambiente e la squadra titolare in vista di un obiettivo immediato: il big match casalingo contro il Napoli. Il motto implicito che sembra aver accompagnato i giorni precedenti al match ricalca l’ultimo film sul più noto 007 della storia: “No time to die”. Tre sconfitte consecutive, di cui due contro dirette rivali del campionato (e una in casa) e di cui una subendo una goleada, avrebbero completamente incrinato il cammino di Mou nella capitale e forse anche il buon esito della stagione.

Il tecnico lusitano ha presentato il conto all’amico-nemico di tante battaglie ai tempi in cui Roma-Inter valeva uno scudetto, ossia Luciano Spalletti, che però siedeva sulla panchina che ora è la sua. Mourinho ha organizzato la squadra in modo tale che Osimhen venisse costantemente raddoppiato dalla coppia di centrali. Mancini gli copriva il corto. Ibanez, più veloce, marcava l’attacco alla profondità del nigeriano.

2. Un Napoli calcolatore

Spalletti aveva annusato tutti i pericoli della partita. E l’atteggiamento della squadra ne ha dato testimonianza. Tutti, da Koulibaly a Insigne, preoccupati di mantenere un decoro e contegno tattico affinché il Napoli più che vincere uscisse dall’Olimpico almeno non sconfitto. Merito alla strategia, perché così è stato. Ragionamento raziocinante quello azzurro: farsi acchiappare a pari 25 pt in classifica dal Milan vittorioso a Bologna e riconquistare il primato nelle prossime tre dove i rossoneri affrontano Torino, Roma e Inter mentre i partenopei Bologna, Salernitana e Verona. Inutile, dunque, si fa per dire stressare i giocatori alla ricerca di una vittoria in un contesto ambientale e tattico complesso.

Eppure il Napoli non ha snaturato il suo gioco. Ha prima provato ad imporre la sua manovra partendo dal basso con la ormai consolidata impostazione 4+1 o +2, per poi passare dinanzi al pressing ben organizzato della Roma, che lasciava spazi di manovra al tecnicamente meno dotato Rrahmani, al 3+2. Questo sistema andava a ricercare l’ampiezza della manovra da una parte con Mario Rui e dall’altra con Politano prima e Lozano poi.

Questa mossa ha dato il predominio territoriale e il possesso palla al Napoli. E nel momento migliore degli azzurri all’inizio della ripresa Osimhen ha la palla per sbloccarla ma più per sfortuna che per imprecisione fallisce. Una scorribanda di Abraham riaccende poco dopo la Roma e il pubblico di fede giallorossa. Il Napoli si ricorda che l’importante in questa partita è non perdere. Così si limita nuovamente a controllare il match attraverso una difesa che al momento pare impermeabile tra bravura e buona sorte.

3. Alcuni limiti offensivi del Napoli

Il Napoli sta avendo ultimamente maggiori difficoltà a segnare. Circostanze e studio delle contromosse da parte degli avversari influiscono. Osimhen ha incontrato in due delle ultime tre due degli unici cinque/sei difensori che possono tenerlo in uno contro uno in campo aperto, ossia Bremer e Ibanez.

Il vero limite parrebbe però l’incapacità del Napoli di trovare un uomo in grado di buttarsi alle spalle dei terzini sinistri avversari. Questi ultimi sono notoriamente attirati fuori dalla linea da Politano e Lozano che danno sempre ampiezza, raramente vengono dentro al campo a fare densità sulla trequarti. E Osimhen che abbisogna comunque del raddoppio tende a giocare maggiormente sul centrosinistra per poter dialogare con la catena tecnica del Napoli, formata da Mario Rui, Insigne e Zielinski.

Lo spazio che si crea sul centrodestra del Napoli, oltre la posizione di Politano e Lozano dovrebbe attaccarlo sullo sviluppo della manovra Anguissa, il quale però al momento, con il suo approccio posizionale al fianco di Fabian Ruiz, rappresenta uno dei segreti dell’impermeabilità difensiva azzurra.

Peraltro la Roma ha chiuso molto meglio di tanti avversari quel buco compattando la linea e lasciando solo lo sfogo laterale da ambedue i lati. Osimhen è più controllabile se costretto ad una partita di soli scontri fisici e colpi di testa. Servirebbe così l’imprevedibilità o l’accompagnamento di Zielinski che nelle sue scadenti prestazioni rappresenta la vera spina nel fianco del momento positivo del Napoli.

4. I trequartisti del Napoli

In realtà, l’appannamento della fantasia dei trequarti del Napoli, provenienti da una brillante stagione sotto l’egida di Gattuso, rappresenta scelta strategica da parte di Spalletti. Il mister di Certaldo ha disegnato il suo Napoli sulla massima del presidente De Laurentiis “un Napoli osimheniano”.

Le mezze punte azzurre sono tutte rivolte ad azionare Osimhen all’interno di un contesto in cui la prima preoccupazione è non subire gol. Può accadere che questo principio programmatico svilisca le follie degli avanti partenopei, ma quattro gol nelle ultime tre partite sono un sintomo non una malattia.

Peraltro, Zielinski, Elmas, Insigne e Lozano provengono tutti dalle fatiche con le nazionali e da un ritiro monco. Il polacco ha rimediato anche qualche acciacco che non sembra esser stato smaltito ottimamente. Lozano ha rischiato persino la vita con un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per un mese proprio nel pieno della preparazione alla stagione. Non è un caso che i migliori per verve e freschezza muscolare siano Politano e Osimhen, gli unici ad aver svolto quasi due mesi di ritiro senza contrattempi. Ai quali anche Mertens, Petagna e Ounas hanno concesso tempo tra calciomercato e infermeria.

5. L’arbitro Massa

Una partita a scacchi tra Mou e Spalletti degna per il dinamismo di quella giocata da Ron ed Hermione in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Come bambini davanti al divertimento, molti, prima di recuperare freddezza e lucidità hanno trascurato l’osceno arbitraggio di Massa. Designazione inopportuna visto che l’arbitro in questione proveniva da due precedenti sfortunati con il Napoli protagonista in sfide trascorse altrettanto importanti.

Massa fischiò a Firenze, due anni orsono, due rigori inesistenti per parte a Fiorentina e Napoli. Inoltre, espulse Insigne in una sfida scudetto a San Siro contro l’Inter. Inventò, in un Napoli-Lazio di quarti di finale di Coppa Italia, una espulsione ai danni di Lucas Leiva. Insomma ne aveva già combinate di cotte e di crude.

Ha chiuso la sua partita espellendo meritatamente Mourinho ma non Spalletti, scambiando a fine partita un applauso di complimenti del mister azzurro per una presa per i fondelli. Inoltre, ha completamente ignorato, insieme al Var, ben due episodi possibili da rigore. C’è un monitor per rivederli, perché non usarlo? Infine, ha graziato Abraham meritevole di essere espulso per due falli da gioco chiaramente sanzionabili con il giallo. Ha risparmiato a Vina un plateale giallo come ad Osimhen. Insomma… un fischietto che sa sempre scontentare tutti e che per fortuna non ha condizionato un pareggio divertente e giusto. I calciatori hanno saputo cancellarne dal campo ego e presunzione.

Fiorentina-Napoli 0-2; Napoli-Hellas Verona 1-1: cronaca di una morte (non) annunciata

La corsa di Contini ad abbracciare Zielinski per il secondo gol rifilato alla Fiorentina aveva toccato corde dell’animo partenopeo da tempo a riposo. Al Napoli sarebbe bastato replicare il successo dell’Artemio Franchi in casa contro l’Hellas Verona già salvo per qualificarsi in Champions. Gli azzurri, invece, s’impietriscono ad un passo dal traguardo e regalano la partecipazione Champions alla Juventus nonostante un girone di ritorno da 43 punti.

1. La partita del Franchi

Il Napoli arrivava carico da una doppia vittoria ad una sfida che evocava infausti ricordi. Nella corsa Champions, dopo aver avuto la meglio dell’Udinese e dello Spezia maramaldeggiando, Gattuso si presentava a Firenze (possibile nuova destinazione del tecnico calabrese) per battere i fantasmi del passato. Precipuamente aleggiava su Insigne e soci la sconfitta rimediata 3 anni prima e costata uno scudetto alla compagine azzurra guidata da Sarri.

La partita risultava anche in questo caso tesa. La fiorentina già salva non tirava indietro agonismo e determinazione. Così dal cilindro della sorte la dea bendata chiamava sulla ruota di Firenze il numero Amir Rrahmani.

Il kosovaro, tenuto in naftalina da Settembre a Dicembre, si presentò ai tifosi del Napoli con un retropassaggio errato col quale l’Udinese trafisse Meret e fino all’incocciata di Bakayoko nei minuti finali anche la bontà del progetto di Gattuso poi ridestatosi. Il kosovaro, da lì in poi, ha messo da parte la timidezza e scalato, complici gli infortuni dei colleghi, gerarchie fino a sembrar decidere con due rigori procuratisi la corsa Champions del Napoli: bravo il difensore ex scaligero a farsi maltrattare in area di rigore, su sviluppo da corner, sia da Chiellini che Milenkovic ma ancora più scaltro a rincorrere arbitri e invocare Var per vedersi riconoscere la massima punizione.

Insigne approfittava, quindi, del fallo da rigore di Milenkovic (difensore della Viola) su Rrahmani, ribadendo in rete il rigore sbagliato per il gol del vantaggio. La viola senza più alcuna motivazione spariva del campo, mentre ll Napoli chiudeva la partita con un tiro da fuori di Zielinski. Il polacco scappava dagli abbracci dei colleghi ma lo braccava dopo lunga rincorsa Contini, il terzo portiere azzurro ed ex primavera napoli, napoletano di seconda generazione, il quale come tutti i tifosi sembrava in quel momento credere che, 3 anni dopo, piuttosto che uno scudetto alla indebitata Juventus si sarebbe tolta una qualificazione Champions. Quest’ultima al momento per la holding bianconera rappresenta ossigeno per la sopravvivenza.

2. Una settimana dopo

Napoli, perciò, si preparava alla contenuta festa. Si trattava di sbrigare la pratica contro il demotivato Hellas Verona, salvo fin dal girone di andata e in quello di ritorno terz’ultimo. Inoltre, la banda di Gattuso doveva vendicare anche la sconfitta rimediata al Bentegodi per 3-1. Sembrava veramente una partita senza storia, quelle in cui il Napoli sovente perde faccia e gloria.

Tanti anni fa Krol perse uno scudetto così, in un San Paolo gremito, contro un Perugia che non aveva più nulla da chiedere al campionato. Un 1-1 che tolse la gioia del primo tricolore.

Le prime nubi di una strana Domenica sera si stagliarono all’orizzonte allorché la Digos decise di sottrarre il pullman degli azzurri all’abbraccio dei tifosi all’ingresso dello stadio. Poi, dal fischio d’inizio in poi, il Napoli ha saputo mettere in scena un tragica commedia eduardiana: imbabolato ad un centimetro da un traguardo neanche troppo leggendario se non per la remunerazione economica dello stesso, tutti i calciatori del Napoli all’infuori dei due difensori centrali e di Meret insceneranno un harakiri poco nobile e dignitoso.

Ciò darà adito da parte dei tifosi partenopei ad infondate ma catartiche tesi sibilline di combina della partita, giusto per trovare un senso – che non c’è! – ad un pareggio rivelatosi insufficiente per il 4 posto viste le contestuali vittorie di Milan e Juventus rispettivamente a Bergamo e Bologna.

E il senso sfugge, a maggior ragione, se si ripensa al vantaggio del Napoli, siglato da Amir Rrahmani ormai nel ruolo di uomo del destino; al quale vengono tolti statuetta e prestigio da una diagonale errata di Hysaj, che consegna a Faraoni il destro per un pari che non muterà fino alla lacrime di tutti. Il Napoli è fuori dalla Champions, senza debiti benché travolto da un fatturato falcidiato da Covid e mancanza d’introiti Champions.

3. Quale futuro?

Napoli, come sostiene Erri De Luca, ha l’onere di vivere alle falde di un vulcano dormiente, potenzialmente devastante in un ipotetico risveglio. Per questo la città tutta ha imparato ad esorcizzare una morte ed una disfatta sempre vicina. Il culto della vita, fugace ed effimera, da goderne senza mai mutarla in sopravvivenza. Da qui i vari corollari che affliggono tanto quanto inorgogliscono Napoli quale l’arte di arrangiarsi, ben condensati nel detto “il napoletano si fa secco ma non muore”.

Napoli scricchiola sotto il peso di una imperiale storicità sebbene non crolli mai. Sembra che la debaclet al cospetto dello scortese Juric abbia sancito la fine di anni belli in continua ascesa sportiva, anche perchè nel frattempo, nel perdurante silenzio stampa protrattosi inutilmente e ingiustificatamente, l’allenatore ha ricevuto il ben servito cinque minuti dopo la fine della partita da un laconico tweet di De Laurentiis, il quale però non ha ancora provveduto a sostituirlo, e nessun dipendente della Ssc Napoli è andato in Tv ad assumersi la responsabilità di un’autentica Waterloo. Mancanza di modi e rispetto per i tifosi assiepati col cuore accanto alla squadra seppur dal divano.

La mancanza di fondi da cui ripartire lasciano presagire cessioni eccellenti e un depauperamento tecnico che allontenerebbe il Napoli da una Champions invero al momento distante soltanto 1 punto. Contestualmente le avversarie dirette, le due milanesi e la Juventus, non paiono poter investire in sontuose campagne acquisti di rafforzamento. Il Napoli potrebbe trovarsi, quindi, ai nastri di partenza dell’anno prossimo non così distante, da un punto di vista tecnico, nemmeno dall’Inter campione d’Italia.

4. Quali certezze?

Sebbene abbia trovato una squadra agli Ottavi di Champions e la lasci in Europa League ma con una Coppa Italia in più bacheca, Gattuso ha commesso troppi errori che hanno minato la credibilità del suo cammino. Una valutazione di merito avrebbe consigliato l’avvicendamento in panca anche se il mister calabrese avesse centrato la Champions.

Tuttavia, il generoso Rino lascia anche delle certezze da cui ripartire e in base alle quali scegliere il nuovo allenatore. Il 4231 è il modulo su cui continuare a puntare. Osimhen in forma è attaccante che può spostare gli equilibri di ogni partita in favore del Napoli ma va sgrezzato in termini tattici.

L’attacco ha dei numeri che non destano preoccupazioni. La difesa, al netto dell’affaire Koulibaly, presenta un solo buco nel ruolo di terzino sinistro, mentre a centrocampo – dove le squadre forti si dividono dalle buone e dalle mediocri – le riflessioni da fare sono molteplici. Manca numericamente una mezz’ala. E Lobotka e Fabian Ruiz rappresentano due punti interrogativi.

Tanto lavoro da fare, ma se esiste un posto al mondo, dove il vino può diventare sangue e il sangue vino da bere per festeggiare nel giro di una sera, quello risiede a Napoli.

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Udinese 5-1: Scurdammece o’ passat

Il Napoli ha affrontato nell’anticipo infrasettimanale della terz’ultima giornata di campionato una Udinese già salva. Dopo 90′ minuti, della compagine ideata da due vecchie conoscenze del Calcio Napoli, il direttore generale Pierpaolo Marino (il quale secondo alcune voci è dato come prossimo Dg del Napoli) e Andrea Carnevale, ne rimangono i brandelli. I partenopei, cannibaleschi, ne rifilano cinque alla squadra friulana. E ora si apprestano a vivere una penultima giornata che evoca infausti ricordi.

1. Il vantaggio

I lettori più affezionati della presente rubrica hanno già avuto modo di leggere della ritrovata capacità di Gattuso di decodificare i 352 avversari. Il modulo presentato da Gotti pertanto rappresentava l’ultimo dei problemi per dei calciatori azzurri ormai in grado di attaccarlo e vincerlo. Impossibile per le mezze ali altrui venire a prendere da una parte la coppia Ruiz-Di Lorenzo e dall’altra Hysaj o M. Rui-Insigne.

Pur tuttavia, i primi 30′ sono stati difficoltosi. Il Napoli girava palla lentamente. La coppia di mediani Fabian Ruiz e Bakayoko nella loro proverbiale lentezza hanno acuito tale passo cadenzato, finché il mediano francese, autore di una partita nuovamente vigorosa, ha cercato un lancio diretto per Osimhen.

L’attaccante nigeriano ha svolto il solito lavoro incontenibile per qualsiasi marcatore che tenti di tenerlo ad uomo. Saltata la marcatura, Victor ha saputo ben combinare con Zielinski, il quale su respinta del portiere Musso deposita in rete il vantaggio.

2. Accademia

Il vantaggio, trovato con istinto e caparbietà, restituisce sveltezza e coraggio alla manovra e alle individualità dei partenopei. Dopo 3′ minuti Fabian Ruiz arma dal limite dell’area il suo sinistro arcobaleno. Trova la ragnatela all’incrocio e spolvera Musso con il raddoppio. Lo spagnolo ha giocato una partita progressivamente monumentale, annichilendo De Paul, da qualche ben informato designato come suo sostituto, e una metà stagione iniziale tutt’altro che convincente. Il rinnovo con sommo rammarico per Napoli stenta ad arrivare.

La meravigliosa girata di Okaka a trovare una traiettoria inesploarbile per i guanti di Meret rimette a pochi minuti dall’intervallo in corsa l’Udinese. Il Napoli, con sapienza, capisce che le ostilità vanno recuperate nella ripresa. Nella seconda frazione di gioco, il Napoli alza un baricentro che durante il primo tempo era risultato eccessivamente basso e scopre tutti i limiti tecnici dell’Udinese.

All’ennesima uscita palla errata dei friulani, Lozano strappa il pallone dai piedi del difensore avversario e sigla la rete che chiude la partita, quella del 3-1. C’è spazio però per il diciottesimo gol in campionato di Lorenzo, che eguaglia il suo record di reti in una singola stagione di serie A; motivo per il quale ha chiesto ed ottenuto la permanenza in campo da Gattuso nonostante una forma fisica non più brillante. E trova gioia Di Lorenzo con il suo dodicesimo gol da quando è in A. Di assist invece ne ha messi a referto diciotto.

3. Scurdammece o’ passat

Il Napoli non ha ancora matematicamente la qualificazione Champions in tasca, necessaria per alimentare un progetto che vive da 12 anni della ribalta europea e con sette posizionamenti sul podio della serie A negli ultimi 10 anni, oltre ai quattro trofei vinti (tre CI e una Supercoppa). Tuttavia, sembra che per come giochino gli azzurri non possano non andare in Champions. Il Napoli ha quattro punti e una partita in più sulla quinta in classifica, la Juventus, attesa stasera a Reggio Emilia dal moderno Sassuolo di De Zerbi.

Eppure, incubi ricorrenti si avvistano all’orizzonte: dovesse vincere la Juventus contro il Sassuolo, si andrebbe ad una penultima giornata che vede la Juventus impegnata contro l’Inter già campione d’Italia e il Napoli a Firenze contro la Viola di Iachini. Uno snodo che ricorda un’altra one to one persa dal Napoli al cospetto della Juventus. In panchina c’erano Allegri e Sarri. Le due squadre si giocavano lo scudetto.

Allora, bisogna che il Calcio Napoli dimentichi quell’infausto ricordo ed esorcizzi definitivamente quella ferita che sanguina ancora.

Un passato che appare ormai per molti tifosi e giornalisti cancellato. La stagione del capitano ha polverizzato le sue responsabilità sulla serenità del gruppo durante la gestione Ancelotti. La ritrovata verve di Fabian e Koulibaly portano la piazza a spingere per il rinnovo. Soprattutto è Gattuso colui che oggi ha un carro pieno zeppo di gente che ne vorrebbero la riconferma.

4. Il passato e il futuro di Gattuso

Gattuso è tecnico in piena formazione. La palestra Napoli gli gioverà a prescindere. L’errore di aver perserverato su Maksimovic, ascoltando una riconoscenza che nel calcio non è sentimento da assecondare, si staglia sui teleschermi nel vedere le partite in cui si sta esibendo Rrahamni. Ed è chiaro che una sua permanenza, raggiunto almeno il quarto posto, non sarebbe scandalosa, purché la società sappia veicolare mediaticamente i contenuti del nuovo progetto tecnico e per cui anche la pazienza nel supportare un allenatore in fieri.

Tuttavia, la querelle panchina Napoli sta assumendo contorni stantii. Gattuso ha tanti meriti quanti demeriti. In realtà, qualunque tecnico di ottimo livello, compreso il mister calabrese, se sarà dotato della presenza in rosa di Osimhen, dovrà limitarsi a non fare danni e a preoccuparsi di averlo in forma. Tanto basterà per fare bene.

Il nigeriano è così veloce che è un attimo, un secondo, sempre più avanti del futuro stesso. L’ex Lille, in modo diverso, è atleticamente dominante come Lukaku. Consente di difendere e attaccare contro qualsiasi proposta avversaria. Indispensabile per il successo di chiunque, anche per quello ottenuto, in anticipo sul risultato da conseguire, dallo stesso Rino!

Massimo Scotto di Santolo

Torino – Napoli 0-2: il Napoli ora è in Champions

Partita potenzialmente complessa per il Napoli di Gattuso: il Toro piratesco di Nicola è stato risucchiato di nuovo nella lotta salvezza. A pari punti (31) con il Benevento e il Cagliari terzultimo. L’importanza del match, che poteva riconsegnare la zona Champions agli azzurri, ha restituito una partita molto solida del Napoli. I partenopei infatti hanno vinto e convinto.

1. 0-2: risultato bugiardo

Il passivo della partita avrebbe dovuto essere più ampio. Almeno 0-3 il parziale più conforme all’andamento del match.
Demerito di Mertens, Lozano e Petagna incapaci di adempiere la parte del piano gara riservata loro.


Superficiali tutti e tre sotto porta decretando uno sforzo difensivo da parte dell’intero collettivo per non riaprire una gara mai in discussione.


Perché se non la chiudi, allora prerogativa è serrare i ranghi e non beccare gol.
Subirne uno, stasera, oltre che veramente complicato per la la scialba versione di un Toro almeno per 45′ arrendevole, avrebbe riaperto una partita sempre in ghiaccio.

2. La Difesa

Pertanto, meravigliosa la prestazione dell’intero reparto difensivo. Quando si suol dire predestinato significa proprio questo. Avere lo scetticismo intorno di un ambiente oppure l’eccessiva pressione di un’aspettativa molto alta e rimanere sempre mentalmente sul pezzo, benché le prestazioni graficamente mostrino curva discendente. Parlasi di Meret, subissato da critiche, incertezze, voci di mercato.
Il friulano ogni qual volta sembra aver toccato il fondo risale la china con rapidità disarmante in partite profondamente decisive.


Fu così in finale di Coppa Italia contro la Juventus. È stato così stasera, sollecitato in una gara a lui non gradita perché fatta di uscite e colpi in area di rigore. Due manone sul rigore di Dybala a consegnare la coppa ai partenopei. Uno stinco su Ansaldi a solidificare certezze nel solco di un divario tra due squadre che non avrebbe meritato altra sorte all’infuori della vittoria azzurra purché netta.

Seguono l’estremo difensore friulano, per perfezione e applicazione, Demme e Di Lorenzo, i quali hanno giganteggiato rispettivamente a centrocampo e su di una fonte di gioco fondamentale del Toro di Nicola quale Ansaldi. Fluidificante argentino di ben altra caratura, relegato alla provincia del calcio da muscoli fin troppo fragili. E poi Osimhen, che al di là del gol fortunoso, conquista in fase realizzativa tutto ciò che semina senza palla, terrorizzando con la sua falcata ogni uscita palla avversaria.

3. Il Napoli e il 352 avversario

Il trittico che ha restituito al Napoli la zona Champions League – Inter, Lazio e Torino – ha, nel girone di andata, portato agli azzurri 1 pt. Nel girone di ritorno, Insigne e co. hanno collezionato 7 pt.

Gattuso ha lavorato molto bene anche tatticamente contro tre 352 affrontati in modo consecutivo in una sola settimana. Il mister calabrese si è assicurato il dominio di tutti e tre match, solleticando gli avversari alle costole. In particolare, la mossa decisiva è risultata quella di cercare l’ampiezza con un centrocampista e un’ala a metà tra la mezz’ala e il fluidificante altrui.

E quando il Napoli domina il possesso palla con la possibilità di usufruire di una punta pericolosa mette sotto il 95% delle squadre italiane.

4. Il futuro

Il Napoli vola e ora – zitto zitto – è in zona Champions a due punti dal 2 posto. Una risalita figlia del recupero degli infortunati e dallo sgombero del calendario da partite internazionali giudicate ad un certo punto – anche ragionevolmente – inutili orpelli.

Gattuso, a prescindere dal risultato conclusivo della stagione, parrebbe lasciare Napoli direzione Firenze. Sarri invece, apparso vicino a risiedere nuovamente a Napoli, ha virato bruscamente per Roma. Soprattutto i comunisti di successo frequentano i salotti di Jep Gambardella.


De Laurentiis allora di tutto risposta rispolvera dalle campagne toscane l’uomo forte dai destini forti e l’uomo debole dai destini deboli: Luciano Spalletti.
Affascina il presidente l’esperienza con cui il tecnico di Certaldo potrebbe condurre quella che è ancora tutt’ora una squadra fuoriserie.
Molto scorretto denigrare e degradare i valori tecnici di questo gruppo per giustificare due mesi di infortuni ma anche di pesanti blackout senza ancora una giustificazione degna.

5. Luciano Spalletti


Sulla sorte della operazione, nata come indiscrezione e cresciuta come notizia nelle ultime ore, inutile esprimere un’opinione, perché Spalletti è tecnico sottovalutato e dalle capacità intuitive finissime.
Risultatista ed esteta alla bisogna, fa della necessità virtù.
Tuttavia, conduce la barca in porto ma non chiedetegli di scoprire l’America.


Può rappresentare una scelta geniale quanto altra soluzione disastrosa dopo i tentativi gestionali della famiglia Ancelotti.

Massimo Scotto di Santolo

Atalanta-Napoli 3-1: Un Napoli perdente e poco kantiano

Il Napoli è in crisi di risultati da ormai un mese. La partita di ritorno della Coppa Italia, divenuto match da dentro o fuori in virtù dello 0-0 dell’andata al Maradona, poteva costituire un ottimo palliativo contro la confusione che regna sovrana a Castelvolturno. Tuttavia, una prestazione moralmente dignitosa e orgogliosa non è stata fornita, aggravando una sconfitta che ci sarebbe potuta anche stare.

1. L’antefatto della partita

Atalanta in finale. Giusto così! Gattuso annunciava che le priorità del gruppo azzurro erano altre: la qualificazione alla prossima Champions, il 4 posto in campionato. Considerando la prestazione di Genova, non pare… però in campionato ci sono, nelle prossime due, Juventus e di nuovo Atalanta. E poteva risultare comprensibile un turnover in Coppa che però non c’è stato, aggravando così la sconfitta di Bergamo, vista la presenza della migliore formazione possibile e della finale ad un passo.

Si premiava, per quanto quel tipo di calcio non ammicchi agli esteti, l’umiltà e l’utilitarismo con i quali Gattuso si prendeva lo 0-0 casalingo dell’andata contro la Dea. Conscio com’era, Rino, di poterne prendere 4 in campo aperto. Bene, ricordato che con un secondo 0-0 si andava ai rigori, Gattuso ha scelto di giocarsi fuori casa, contro una squadra da lui ritenuta al momento più forte, la partita a tutto campo.

2. Le contraddizioni di Gattuso

La sommatoria di una partita che non avrebbe dovuto contato nulla – e infatti per 45 minuti non ha contato nulla per i partenopei guardando a come l’hanno interpretata – e di un atteggiamento tattico offensivo e peranto incomprensibile ha prodotto un tempo di gioco orripilante.

Infatti, il taglio di Pessina, che all’andata assorbiva il libero della difesa a 3, laddove il mediano non riusciva a coprirlo tempestivamente, oggi è stato esiziale. Due volte a tu per tu con Ospina, due gol.

E, dunque, quel 3421 resiliente ma inefficace in quanto improvvisato avrebbe potuto rappresentare una problematica maggiore per l’Atalanta del ritorno, potendo disporre, come d’altronde si è disposto, di due punte. L’Osimhen di Bergamo, oltre all’immarcescibile Petagna, difatti è un calciatore in rapida corsa verso il rientro rispetto a quello tetro e fumoso del Maradona.

3. La partita del 2 Tempo

Poi la Coppa Nazionale, durante la pausa tra i due tempi, ha improvvisamente contato per il tecnico calabrese, forse anche impaurito del rischio di una goleada. Così Gattuso cambia tatticamente ed emotivamente la squadra. Passa da un vuoto e leggero 433 ad un arrembante 4231.

Complice il calo di concentrazione dell’Atalanta, gli azzurri segnano pure il gol della speranza, che però sta diventando una rete ripetutamente illusoria. Politano, Demme e Lobotka danno una viva scossa. Osimhen ha sul piede il gol della qualifcazione ma Gollini fa il miracolo.

L’Atalanta chiude i conti con il secondo taglio di Pessina, lasciando la solita sensazione atavica. Quella di aver concesso una potenziale rimonta, di esser andata ad un passo dal crollare sotto i colpi di un’armata brancaleone e dal rovinare quanto meritato, cioè la finale.

Eppure, l’arretramento delle linee è stata una scelta in controtendenza al credo di Gasperini e che infatti ha pregiudicato sprazzi di brillantezza orobica ma consentendo una gestione meno alternativa della gara. Esiste un tertium genus tra il perdere il conto dei gol realizzati e il crollare immeritatamente per un calcio fin troppo garibaldino. In questo caso, accettare lo sfogo avversario e nel finale chiudere un match già indirizzato.

4. I calciatori del Napoli non hanno etica.

La squadra prova a replicare ciò che il mister chiede ma le consegne tattiche e tecniche progressivamente, da tempo, appaiono confuse. E soprattutto continuano in ripetizione, sin dai momenti felici di questa stagione, i Primi Tempi tatticamente e psicologicamente mal preparati.

Conta in quest’ultimo caso, certamente, l’immaturità del tecnico ma anche un gruppo che manca di una bussola interiore, di una legge morale, la quale agisca e gestisca i momenti e le situazioni. E quando manca, questo ordine interno e convenzionale, allora l’uomo diventa meschino e il gruppo branco.

Massimo Scotto di Santolo

Gattuso è solo e il suo sfogo racconta i soliti problemi di De Laurentiis

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Dopo il raggiungimento della semifinale di Coppa Italia, le tensioni tra Gattuso e De Laurentiis restano. Lo sfogo di Ringhio nel post gara può lasciare spazio a varie interpretazioni.

Molti ascoltando lo sfogo di Rino Gattuso, hanno parlato di un uomo delirante e in confusione, a tratti imbarazzante. Ma chi vi scrive non la pensa così, anche se a tratti Gattuso ha ricordato Malesani nella famosa conferenza Mollo, non sembra un allenatore allo sbando o stressato. È semplicemente solo e incazzato per le incessanti voci che circolano. La sensazione è quella di un allenatore ormai scaricato da presidente e piazza istruita a mezzo stampa. Insomma siamo alle solite dinamiche di attrito tra De Laurentiis e il suo tecnico.

Le distanze tra i due non sembrano essere solo i risultati, anzi, ma questo rinnovo che tarda ad arrivare e questo scetticismo che si respira attorno al tecnico sembra influire sulle prestazioni della squadra. Non si sta dicendo che Gattuso è esente da colpe, ma non sembra responsabile al punto di metterlo alla gogna mediatica. Le dimissioni sembrano una cantilena imposta dall’alto un pò come il modulo quest’estate.

IL 4-2-3-1

Da quest’estate dopo l’acquisto di Osimhen, la cantilena sul cambio modulo iniziata da alcune testate voce del presidente è stata insistente. Gattuso è venuto qui con l’idea di riproporre quel 4-3-3 di cui questa squadra sembrava orfana nel periodo ancelottiano. Purtroppo però questa cosa ha creato insofferenza, specialmente da parte di De Laurentiis che sembra aver, a suo tempo, accolto l’idea del ritorno per salvare la baracca che l’anno scorso stava naufragando.

Con l’acquisto del nigeriano Gattuso si è messo al lavoro sul nuovo modulo buttandoci il sangue, come dice lui, nonostante è evidente, a lui in primis, che questa squadra fatica ad interpretarlo. Nemmeno il mercato ha aiutato ad equilibrare bene questa scelta. Se è vero che De Laurentiis aveva scelto Juric dopo il traghettamento di Gattuso, i nodi vengono al pettine. De Laurentiis si è trovato sorpreso e costretto a continuare con Gattuso anche per la stagione in corso. Questo non giova a nessuno anche perché i problemi di spogliatoio non sono risolti e un tecnico discusso dalla società e non sostenuto da un filotto di risultati, difficilmente otterrà il massimo dai suoi.

GATTUSO NON SI DIMETTE

Quando un allenatore non è mai esente da critiche, di errori tattici e di cambi sbagliati ne avrà fatti. Ma non gli si può dare torto quando trova assurdo che gli si dica di dimettersi. I risultati altalenanti, causa Covid, travolgono bene o male un pò tutte le squadre. Il Napoli resta comunque in lotta, sia per la Champions che per lo scudetto e ovviamente per le coppe. Subito dopo la partita con il Verona è stato un pò delirante sentire un famoso giornalista partenopeo invocare le dimissioni del tecnico calabrese. Ed è stato gravissimo ieri ascoltare un giornalista conduttore Rai dire in diretta che la semifinale raggiunta non è poi sto gran risultato. Su questo la società dovrebbe intervenire duramente. Invece di dare fiducia al tecnico solo di facciata e far circolare insistentemente il nome di Benitez, il giorno dopo lo sfogo.

Non è ben chiaro cosa pensi di fare Adl con l’eventuale ritorno dello spagnolo. Rafa non è più quello del 2013, potrebbe rilanciarsi qui certo e cercare di riproporre le sue intuizioni di mercato, visto che è anche in rotta con Giuntoli. Ma anche se il 4-2-3-1 è il suo marchio di fabbrica, non sembrano esserci le condizioni per ottenere risultati migliori di Gattuso, almeno in questa stagione. Tutto sembra tranne che un progetto razionale, sembra il solito capriccio di distruggere quello che lui stesso ha costruito. E questo succede quando sente oscurati i suoi meriti, questa volta anche perché Gattuso non è propio una sua scelta in prima persona.

SALVIO IMPARATO

Juventus – Napoli 2-0: Juve meritatamente campione.

L’account twitter del Napoli segnalava la copertura mediatica globale del match di supercoppa. Il calcio italiano ancora una volta ha però proposto all’intero mondo uno spettacolo per una buona ora soporifero. La partita si è decisa sugli episodi, che sono girati a favore della Vecchia Signora apparsa molto più convinta e organizzata di un timoroso Napoli. Il rigore di Insigne ha infine consegnato la partita agli annali del psicodramma sportivo.

MERITI DELLA JUVENTUS

La Juve, pur non facendo nulla di straordinario, ha giocato al calcio e vinto meritatamente il primo trofeo della stagione. Il Napoli ha peccato di timidezza e paura per 90 minuti, rispettando oltremodo un avversario forte ma battibile.

Sczesny, con due grosse parate, ha ricostituito una giustizia sportiva per quello che le prestazioni delle due squadre hanno raccontato.

Pirlo l’ha preparata molto bene, schermando alcuni giocatori decisivi del Napoli, clamorosamente venuti meno dal punto di vista caratteriale, e tallonando gli azzurri nel loro punto debole difensivo.
Infatti le spalle di M.Rui e Di Lorenzo sono state ben attaccate da Ronaldo e Kulusevsky, esattamente come le ha ben attaccate per 45 minuti – alla grande! – la Fiorentina di Prandelli con Ribery e Callejon prima dell’uno due micidiale degli azzurri.

Inoltre Pirlo fa il capolavoro soprattutto in fase difensiva, giocando a scacchi con Gattuso: si mette uomo contro uomo a tutto campo contro un Napoli storicamente in difficoltà a costruire da dietro. Gli unici due che lascia liberi sono Zielinski e M. Rui. Indirizza il possesso palla del Napoli dal lato del terzino portoghese, al quale viene tolta da Mckennie ogni linea di passaggio verso il trequarti polacco.

Schermate così bene le linee di passaggio diretta a Zielinski, che gli uomini di Pirlo si sono concessi il lusso di non prenderlo a uomo. Così facendo, Bonucci e Chiellini hanno avuto sempre la superiorità numerica nei confronti di Petagna, per l’occasione cattedrale nel deserto.

DOMANDE SENZA RISPOSTA

Gattuso non ha preparato alcunché all’infuori dell’attendismo, buttando via più di un’ora nella speranza di non prenderle.
Male la gestione dei cambi, i quali hanno dato la parvenza che fosse lui al primo anno di professionismo – e non al nono – piuttosto che Pirlo.

Ci sarebbero da porsi le seguente domande: perché Zielinski 90′ in campo?
Perché non sfruttare il mismatch sulla fascia sx, dove Bonucci scivolava in fase di possesso?
Pirlo, chiaramente, ha sfruttato la qualità di Bonucci, ben superiore a quella di Milenkovic, per replicare lo stesso giochino ben conscio che in ripartenza il passo di Insigne non avrebbe mai messo in difficoltà il difensore juventino.
Perché non mettere Lozano a sinistra, a quel punto?
Perché a Politano sono stati concessi soltanto 10′?

La percezione è che sin dal prepartita Gattuso fosse consapevole di essere finito in un doppiogioco tattico, da cui voleva tirarsi fuori puntando tutto su una difensivismo oltranzista e in virtù di una rete episodica che portasse per primo in vantaggio il Napoli. Non è andato molto lontano dalla realizzazione del piano studiato.

LE FRAGILITÀ MENTALI DEL NAPOLI

Chiuderei con un’amara sensazione: se avessimo perso in casa contro la Fiorentina, probabilmente l’avremmo giocata diversamente.
Il che deve far riflettere sullo status psico-emotivo di questa squadra.

Sento le urla dei social contro Insigne. Comprensibile non amarlo, indecoroso criticarlo per un rigore sbagliato e non per la prestazione.
Ritenere che il Napoli abbia perso la partita per l’errore dal dischetto, altrettanto miope.
I rigori li sbaglia solo chi ha le palle di assumersi la responsabilità di tirarli. Le partite le vince chi invece ha coraggio. Il Napoli non ne ha avuto mentre la Juventus si.

Massimo Scotto di Santolo

Radio1, Zeman: “Sono contento per il Napoli e Insigne” (VIDEO)

Zdenek Zeman è intervenuto nella trasmsissione di Radio1 “Un giorno da pecora. Ha parlato del calcio attuale post virus e della condizione delle squadre.

UGDP DEL 25/06/2020

E solo oggi è l'ultimo Giovedì Da Pecora della stagione! 🐑Chi c'è oggi con noi?Il ministro dell'Ambiente Sergio Costa, Andrea Crisanti, Zdenek Zeman, PUPI AVATI, Andrea Romano

Posted by Un Giorno da Pecora Radio1 on Thursday, 25 June 2020
Un giorno da pecora di Radio1, intervento di Zeman al
minuto 50

Come sto? Non male – esordisce Zeman a radio1 – sono 4 mesi che corro per evitare il virus e devo ancora correre. Non per paura, ma non vorrei prenderlo, non vorrei far parte di quel gruppo di 10 milioni di contagiati. La mascherina ormai la uso poco, ma più per non dare fastidio agli altri, perché di solito non do fastidio.

Calcio ai tempi del Covid

Il calcio di oggi? È un pò come il cibo senza sale, insipido senza pubblico. Il calcio è per il pubblico, senza di esso che spettacolo è!? La Juventus vincerà lo scudetto? Certo se la Lazio perdendo a Bergamo le da una mano si, anche gli stessi bianconeri non stanno giocando bene. Dopo tre mesi di stop crolleranno tutti durante le partite. Non hanno la condizione per mantenere i ritmi partita. Mi ha sorpreso l’Atalanta, perché a Bergamo hanno avuto più problemi per il virus per potersi allenare. Hanno meritato la rimonta contro i biancocelesti, ma se Malinovs’kyj non indovina quel tiro non so come sarebbe finita. Se ho goduto alla vittoria del Napoli in Coppa Italia contro la Juventus? Sono contento per il Napoli e Insigne che rappresenta la città.

Futuro in panchina

Per ora non mi ha chiamato nessuno, nel calcio oggi c’è troppa confusione. Spero che appena si chiarirà la situazione uscirà qualcosa, altrimenti mi troverete su una panchina del parco.

SALVIO IMPARATP

Napoli-Inter 1-1, Insigne, Mertens e Ospina come Maradona, Careca e… Zeman (VIDEO)

Napoli-Inter seconda semifinale di ritorno, di Coppa Italia, ha visto il passaggio del turno del Napoli. I ragazzi di Gattuso, soffrendo, hanno conquistato la finale contro la Juventus.

Napoli-Inter è stata una sfida più vicina ad una partita di calcio, rispetto al match del giorno prima tra Milan e Juventus. L’Inter di Conte forse più in palla e già in una condizione ottimale. Solo le prodezze di Ospina e il bel guizzo di Insigne e Mertens hanno vanificato la buona prestazione dei nerazzurri di Conte. L’azione gol del Napoli, firmata Insigne-Mertens, ha ricordato il gol della finale di Coppa Uefa del 1989. Era il match di ritorno in Germania tra Stoccarda e Napoli. Il Napoli era in vantaggio per 1-2, quando Maradona, lanciato in contropiede da Ferrara, vedendosi raggiungere dal difensore avversario Hartmann più veloce di lui, rallenta facendosi superare e difendo il pallone attende l’arrivo di Careca sul lato debole e batte il portiere Immel con un elegantissimo scavetto.

Stoccarda-Napoli 1989, il gol di Careca

La giocata di Insigne ieri è stata molto simile. Partita da Ospina, come succedeva nel Pescara di Zeman con Anania, si è conclusa più in velocità con Insigne vedendosi raggiungere da due avversari ha prontamente servito Mertens, bravo a seguirlo con i tempi giusti e facendosi trovare smarcato.

Napoli-Inter 1-1 gol Mertens assist di Insigne

Lancio del portiere per l’ala, schema targato Zeman

Il lancio di Ospina per Insigne, come già detto sopra, fa parte di una giocata che Zeman ha portato in Italia ad inizio anni 90. Si tratta di un’evoluzione delle uscite centro-lato dell’Olanda anni 70. All’epoca era il libero ad eseguire questo tipo di apertura, il portiere anche se bravo con i piedi era più deputato alla costruzione dal basso. Quindi concetto nato in Olanda, ma ripreso ed evoluto da Zeman dedicandolo al portiere per sorprendere maggiormente le difese in fase di sistemazione. Insigne lo ha ormai nel Dna.

Empoli-Pescara 2-0 2011/12 Gol Maniero asse Anania-Insigne