Corriere Dello Sport, articolo vergognoso su Zeman

Neanche il tempo di far esordire la Roma e subito la si accosta a Zeman per una rimonta subita. L’articolo più vergognoso è del Corriere Dello Sport.

Leggere il trattamento riservato a Zeman, da un certo tipo di stampa italiana, non sorprende più. Ma ammettiamolo ormai siamo stanchi di leggere il ragliare degli asini. E questo asino, penna del Corriere Dello Sport di cui non faremo il nome, ha toccato il fondo. Citare il Boemo in questo modo così sprezzante e offensivo è giornalisticamente peggio della bufala pubblicata su Sarri da Fanpage. Almeno quella è una fakenews, questa invece è una vergognosa dimostrazione di come non esista più decenza, i direttori e gli editori di una volta.

Inutile ricordare a questo “signore” la storia che rappresenta Zeman e come a sue spese abbia provato a migliorare il nostro calcio. Sul campo e fuori un rivoluzionario senza uguali, che in un paese troppo abituato alle sue pigre e arretrate abitudini è solo di fastidio. Sarebbe inutile provare a spiegargli che dopo anni di esilio è tornato a vincere un campionato di B, dopo venti anni dall’ultima sua e del Pescara, sempre con il suo calcio tacciato per superato e regalando dei nuovi campioncini alla nazionale italiana. Chissà senza di lui in quali squadre starebbero vagando in prestito in attesa di esplodere.

Sarebbe anche inutile spiegare a questa gente che l’ultimo anno di Zeman alla Roma, viste le condizioni fu positivo. Totti tornò in formissima e regalò gol e spettacolo, Lamela finalmente capì come segnare e giocare a calcio e cosa più importante, Zeman resta l’unico allenatore ad aver raggiunto una finale nell’era americana giallorossa.

Ma cosa può capire chi definisce Zeman un fantasma tragico da scacciare. Magari sapesse che a Coverciano, chi vuole imparare ad impostare una fase offensiva, studia gli schemi di Zemanlandia. Forse il Corriere Dello Sport da giornale serio avrebbe dovuto fare un articolo che sottolineasse la gravità dell’assenza Zeman in questo calcio, dove finalmente la sua mentalità si sta vedendo in tutti i campi. Nelle idee di tanti allenatori che si ispirano dichiaratamente a lui.

Quando poi serve un’opinione autorevole sono bravi a chiedergli un’intervista. Il Maestro ora ci pensi mille volte prima di rilasciare un’intervista a questo quotidiano, noi ci aspetteremmo un articolo di scuse. Zeman ne aspetta e ne merita ancora tante da parte di tanti addetti ai lavori dell’Italia pallonara.

SALVIO IMPARATO

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SARRI: “L’ITALIA SPRECA OCCASIONI, MA IL RICHIAMO È FORTE”

Maurizio Sarri esce allo scoperto, lo fa sulle pagine di Vanity Fair e liquida un po’ il personaggio dipinto dalla pagina che lo celebra e dai suoi tifosi. Un Sarri che non ti aspetti, ma che si intuiva per come ha lasciato Napoli.

RITORNO IN ITALIA

 «Per noi italiani il richiamo di casa è forte. Senti che manca qualcosa. È stato un anno pesante. Comincio a sentire il peso degli amici lontani, dei genitori anziani che vedo di rado. Ma alla mia età faccio solo scelte professionali. Non potrò allenare 20 anni. È l’anagrafe a dirlo (…) È roba faticosa, la panchina. Quando torno a casa in Toscana mi sento un estraneo. Negli ultimi anni ci avrò dormito trenta notti».

FEDELTÀ AL NAPOLI 

«I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana. La professione può portare ad altri percorsi, non cambierà il rapporto. Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? L’ultima bandiera è stata Totti, in futuro ne avremo zero».

ASPETTI NEGATIVI IN ITALIA

 «Il concetto di vittoria a ogni costo. Un’estremizzazione che annebbia le menti dei tifosi e di alcuni dirigenti – cosa che mi preoccupa di più. È sport, non ha senso. Non si può essere scontenti di un secondo posto».

SARRISMO E SOCIAL

«È un modo di giocare a calcio e basta. Nasce dagli schiaffi presi. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Non solo nel calcio. Io dopo una vittoria non so gioire. Chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni. Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti. Mio nipote mi fa leggere la pagina facebook Sarrismo e Rivoluzione. Si divertono, io sono anti-social, non ho nemmeno whatsapp».

LA POLITICA

 «Nel calcio ci si schiera poco. Per non trovarsi qualcuno contro. La mia estrazione è nota. Papà era gruista all’Italsider di Bagnoli. Mio nonno era partigiano, salvò due aviatori americani abbattuti dai nazisti, li tenne in casa per due mesi. È normale che avessi certe idee, oggi la politica non mi interessa più. Vedo storie di una tristezza estrema. Da lontano l’Italia è un posto che spreca occasioni».

ALLENARE CAMPIONI

 «Esistono squadre medie di grandi giocatori o grandi squadre di giocatori medi. Io lavoro su questo. Il fuoriclasse è quello a disposizione della squadra, altrimenti è solo un bravo giocatore. Siamo pieni di palleggiatori fenomenali. Pure ai semafori. Il divertimento è contagioso se collettivo. Se ti diverti da solo, in 5 minuti arriva la noia».

SENZA LA TUTA

«Se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. A me fanno tenerezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili. Mi fanno tristezza, sinceramente».

SUPERSTIZIONI 

 «Ne ho meno di quelle che mi attribuiscono. Ho smesso di vestire solo di nero. Mi è rimasta l’abitudine di non mettere piede in campo, dentro le linee dico, finché la partita non è finita. Prima o poi abbandonerò pure questa: già in certi stadi le panchine son dalla parte opposta degli spogliatoi e il prato devo calpestarlo per forza. Quando cominci a vincere, le scaramanzie finiscono».

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Zeman: “Aspetto la chiamata giusta, divertirò ancora”

L’occasione è una cena di compleanno per i 72 anni del Maestro Boemo Zdenek Zeman, che si concede ad un’ampia chiacchierata alla Gazzetta Dello Sport.


L’occasione è festeggiare con qualche giorno di ritardo il compleanno: la carta di identità recita 72, portati alla grandissima. Zeman regala la mitica smorfia con le labbra e rifà i conti: “Io me ne sento 40, non di più”. Quando sei a cena con “Il mister” devi mettere in conto due cose. La prima è essere interrotti continuamente per foto, autografi e strette di mano cui si concede sempre con grande disponibilità. La seconda è che la cena si divide sempre in un primo tempo al coperto, e un secondo (dolce, caffé, amaro) in un tavolino all’aperto, perché la sigaretta chiama. E non fa differenza se è una serata di maggio che pare novembre. “Che faccio? Tiro palline… (traduzione, gioco a golf, ndr) e vedo calcio, anche se mi diverte poco. E aspetto la chiamata giusta. Le tre quattro ricevute quest’anno non lo erano”. 

Come è stata questa stagione vista da fuori?

“Brutta, dice con sincerità Zeman, perché in 50 anni sono stato fermo poche volte. In più non è stato un anno di grande calcio in Italia. Tra le cose positive la Nazionale che sta cambiando mentalità”. 

La lotta scudetto è finita presto.

“Sono otto anni che finisce prima di cominciare”.

Come giudica la stagione di Ronaldo?

“Un po’ peggio di quella di Quagliarella”. 

Mister… 

“È un campione. Ma il salto di qualità della Juve non c’è stato. Senza Ronaldo aveva raggiunto due finali di Champions”. 

Da chi si aspettava di più?

“Forse dal Napoli di Ancelotti, ma aprire un nuovo ciclo non è facile. L’Inter si ritrova a lottare fino all’ultimo come l’anno scorso. Ha costruito poco. Mi aspettavo un calcio migliore”. 

Cosa è successo alla Roma? 

“Troppe cose non hanno funzionato. A partire dalla campagna acquisti, non mirata. Mi è dispiaciuto per Di Francesco ottimo ragazzo e tecnico. Se prendi uno come lui poi devi seguire le sue indicazioni. Ma oggi i tecnici contano poco”.

Dopo Totti la Roma ha salutato anche De Rossi 

“Capisco la delusione dei tifosi, ma cerco di capire anche il club. Un giocatore che ha dato 18 anni alla Roma meriterebbe di decidere lui quando smettere. Ma il calcio di oggi non lo permette. Mi spiace che De Rossi abbia fatto con me la peggior stagione della sua carriera: non so ancora se per colpa mia o sua”. 

Cosa salva del campionato?

“L’Atalanta, che gioca il calcio più europeo di tutte. La Coppa Italia della Lazio, la salvezza di Spal e Bologna. Mihajlovic ha cambiato mentalità alla squadra: con lui ha giocato sempre per vincere”. 

Si aspettava quattro inglesi nelle finali di Coppa?

“Le inglesi hanno mentalità offensiva, giocano per fare un gol in più. E il loro campionato è più bello e divertente. Qui è l’opposto. Si gioca per non prenderle”

In Premier le prime 5 hanno tecnici stranieri: merito loro?

“Il contrario. Gli allenatori si adattano al calcio inglese. Se vediamo una vecchia partita del Barcellona e una oggi del City giocano un calcio diverso. La grandezza di Guardiola, il più bravo di tutti, è adattare la sua filosofia ai tornei in cui va”. 

E Ten Hag con l’Ajax?

“Continua nel tracciato del grande Ajax, dove lanciano talenti. Ha idee e la possibilità di esprimerle. Oggi pochi allenatori hanno idee”. 

Nulla di nuovo in Europa?

“A livello tecnico e tattico no. Ma la conferma che le squadre che vogliono proporre qualcosa, alla fine vanno avanti”. 

Si è riproposta la divisione tra risultatisti e giochisti…

“E lo chiede a me? Un allenatore deve cercare di far divertire la gente. I risultati sono la conseguenza di quello che proponi. Chi gioca bene a lungo andare vince”.

Cosa pensa dell’idea della Superchampions?

“Che questo piano ammazzerebbe i campionati. È una corsa solo ai soldi ma il calcio per me è la passione della gente che può assistere alle partite. Trovo giusta la protesta dei club contrari”. 

Quanto è difficile nell’era dei social entrare nelle teste dei giocatori? 

“È molto più difficile. Ho cominciato che la squadra era una famiglia, si stava insieme, oggi il calcio è uno sport di 11 individui. Ognuno si fa gli interessi propri”. 

Cosa pensa degli staff tecnici così allargati?

“Sono una esagerazione. Un allenatore non deve demandare troppo, ha lui il dovere di sapere tutto ciò che c’è da fare in campo”.

Il suo Lecce è tornato in A , il suo Palermo invece è retrocesso in C…

“Sono contento per la piazza di Lecce che vive di calcio. Sul Palermo ci sarebbe da parlare due giorni”. 

È un suo cruccio non averlo allenato?

“Sì. Sono sempre stato convinto che avrei finito la mia carriera lì dove la cominciai da ragazzo…”.

Aspetta una nuova panchina?

“Passione, voglia e testa sono le stesse. Le mie idee e il mio calcio ancora moderni. Sei anni fa dissi che ero avanti 20 anni: resto in vantaggio di 14”. 

Quando le candeline costano più della torta si cominciano a fare bilanci… Qual è la cosa più importante nella vita? E cosa la spaventa?

“La propria salute e quella di chi hai vicino. E di conseguenza mi spaventa la malattia. Ho vissuto in questi ultimi anni il dramma di mio figlio Andrea che ha affrontato con coraggio una grave malattia. In quel momento in cui hai paura che il corso della natura si stia rovesciando, nulla ha più un senso. Ogni certezza si sgretola. È stato uno shock di cui parlo solo ora perché si è risolto abbastanza bene. Ma solo chi ha vissuto qualcosa di simile può capire sensazioni, il vuoto, il male dentro che niente può attenuare finché le cose non tornano al loro posto”. 

Guardando indietro ha rimpianti? Cambierebbe qualcosa? 

“Non potrei farlo anche volendo. Ho commesso errori, confessa Zeman, ma chi non ha mai fatto cose di cui si è pentito? Sciocchezze però rispetto alla vita globale. Ho vissuto la mia come volevo e se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede. C’è solo una ferita mai rimarginata, ma non per colpa mia…”. 

Quale?

“Nell’estate del 1968 da Praga venni a Palermo con mia sorella per passare le vacanze con mio zio Čestmír Vycpálek. Scoppiò l’insurrezione politica che portò alla Primavera di Praga. E nella notte fra il 20 e il 21 agosto ci fu l’invasione sovietica. Rimasi in Italia senza poter tornare: per venti anni non ho più rivisto la mia famiglia. Venti anni senza ricordi. Non mi mancano coppe e scudetti, mi mancano quei 20 anni”. 

E cosa chiede al futuro?

“La salute dei miei familiari e altri 20 anni per me. La carriera dipende da chi chiama ma spero ancora di ricevere l’affetto degli sportivi, il riconoscimento per quello che sono riuscito a dare e dire alla gente”.

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Gasperini:“Spero che una donna rivoluzioni il calcio come Zeman e Sacchi”

Giampiero Gasperini è stato ospite d’onore in occasione della presentazione del nuovo libro di Luigi Garlando. L’evento si è svolto presso la libreria “Fantasia” in Borgo Santa Caterina di Bergamo.

RAPPORTO CON I GIORNALISTI

“Il rapporto coi giornalisti è cambiato – spiega Gasperini- perché sono tantissimi. Impossibile o quasi coltivare rapporti personali. Un tempo erano pochi e fidati, si faceva amicizia e si andava a cena. Si sapeva cosa scrivere o cosa no. Adesso si va a caccia di gossip e scoop, si spara magari la polemica con un titolone on line: anche per questo chiudo spesso gli allenamenti alla stampa.Quando un giornalista dà un brutto voto, dà spesso la colpa all’allenatore perché ha schierato quel tal giocatore fuori ruolo. Stando a sentire i miei, non leggono le pagelle, ma ci credo poco”.

ZEMAN E SACCHI

“Il calcio è bello perché ognuno lo può vedere a modo suo. Io le donne vorrei sentirle parlare di tattica. Non serve aver giocato a calcio per praticarlo: Zeman e Sacchi sono stati due rivoluzionari in panchina senza averlo praticato ad alti livelli. Mi piacerebbe che qualche donna rivoluzionasse in qualche modo il nostro mondo”.

PARTITA CONTRO IL MILAN. 

“Contro il Milan ci siamo sentiti molto bene, ma alla fine eravamo arrabbiati per il risultato. Una buona partita dando tutto lascia comunque soddisfazione. La partita più bella? Eeeeeeeeehhhhhh”.


MESTIERE DEL MISTER

“Per me il mestiere più bello è l’allenatore, forse quello del calciatore lo è ancora di più. Ma uno comincia per passione, perché si sente predisposto. Se fai una cosa che ti piace, finisci per farla bene. Per allenare ci vuole pazienza, credibilità presso i giocatori, saper mettere la squadra in campo”.

COPPA ITALIA E DI FRANCESCO

“Alla Coppa Italia ci credo io e ci crede tutta l’Atalanta. Faremo di tutto per vincerla. Quando mi espellono non è una cosa bella, ma ogni tanto ci casco e non do un bell’esempio. È un punto su cui lavorare. L’esonero invece riguarda l’allenatore ma è una sconfitta per tutti. Ho sentito di Di Francesco, mi è dispiaciuto: per lui deve essere un momento di grande delusione. Come essere bocciati a scuola. Ma gli altri che gli sono intorno non lo ha messo in condizione di essere promosso”.

IL PUBBLICO DI BERGAMO

“A Bergamo il pubblico regala affetto e tante emozioni, a me cori e attestati di stima ovviamente inorgogliscono. Ma la parte maggiore dei meriti è dei giocatori, sono gli Ilicic e i Gomez che costruiscono gioco e ti fanno vincere. A Bergamo mi è capitato di sentire tifosi allo stadio un po’ confusi. ‘Guarda l’Inter come gioca bene’. Risposta: ti sbagli, quella è l’Atalanta”. 

GIOCATORI MIGLIORI

“Spingiamo tutti per Zapata domenica. Ci speriamo! I migliori? Per qualcuno Ilicic, per altri Gomez o Zapata. Vedete come è difficile fare classifiche? Come le pagelle.. A me danno tanti meriti sui giovani, ma il talento è cosa loro. Non penso di poter loro trasmettere qualcosa che hanno già. Ciò che posso fare è conceder loro fiducia, per aiutarli a esprimersi al massimo delle loro possibilità”.

LA SVOLTA

All’inizio, appena arrivato a Bergamo, ero vicino all’esonero. Mi arrabattavo su come far giocare bene la squadra, che in apparenza giocava male ma non era neanche così vero. C’era il Napoli da affrontare, le mie scelte erano come un problema di matematica. Abbiamo vinto come tutti sapete ed è lì che è iniziata la svolta”.

SALVIO IMPARATO


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Coppa Italia. Napoli-Sassuolo, Ancelotti con il 4-2-3-1

Coppa-Italia-Napoli-Sassuolo

Per gli ottavi di finale di Coppa Italia va in scena al San Paolo la sfida Napoli-Sassuolo.

Ancelotti, per la sua prima partita di Coppa Italia con il Napoli, schiera il solito 4-4-2, che con gli interpreti schierati sembra più un 4-2-3-1. Diawara e Ruiz mediani, Ounas trequartista dietro alla punta Milik e Callejon ed Insigne ai lati.

DOVE VEDERE NAPOLI-SASSUOLO IN TV E STREAMING

La partita Napoli-Sassuolo sarà trasmessa in diretta su Rai 1. La gara di Coppa Italia sarà visibile anche in streaming attraverso la piattaforma Rai Play.

FORMAZIONI UFFICIALI NAPOLI-SASSUOLO

NAPOLI (4-4-2): Ospina; Hysaj, Maksimovic, Koulibaly, Mario Rui; Callejon, Diawara, Fabian Ruiz, Ounas; Milik, Insigne.

SASSUOLO( 4-3-3): Pegolo; Lirola, Magnani, Peluso, Rogerio; Locatelli, Sensi, Duncan; Berardi, Boateng, Djuricic.

SALVIO IMPARATO

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