Roma-Liverpool, scontro verticale che rispetta le attese

Il secondo e ultimo atto di questo grande confronto è stato all’altezza del primo sotto praticamente tutti i punti di vista, confermando in larga parte le aspettative che ci eravamo creati alla vigilia dell’andata di Anfield e la lettura tattica, tecnica ed emotiva che avevamo pronosticato.

I tredici gol complessivi realizzati nel computo dei 180 minuti permettono a Roma e Liverpool di entrare nella storia della Champions: in nessun’altra semifinale di questa competizione si era segnato così tanto. Merito delle idee e della consapevolezza sia di Di Francesco che di Klopp, le cui squadre hanno affrontato il doppio impegno tenendo fede con grande coraggio ai rispettivi princìpi di gioco, alla verticalità e all’intensità che avevamo preannunciato. L’altra faccia della medaglia, figlia dei pericoli a cui puoi esporti nel momento in cui perdi la compattezza sul campo e non riesci a mantenere le distanze giuste, ha investito entrambe le squadre, ferendo però più gravemente la Roma nella partita d’andata. Il 3-4-3 scelto da Di Francesco e la conseguente parità numerica dietro contro Salah, Firmino e Manè, senza coperture ed eventuali raddoppi in campo aperto, ha spalancato le porte al tridente più prolifico della storia della Champions (non l’unico record stabilito dalla squadra di Klopp in questa stagione europea) e fatto pendere prepotentemente l’ago della bilancia in favore dei Reds. Impressionante il dominio esercitato dal Liverpool nella parte centrale del match, dal punto di vista tattico e atletico: un’ora abbondante di gioco in cui gli uomini di Di Francesco sono sembrati in balìa degli eventi e in totale confusione, incapaci di ingranare la marcia degli avversari e di tener testa a ritmi forsennati e quasi insostenibili se legati all’energia e al calore trasmesso allo stesso tempo da uno degli stadi più belli del mondo. La sensazione è che gli interventi tardivi di Di Francesco sull’assetto tattico e la reazione positiva che la squadra ha avuto nel finale, complice ovviamente anche un calo fisiologico del Liverpool, abbiano condannato anzitempo una squadra che nella gara di ritorno ha dimostrato di potersela giocare ampiamente alla pari contro un organico probabilmente anche inferiore, fatta eccezione ovviamente per i tre davanti.

La partita dell’Olimpico è stata interpretata in maniera decisamente migliore, facendo inoltre registrare l’incasso più alto di sempre per una squadra italiana, in campionato e in coppa (altro record di questa doppia sfida). Di Francesco ha accantonato saggiamente lo schieramento del match d’andata che tanto era stato decisivo contro il Barcellona, tornando al 4-3-3 con Fazio e Manolas centrali, Florenzi e Kolarov bassi, e Juan Jesus probabilmente ancora stordito dalla sciagurata prestazione di Anfield in panchina; Pellegrini a centrocampo prende il posto dell’indisponibile Strootman mentre in avanti Schick viene preferito ad Under con El Shaarawy in grande forma sulla sinistra e ovviamente Edin Dzeko punto di riferimento. Le premesse della gara di ritorno viravano su una Roma conscia degli errori gravissimi commessi a Liverpool e preparata ad affrontare il match con idee tatticamente più chiare. Il problema vero, quello che poi ha effettivamente condannato i giallorossi, era la quasi impossibilità di poter giocare una partita con tutti gli accorgimenti del caso mantenendo compattezza e intensità per tutti i 90 minuti, senza concedere campo ai tre fulmini offensivi e senza perdere lucidità e freschezza dal punto di vista mentale. Sono stati due errori della Roma, infatti, a permettere alla squadra di Klopp di segnare i gol necessari a compensare una prestazione non brillantissima sul piano dell’intensità, decisamente insufficiente dal punto di vista difensivo, ma comunque abbastanza matura se consideriamo l’età media della rosa e l’esperienza complessiva dei giocatori in Champions League; la sensazione è che in alcuni casi i Reds, avari anche del solito ossigeno, abbiano provato a congelare senza successo i possessi e le situazioni, non affondando il colpo come sempre in momenti in cui sembravano poterci essere le condizioni. La catena di sinistra della Roma ha giocato una grande partita ed è stata la più attiva in fase di costruzione: la posizione molto alta delle mezzali giallorosse impegnava Milner e Wijnaldum lasciando tantissimo spazio a Kolarov per ricevere e iniziare l’azione e ad El Shaarawy per rifinirla e creare superiorità numerica in avanti; Klopp ha provato a invertire senza successo Firmino e Salah prima e Milner e Wijnaldum poi per cercare di dare supporto al solo Alexander Arnold chiamato a fronteggiare entrambi e per questo motivo in grandissima difficoltà per tutta la durata del match. (Lo stesso classe 1998 era stato invece il migliore in campo contro il Manchester City, annullando quasi totalmente Leroy Sanè). Sulla fascia opposta invece Robertson è stato decisamente all’altezza della situazione, sovrastando sia l’evanescente Schick che Florenzi in alcuni tratti, mostrando una resistenza e un atletismo incredibili. Se è vero che le sviste arbitrali hanno giocato un ruolo non di secondo piano, (l’introduzione della VAR in campo europeo e in competizioni in cui sono spesso i dettagli a fare la differenza è assolutamente necessaria), è anche vero che il passaggio del turno da parte del Liverpool non è stato immeritato. Dopo il Borussia Dortmund, Jurgen Klopp riporta in finale di Champions League anche il Liverpool, a undici anni dall’ultima volta, con due soli veri fuoriclasse, Firmino e Salah, divenuti tali però grazie al suo lavoro, senza nessun ricambio a centrocampo per via degli infortuni di Lallana, Oxlade-Chamberlain ed Emre Can, e con nessuna stella dalla cintola in giù: l’arrivo di Van Dijk sta pagando comunque fior di dividendi, in termini di personalità, fisicità e capacità di guidare una linea difensiva che dà l’impressione di poter prendere gol da qualsiasi squadra nel momento in cui gli automatismi tattici vengono meno e i ritmi si abbassano normalizzando il valore assoluto di alcuni singoli. L’allenatore tedesco meriterebbe di raccogliere finalmente tutto quello che è riuscito a seminare e costruire nella sua carriera e a lasciare nella testa e nella memoria di praticamente tutti i calciatori che ha allenato, ma la mistica che aleggia attorno al Real Madrid e alla sua terza Champions consecutiva appare un avversario veramente durissimo, quasi più del Real stesso.

GIOACCHINO PIEDIMONTE

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