Paganese-Foggia 1-4. Zeman e la folle bellezza della ragione

Bisogna essere matti o sin troppo razionali per preferire un apparente anonimo turno infrasettimanale di C all’ottavo di finale di ritorno dell’ultima formazione italiana rimasta in Champions.

Serve essere profondamente razionali o sin troppo matti per togliere dal campo a poco più di mezz’ora dalla fine, con un risultato da recuperare, il centravanti sul quale si fonda gran parte del potenziale offensivo di una squadra, avvicendandolo con colui che, dal momento in cui ha messo piede a Foggia, ha rappresentato per il pubblico un oggetto misterioso o poco più. 

Ferrante fuori, dentro Turchetta con la Paganese appena passata in vantaggio con un tiro di Tommasini, poco più di un passaggio al portiere, sul quale l’estremo difensore stesso (il rientrante Alastra, out da novembre) si infortuna e non può intervenire. Un film già visto allo Zaccheria, quando fu Volpe ad essere infilato da Matteo Brunori, centravanti del Palermo, per il gol che valse ai rosanero il provvisorio 1-1. 

Non sappiamo se Zdenek Zeman ci ha visto, prima degli altri, un revival. Ma se cabala e razionalità estrema sono concetti che vanno a braccetto, si può dire che il 4-1 finale, oggi come allora, era scritto nella pietra. Un risultato, quello maturato sull’erba del “Marcello Torre” di Pagani, che porta in tutto e per tutto la firma di un uomo che si avvia a gonfie vele verso i 75 anni, che oggi come a Cinisi non conosce il concetto di copertura preventiva. Non stiamo parlando di campo, figuriamoci! Ma sfidiamo chiunque, a Foggia e dintorni (eppure dovrebbero conoscerlo bene), a non aver quantomeno strabuzzato gli occhi quando sul tabellone luminoso dei cambi è apparso il numero 9 di Alexis Ferrante. Quel cambio lo fa solo chi di fischi, pernacchie e insulti non se ne importa una cicca di Marlboro light. 

Eppure il vecchio stregone sa il fatto suo. E non basta affidarsi ad un corso/ricorso favorevole per vincere le partite. Magari aiuta – senz’altro! – ma le partite vanno lette. E se parliamo di una gara in cui l’unico limite palesato da un Foggia in controllo è stato il non riuscire a variare le soluzioni offensive dalla trequarti di campo in su, cercando sin troppo insistemente un Ferrante tornato dopo Picerno in gran forma, ecco che occorreva variare tema. Turchetta va a destra, a costruire calcio attraendo gli avversari sul proprio lato, Merola si accentra trovando terreno più congeniale per sè e per le sue caratteristiche.

A sinistra si formano praterie per gli inserimenti e partono i fuochi d’artificio: Nicolao, bum! Rocca, bum-bum! In tre minuti, ribaltata partita e inerzia. Finito il dovere, inizia il piacere: un monologo rossonero di triangoli, attacchi alla profondità ed inserimenti dentro ed alle spalle della linea difensiva di un avversario impotente, in attesa di un triplice fischio che per i rossoneri aveva il sapore del richiamo di una mamma che urla perchè è pronta la cena, con un “Uffà!” di controcanto a sugellare il momento.  

Non sappiamo se di svolta si tratta. Questa squadra, dal punto di vista tecnico, ha dei limiti. Limiti compensati dalla profonda funzionalità di alcuni elementi al modo di fare calcio di Zeman, dalla caparbietà di altri e della volontà del resto di una truppa che ha da sempre marciato compatta, caratterizzandosi per una continuità di risultati interrotta solo dal Covid. Tre sconfitte consecutive in gare in cui si faticava a mandarne in campo undici. Tre gare che hanno determinato la classifica attuale, che poteva essere differente e con prospettive ancor più rosee in vista di un rush finale dal profumo di Primavera. Sono aspetti che avrebbero dovuto essere chiari, ma i feedback social, temperatura di un ambiente che cambia idea su tutto non da una domenica all’altra, ma da un minuto all’altro, ne impongono un memento. 

Se il Vegliardo stia costruendo il capolavoro finale è presto per dirlo. Troppe cose dovrebbero girare nella giusta direzione e i segnali (striscione della Curva Nord dello Zaccheria su tutti) non lasciano presagire nulla di buono. Ed in questo contesto che a fare la differenza dovrebbe essere, prima ancora delle programmazioni, la chiarezza delle intenzioni su quanto andrebbe fatto e come. 

Intanto ci sono almeno sei partite. Gustiamocele piano piano. Del doman non c’è mai certezza.

PAOLO BORDINO

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