Dio è morto! Il 2020 si porta via anche Maradona

Un pensiero personale sull’icona Diego Armando Maradona, oggi dichiarato morto. Riposa in pace, Diego.

1. Perché Diego Maradona?

Non ho mai visto dal vivo giocare Diego Armando Maradona. Sono un ragazzo napoletano nato nel 1993, ben due anni dopo l’addio di Maradona a Napoli. D’altronde tanti appassionati di calcio, napoletani, argentini e non sono stati impossibilitati a godere del suo calcio, del suo spettacolo sportivo. Questo giorno però è divenuto un momento di lutto globale.

È possibile spiegare un attaccamento anche così indiretto, postumo, da parte di chi avverte il bisogno di condividere il proprio dolore per la morte di una persona, di un atleta, del quale non hanno potuto trattenere per sé un pezzo della sua icona né visivamente né fisicamente?

2. Don Peppino

È possibile, perché immaginate un bambino neanche ancora adolescente, figlio di genitori separati, affidato alla propria madre e convivente sin dalla propria nascita con i nonni materni, in cerca d’identità trovarla proprio in una vecchia VHS. E beh sì, quel bimbo che dopo la scuola o il campo estivo, finiti i compiti e non ancora abbastanza grande per aggirarsi da solo con gli amici per la strada o per i campi di calcio, trascorreva i pomeriggi accanto al nonno ammalato ma resiliente.

Questo nonno, che lo chiameremo come lo chiamavano gli amici Peppino, aveva avuto trascorsi amatoriali nel calcio: direttore sportivo della Puteolana di professione; sarto per hobby. Avrebbe potuto, Peppino, durante gli ultimi vagiti della seconda guerra mondiale, fare il salto nel calcio che contava. Scartando la fame e le macerie, si era segnalato nel Quartiere per la bravura calcistica. Così la chiamata ufficiosa della Primavera partenopea, rigettata per la volontà della mamma: o studi o lavori ma a pallone di professione non giochi.

Peppino, non piegato dalla delusione dell’occasione perduta, si riciclò tifosissimo del Napoli. In quanto fumatore accanito l’improvviso quanto inevitabile infarto gli impedì successivamente di provare forti emozioni. Smise così di seguire le partite di un Napoli ormai in contrazione di risultati rispetto a quello degli scudetti. Questo non gli impedì di raccogliere cimeli in pellicola sull’ultimo Napoli che i suoi occhi allo stadio e le sue orecchie alla radio poterono ascoltare, quello di Diego Armando Maradona.

3. Perché in te vedo le mie radici


Avendo quotidianamente ad un palmo di naso quel bimbo, pensò di imbevere del vento di passione calcistica, che animava il suo spirito, il nipote così timido e introverso, quasi spaventato dalla vita. Prima, quando le gambe ancora gli consentivano di camminare, lo instradò alla pratica del calcio giocato.

Poi, progressivamente, potendo trascorrere le giornate soltanto in poltrona, lo accoccolò al suo fianco per raccontargli la storia della SSC Napoli e mostrargli in televisione le gesta del più grande di tutti, per l’appunto Maradona, e l’effetto che le sue imprese sul campo con la maglia azzurra ebbero sulla gente di Napoli.

E quel bimbo, che sono io, vide crescere a poco a poco un albero al centro del proprio sistema emozionale, rappresentato dal calcio e dal suo Re Artù, Diego Armando Maradona. Il quale, a questo punto, rappresenta le radici che ho sempre cercato e che nella sua icona ho spesso ritrovato, a partire dall’idea che non si potesse essere felici se non giocando a calcio. Che per assomigliargli, dotato come sono di statura minuta e tozza ma anche di capelli ricci, fosse il caso di portarli lunghi.

Anche perché poi risuonavano le parole di Don Peppino, la persona da cui tutto è partito, che giocando con me a recitare il ruolo di spettatore e io di calciatore che inscenavo la serie A in salotto urlava “Ma stu guaglione ten e cosc e Maradon”.

4. E ti vengo a cercare

Quindi, per rispondere, insomma, alla premessa domanda di partenza, cioè come sia possibile che Maradona coinvolga nel dolore e nel lutto persone che non lo hanno visto giocare, né lo hanno conosciuto, la risposta è che in Diego, ritroviamo, per parafrasare un suo collega artista, Franco Battiato, le nostre radici.

L’orgoglio, il sogno, la passione, l’azzurro di cui grondo… la meridionalità che come lui avverto contro le discriminazione razziale e territoriale subita al suo stesso modo sulla mia pelle; infine, l’illusione che Robin Hood possa nel calcio come nella vita rubare ai ricchi per dare ai poveri. Io nel frattempo sono diventato grande, quasi adulto, ho abbandonato quel portamento adolescenziale, accolto purtroppo una visione anche disillusa dell’esistenza, finanche pensando fosse il caso discostarmi da un personaggio così novecentesco ed eccessivo.

Pur tuttavia, di tanto in tanto, mi lascio inondare in modo quasi febbrile, da quella determinazione, emotività, cocciutaggine e orgoglio infantile che proprio davanti a quelle cassette maturava. Ero piccolo e immaturo ma avevo molta meno paura di quanto ne abbia oggi della vita, dei suoi ostacoli e dei lupi con cui talvolta devi confrontarti. Non a caso, secondo me, la più grande giocata di sempre di Maradona non è stata la rete del secolo rifilata all’Inghilterra, quando divenne per tutti barillete cosmico, piuttosto la sua capacità di togliere a chiunque le paure di dosso: ai suoi compagni di squadra, alle città affaticate dalle criticità e anche a me.

Come Dio, in conclusione, in grado di illuminare gli altri senza che l’autoreferenzialità di questi ultimi e del mio racconto su Diego, rispettivamente umani e limitati, potessero mai oscurare la sua luce. Ecco chi era Maradona… una lampadina che oggi pomeriggio si è spenta sulla nostra testa ma alzandola noteremo sempre accesa in cielo la sua stella.

Massimo Scotto di Santolo

Verdone fa 70, auguri al grande artista romano e zemaniano

Carlo Verdone compie 70 anni. Il grande artista, perché chiamarlo comico sarebbe riduttivo, è grande tifoso giallorosso e amante di Zeman.

Ci ha regalato tante risate, personaggi istrionici e grandi film Caro Verdone. Possiamo dirlo a grande voce, ha fatto cultura e molte scene dei suoi film e anche molti scketch sono entrati nel nostro immaginario collettivo. Prima di raccogliere una serie di scene epiche per celebrare Carlo, ricordiamo a chi non lo sapesse che il pupillo di Sergio Leone era un grande amante di Zeman e di lui disse:

«Io voglio solo divertirmi, come quando andavo all’Olimpico con mio figlio. Questo e nient’altro voglio, è chiaro?».

Che intende, signor Verdone?

«Con Zeman la mia Roma non deve vincere lo scudetto. Mi basta che la gente vada allo stadio e torni felice. Senza annoiarsi».

Insomma, con il ritorno del maestro è tutto rosa e fiori?

«Lo dicevo due anni fa, quando ancora non aveva fatto l’exploit di Pescara e in tanti se l’erano dimenticato. Noi abbiamo sempre avuto bisogno di Zeman, anche da un punto di vista atletico: il boemo lo puoi odiare, ma tutti corrono con lui. A fine stagione sono a pezzi, ma hanno corso fino all’ultima partita. Non come quest’anno»

«Sono tornato a frequentare l’Olimpico grazie a Zeman».

Un Sacco Bello, a casa “Brega” (1980)
Un Sacco Bello Pronto Soccorso (1980)
Bianco Rosso E Verdone, nonna (1980)
Bianco Rosso E Verdone, il pneumatico (1981)
Bianco Rosso E Verdone, lo sfogo di Ametrano (1981)
Borotalco, l’incontro con Manuel Fantoni (1982)
Borotalco, Brega e le olive greche (1982)
In Viaggio Con Papà, grande coglionen (1982)
La Farmacia Notturna (1982)
Acqua E Sapone, scene con Sora Lella (1983)
Acqua E Sapone, na cosa de chiesa (1983)
Acqua E Sapone, questo cristo (1983)
I Due Carabinieri, Margareth M. (1984)
Troppo Forte, flipper (1986)
7 Chili in 7 Giorni, arrivo dei pazienti (1986)
Compagni De Scuola, Er Patata alla festa sbagliata (1988)
Il Bambino E Il Poliziotto, il vecchio a mare (1989)
Maledetto Il Giorno Che Ti Ho Incontrato, messaggio ad Adriana (1992)
Maledetto Il Giorno Che Ti Ho Incontrato, supermercato (1992)
L’ Amore E’ Eterno Finché Dura, sto premio Nobel, sto stronzo (2004)
L’ Amore E’ Eterno Finché Dura. stato civile veneto (2004)
Il Mio Miglior Nemico, al pronto soccorso (2006)
Il Mio Miglior Nemico, problemi di erezione (2006)
Il Mio Miglior Nemico, l’Audi (2006)

SALVIO IMPARATO

Tg3 Leonardo, nel 2015 già si parlava del pericolo coronavirus (VIDEO)

Ci è pervenuto un video del 2015 del Tg3 Leonardo, in cui informava di un supervirus creato in laboratorio. Il pericolo ci era già stato presentato.

Il video sembra essere originale del Tg3 Leonardo del 2015.

Nel video si parla di un supervirus creato in Cina, un virus polmonare a scopo di ricerca ottenuto unendo un coronavirus con il virus della Sars.

Sono numerose le proteste degli scienziati, preoccupati per questo innesto pericoloso. Il virus preso dai pipistrelli e modificato ed è capace di contagiare la specie umana, senza dover passare per una specie intermedia. Nel finale il servizio recita con scetticismo:

“L’eventualità che il virus possa trasmettersi all’uomo, senza passare per una specie intermedia, ad esempio il topo, sta creando varie polemiche. Già un anno fa (2014 n.d.r.) il governo U.S.A. aveva sospeso i finanziamenti alle ricerche che puntavano a rendere i virus più contagiosi. La moratoria non aveva, però, non aveva fermato il lavoro dei cinesi sulla SARS, che era già in fase avanzata e non si riteneva fosse cosi pericoloso. Secondo una parte del mondo scientifico di fatto non lo è, perché le probabilità che passi alla specie umana, sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici della ricerca. Un ragionamento che molti altri esperti bocciano. Primo perché il rapporto tra rischio e beneficio è difficile da valutare. E poi perché, specie di questi tempi, è più prudente non mettere in circolazione organismi, che possano sfuggire o essere sottratti, al controllo dei laboratori”.

SALVIO IMPARATO

sarebbero irrilevanti rispetto al valore della ricerca

Covid-19, il video della simulazione fatta ad ottobre 2019

Nell’ottobre 2019, uno dei più quotati e ascoltati Centri Studi, il CSIS, aveva ipotizzato e previsto lo scoppio di una nuova pandemia da coronavirus nei minimi dettagli molti simili allo scenario del Covid-19

Samuel Brannen, a capo del Risk and Foresight Group del CSIS, e Kathleen Hicks, vicepresidente senior del CSIS e Direttore dell’International Security sono i coordinatori dello studio.

Nell’ottobre 2019, hanno convocato un gruppo di 20 esperti in salute globale, bioscienze, sicurezza nazionale, in risposta alle emergenze. Un gruppo di discussione per lavorare su ciò che sarebbe accaduto se una pandemia globale avesse colpito improvvisamente la popolazione mondiale. La malattia al centro dello scenario era un coronavirus nuovo e altamente trasmissibile.

Gli esperti hanno analizzato il modo in cui gli americani e la comunità globale se la sarebbero cavata. In che modo la pandemia avrebbe stressato risorse, burocrazie e relazioni internazionali. La simulazione ha mostrato come il mondo è cambiato in modi che rendono molto più difficile contenere le malattie. Alcuni degli errori che alimentano la sua diffusione sono già avvenuti nell’attuale epidemia.

Evoluzione dell’epidemia simulata

Si è ipotizzato che un virus creato da un laboratorio di ricerca è stato rilasciato per la prima volta in Europa. Il coronavirus nello scenario si è diffuso in modo molto simile al virus di oggi, saltando tra i Paesi attraverso i viaggi aerei internazionali, causando problemi non solo per i loro sistemi sanitari, ma per economie e leader politici.

L’epidemia immaginaria si diffonde rapidamente, con un tasso di mortalità del 3,125% (secondo l’Organizzazione mondiale della sanità circa il 3,4% dei casi riportati di COVID-19 è deceduto) dall’aeroporto di Berlino Tegel a una serie di destinazioni internazionali di collegamento. Un individuo infetto ha trasmesso il virus mentre transitava dall’aeroporto tedesco. Quindi proseguendo per l’aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York e viaggiando verso diverse destinazioni aggiuntive nell’area di New York, continuando a trasmettere il virus. 

Nei tre mesi successivi alla sua prima trasmissione da uomo a uomoall’aeroporto di Tegel, il virus immaginario si è diffuso rapidamente in Europa, Nord America, Nord-est asiatico e Medio Oriente.
Quello che segue è praticamente quanto sta di fatto accadendo adesso. I governi iniziano adottare misure a breve termine per cercare di rallentare la diffusione, come i divieti di viaggio e la chiusura delle frontiere.

DIVIETI POCO EFFICACI

Divieti ben poco efficaci nel rallentare la diffusione del virus. Infatti quando quelle misure sono state adottate il virus aveva già iniziato diffondersi. In primis attraverso corridoi aerei internazionali e un’ulteriore trasmissione da uomo a uomo. Come per il COVID-19, il coronavirus simulato era trasmissibile prima che i portatori mostrassero sintomi gravi, quindi le autorità, come sta accadendo, si sono ritrovate spiazzate.

MISURE DI CONTENIMENTO

Nel video il gruppo si interroga su come tamponare l’emergenza economica e la pericolosa circolazione di fake news. Addirittura si ipotizza la chiusura di Internet per evitare la diffusione del panico incontrollato.

Molti, secondo il CSIS, gli elementi che la simulazione ha prodotto e che possono essere utili per affrontare COVIN-19.

In ambito economico e sanitario le azioni preventive sono fondamentali. La cooperazione a livello nazionale e internazionale tra governi, aziende, lavoratori e cittadini è importante prima che la crisi scoppi.  Un virus non conosce confini, come abbiamo già visto con l’epidemia del mondo reale. Uno stress come una pandemia aumenta la sfiducia tra i Paesi. Nel mezzo delle tensioni commerciali, della crescente ingerenza di un Paese nella politica interna di un altro e delle crescenti tensioni militari nei punti caldi di tutto il mondo. Organizzazioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono sempre più prese dimezzo, incapaci di svolgere la loro funzione neutrale prevista . 

STATI E COMPETIZIONE

Gli Stati sono in competizione l’uno con l’altro anziché cooperare. Ignorano la natura intrinsecamente transnazionale della minaccia, mentre cercano di minimizzare gli aspetti negativi per le loro popolazioni, economie e partito al potere. Nello scenario simulato, queste tensioni internazionali hanno inibito la condivisione delle informazioni. Proprio come abbiamo visto inizialmente dalla Cina con COVID-19 e come sta accadendo in Europa.

COMUNICAZIONE E DISINFORMAZIONE

La comunicazione su un substrato di fiducia è vitale. Come la necessità di messaggistica coerente e fonti attendibili di informazioni. Un ingrediente fondamentale per affrontare le pandemie è l’ordine pubblico. Obbedienza a protocolli, razionamento e altre misure che potrebbero essere necessarie. Oggi la fiducia del pubblico nelle istituzioni e nei leader è fragile. Colpevole anche la disinformazione scientifica.

Non è necessario guardare oltre il movimento antivaccinazione per vedere come la disinformazione può effettivamente compromettere gli obiettivi di salute pubblica. Essa è particolarmente dannosa in un paese già in crisi. Sia che sia esterna o di stato, porta nel popolo sfiducia nei propri governi. In questo scenario sarà vitale il settore privato. In possesso della più alta innovazione scientifica per i vaccini.

CONCLUSIONI

Le conclusioni alle quali giunge il CSIS al termine dello scenario sono preoccupanti. I leader semplicemente non prendono la salute abbastanza seriamente come un problema di sicurezza nazionale. Affermazione sostenuta guardando agli Stati Uniti, ma non solo. C’è anche una debolezza a livello globale.

Esistano organismi dedicati al coordinamento globale, come l’OMS. Ma i Paesi danno la priorità alle considerazioni internein tempi di crisi. A scapito del coordinamento e della collaborazione internazionale. Anche all’interno dell’Unione Europea, i Paesi prendono le proprie decisioni indipendenti in risposta a un’epidemia. Vediamo già crescenti attriti dalle chiusure delle frontiere e dai divieti di viaggio alle restrizioni all’esportazione dei medicinali.

“Il nostro – affermano Brannen e Hicks, «non è stato il primo scenario pandemico a sollevare seri interrogativi sulla forza del sistema sanitario globale. Il Johns Hopkins Center for Health Security ha sviluppato un esercizio pandemico particolarmente eccezionale, Clade X. Purtroppo questi avvertimenti non sono stati presi abbastanza sul serio”

I leader si affrettano a reagire all’epidemia in corso, rimanendo incapaci di prevenire la prossima. Rincorrere le crisi ha un costo sbalorditivo in vite e dollari. Nella crisi attuale verranno spesi decine se non centinaia di miliardi di dollari. Ma poco di quel denaro affronterà le questioni di fondo e la preparazione alla prossima pandemia.

Bollettino ISS, sale a 6 il numero di decessi per coronavirus

È online il bollettino ufficiale dell’Istituto Superiore Di Sanità. I decessi per coronavirus, senza patologie pregresse, è di 6 persone.

Ecco il link del bollettino

La tabella, recita il bollettino, presenta le più comuni patologie croniche pre-esistenti (diagnosticate prima di contrarre l’infezione) nei pazienti deceduti. Questo dato è stato ottenuto in 481/3200 deceduti (15.0% del campione complessivo). Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione è di 2.7 (mediana 2, Deviazione Standard 1.6). Complessivamente, 6 pazienti (1.2% del campione) presentavano 0 patologie, 113 (23.5%) presentavano 1 patologia, 128 presentavano 2 patologie (26.6%) e 234 (48.6%) presentavano 3 o più patologie.

All’interno del bollettino linkato nella foto, anche il numero di contagi e decessi per regione.

SALVIO IMPARATO

Ilaria Capua: “Fondamentale la distinzione tra morti “per” o “con” Coronavirus”

Interessante intervista alla famosa virologa Ilaria Capua, che non solo si sofferma sulla differenza fondamentale dai decessi “per” o “con” coronavirus, ma sulla connessione tra tecnologia e comunicazione moderna, forse responsabile, attraverso media e social network, alla diffusione del panico e la corsa agli ospedali.

Lei è stata una delle prime, in un’intervista rilasciata in gennaio, ad attirare l’attenzione sulle conseguenze economiche e sociali del coronavirus. “Questa sarà un’epidemia che costerà tantissimo” scriveva. Dando già per probabile che si sarebbe arrivati alla pandemia globale, come confermato dall’OMS oltre un mese dopo, lei anticipava il rischio di una quarantena forzata per gran parte della popolazione, di un blocco dei servizi essenziali e di un’interruzione della catena di distribuzione alimentare. Era tutto già scritto?

L’esperienza delle precedenti pandemie bastava – afferma Ilaria Capua – a immaginare questo scenario. Tuttavia si tratta di fenomeni che toccano una tale quantità di sfere, da quelle naturali a quelle sociali, con innumerevoli ramificazioni, che per affrontarli un approccio interdisciplinare è fondamentale. Io l’ho acquisito attraverso un percorso professionale atipico: prima da virologa, successivamente da parlamentare, e infine da direttrice di un centro di studi interdisciplinare in Florida. Nel mio libro Salute Circolare mi ero precisamente concentrata sugli squilibri globali che rendono sempre più probabili simili scenari. In un certo senso, questa pandemia la stavamo tutti aspettando.

Come si spiegano allora i tentennamenti e i continui cambi di strategia da parte dei governi?

La pandemia ha mostrato alla luce del sole l’assoluta impreparazione dei governi occidentali: sono situazioni in cui non si può discutere di ogni scelta, ci vuole una catena di comando chiara e questo non significa adottare il modello cinese ma far funzionare più efficacemente il nostro. Il panico sui mercati è stata la logica conseguenza.

Il problema è la lentezza del nostro sistema?

Al contrario questa emergenza ha rivelato che è il vero punto di fragilità del sistema è la sua velocità. Attraverso le infrastrutture di comunicazione siamo riusciti ad accelerare (e quindi a trasformare qualitativamente) dei fenomeni che prima mettevano millenni ad accadere. Pensiamo al virus del morbillo: non era altro che una mutazione della peste bovina che si è trasmessa all’essere umano quando abbiamo iniziato ad addomesticare la mucca. Il morbillo ha invaso il mondo camminando, a piedi. Pensiamo all’influenza spagnola, che un secolo fa ci ha messo ben due anni per diffondersi. Questa volta invece sono bastate un paio di settimane. Un virus che stava in mezzo a una foresta, in Asia, è stato improvvisamente catapultato al centro della scena, passando da un mercato in cui venivano radunati animali provenienti da aree geografiche molto diverse. Siamo noi ad aver creato l’ecosistema perfetto per generare spontaneamente delle armi biologiche naturali.

Insomma le infrastrutture della globalizzazione funzionano come un ripetitore epidemico, un amplificatore di ogni minimo rischio biologico.

Esattamente. Nel ciclo naturale, se pure il virus usciva dalla foresta andava a finire in un villaggio di cento persone e lì esauriva il suo ciclo di vita. Noi stiamo vivendo un fenomeno epocale, ovvero l’accelerazione evolutiva del virus. La tecnologia è troppo veloce per quello che la biologia è in grado di assorbire.

A proposito di ripetitori epidemici, qui si pone un interrogativo persino più spinoso: ovvero il ruolo che possono avere avuto le strutture sanitarie nella diffusione del virus.

Di fronte alla catastrofe attualmente in corso in Lombardia, con i suoi elevatissimi tassi di contagio e di letalità rispetto agli altri focolai, è urgente porsi la domanda. Che cos’è successo a Codogno, a Bergamo, a Brescia? In questa fase possiamo soltanto fare delle ipotesi. Io credo che ci siano dei fattori, che ancora non conosciamo, che possono favorire la diffusione e la permanenza del virus, eventualmente legati alle strutture ospedaliere. Esistono esempi precedenti: il virus SARS 1 era circolato attraverso la condotta dell’aria dell’Hotel M a Hong Kong. Oggi noi dobbiamo essere certi che il coronavirus non sia entrato negli impianti di aerazione di edifici vetusti.

A Bergamo e Brescia è anche la letalità a sembrare completamente fuori norma.

Anche la letalità potrebbe essere legata a diversi fattori ancora da studiare. Si possono fare infinite ipotesi con criteri epidemiologici: caratteristiche demografiche (età e sesso), qualità dell’aria, resistenza agli antibiotici, abitudini alimentari, comportamenti… Una spiegazione si deve trovare.

E se così non fosse?

Se la Lombardia non fosse un caso eccezionale, se dopo Milano allo stesso ritmo dovessero cadere Roma e Parigi e Londra e tutte le altre città, allora avremmo a che fare con una catastrofe di proporzioni gigantesche, persino più grandi di quelle con cui ci stiamo confrontando ora. Per quello abbiamo bisogno di capire cosa sta succedendo.

Lei hai più volte insistito sulla necessità di studiare i rapporti dei patologi sulle cause di decesso. Qui si entra in considerazioni che hanno importanti risvolti politici e geopolitici, ma anche affettivi. Pensiamo al modo differente in cui vengono conteggiati i morti tra Italia e Germania: da una parte ascrivendo alla lista dei caduti da Coronavirus ogni paziente risultato positivo al test indipendentemente da ogni patologia pregressa, dall’altra facendo figurare le altre patologie come causa diretta del decesso. Nel dibattito pubblico italiano sembra quasi che porsi delle questioni metodologiche costituisca una mancanza di rispetto per le vittime.

C’è sicuramente una strumentalizzazione che rende più difficile affrontare la questione a mente fredda. Ogni morte è una tragedia. Ma noi stiamo cercando di gestire una pandemia, ovvero evitare altre morti, e ogni decesso rappresenta delle informazioni preziose. Quindi sì, distinguere tra morti “da” coronavirus o “in associazione” al coronavirus è necessario. Che possano nascere delle polemiche su questo è molto grave. Noi dobbiamo fare queste distinzioni perché ci aiutano a verificare delle ipotesi. Quello che sta accadendo in Lombardia, ripeto, deve essere chiarito. La questione dei criteri di reporting dei casi è fondamentale: abbiamo bisogno di dati armonizzati a livello nazionale, europeo, mondiale. Altrimenti brancoliamo nel buio.

Se appare plausibile ritenere che alcuni pazienti abbiano contratto il virus in ospedale, possiamo dire che la paura del virus ha avuto un ruolo nella sua diffusione?

È una delle ipotesi da prendere in considerazione. Se c’è stata una corsa agli ospedali questa non ha certamente migliorato la situazione. Da tempo con il mio centro di ricerca stiamo proprio lavorando sull’influenza dei media (e nello specifico delle fake news) nella diffusione delle malattie. Ci siamo interessati alla peste suina africana, che se dovesse diffondersi per spillover al circuito industriale sarebbe una catastrofe economica, e abbiamo osservato come il dibattito nei media influenza i comportamenti della popolazione, producendo talvolta degli effetti perversi. Un’epidemia è un fenomeno sociale oltre che biologico e dobbiamo chiederci cosa fanno i media al coronavirus. Per ora sappiamo che producono molti cosiddetti “worried healthy” che assumono comportamenti disfunzionali. Ma nel momento in cui cominciano a emergere fake news sui virus creati in qualche laboratorio militare segreto, come si è visto in rete, si pone ancora un ulteriore problema: quello della delegittimazione degli scienziati visti come untori.

Lei conosce bene questo genere di fenomeni perché ne è stata vittima in prima persona, a causa di un caso mediatico-giudiziario che l’ha spinta ad abbandonare il parlamento e il paese. A leggere gli elementi d’indagine riportati dalla stampa si notava una spaventosa ignoranza sul funzionamento della scienza, trasfigurata in “complotto”.

In effetti ho vissuto sulla mia pelle quello che succede quando la giustizia “non capisce” la scienza. E stata una grande sofferenza perché mi ha portato ad abbandonare quella che era la mia passione originaria e a ricominciare da capo qui in Florida. Ma volendo essere ottimisti, possiamo sperare che la crisi che stiamo vivendo cambierà anche questo. Il coronavirus è un cigno nero che stravolgerà il rapporto tra scienza e società, il modo di lavorare, il modo di comunicare. Ora dobbiamo essere pronti a quello che verrà. Forse ci sarà un riavvicinamento alla scienza, che è una delle cose per la quale mi sono più battuta negli ultimi anni con l’One Health Center.

Questa crisi è appena iniziata. Possiamo già dire se si poteva reagire altrimenti?

Si poteva arrivare più preparati ma sfido chiunque a dire che tutto questo poteva essere previsto nella sua estensione. Stiamo vivendo un grandissimo esperimento evolutivo. Ma siamo ancora noi la specie animale in cabina di pilotaggio, non possiamo chiedere al lombrico di venire a risolvere i nostri problemi. Non c’è dubbio che di tutto questo conserveremo i segni più nella coscienza che nei corpi.


ISS, Brusaferro: “Letalità del coronavirus, senza patologie pregresse è allo 0,8%”

Durante l’odierna conferenza del presidente dell’ISS, c’è un nuovo aggiornamento dei dati sulle cartelle esaminate.

La comorbilità, la coesistenza di piu’ patologie diverse in uno stesso individuo, e’ uno “degli elementi importanti”. Elemento che si riscontra nelle persone che sono decedute. Lo dice il presidente dell’Istituto Superiore di Sanita’ Silvio Brusaferro nella conferenza stampa nella sede della Protezione civile.

Tra le persone decedute “il 48,5 per cento ha tre o piu’ patologie, il 25,6% ne ha due, il 25,1% ha una patologia, mentre solo lo 0,8% ha zero patologie”.

Questi dati precisano l’ultimo bollettino del 16/03/2020 sul sito dell’Iss (Istituto Superiore Di Sanità). In cui la letalità su 1697 soggetti deceduti, complessivamente è stata segnalata almeno una comorbidità. Cioè quelli con una sola patologia pregressa, nel 68,3% dei casi. Patologie cardiovascolari, patologie respiratorie, diabete, deficit immunitari, patologie metaboliche, patologie oncologiche, obesità, patologie renali o altre patologie croniche.

SALVIO IMPARATO

Video Zeman: “Spero che il calcio femminile vada sempre più avanti”

Le reali parole di Zeman riprese in questo video da canale 50. Come ha detto anche Alessia Tarquinio in un suo Tweet “non sempre carta canta”.

Titoli creati ad hoc per ricevere traffico di click ce ne sono ormai migliaia. Li usano ahimé anche testate autorevoli senza pudore. Non è grave per loro essere attaccati dalla controinformazione o sbugiardati da un video, purtroppo senza adeguate sanzioni o licenziamenti questo fenomeno non si estinguerà.

Salvio Imparato

Foggia ancora sogna Zeman. Ennesimo striscione per il ritorno del Boemo

Zeman-Foggia-Striscione

Oggi a Foggia è stato il giorno della presentazione del nuovo DT Ninni Corda. Un gruppo di tifosi foggiani ha esposto foto di Zeman e uno striscione invocandone il ritorno. Inoltre distribuiti volantini allo stesso e Corda e al nuovo patron Felleca, con i 10 motivi validi per riprendere il Maestro. Ecco il volantino e le parole di Luca Carnevale, capogruppo e autore di questa proposta.

1) Spettacolarità del gioco
2) Mentalità vincente
3) Entusiasmo e stadio pieno
4) Valorizzazione giocatori
5) Portatore di alti valori etici e morali 6) Virtuosità gestione economica
7) Grande risonanza mediatica
8) Rapporto speciale con Foggia
9) Lealtà e genuinità nei rapporti umani
10) Personalità con forte fascino e carisma

“Oggi c’era la presentazione del direttore tecnico del Foggia, Ninni Corda. Io e un gruppo di tifosi abbiamo fatto questo ultimo tentativo disperato, per cercare di dare un’idea al presidente, molto difficile ma non del tutto impossibile”

Come è andata?

“Poi abbiamo distribuito i volantini davanti allo stadio ai tifosi passanti, ai giornalisti in sala stampa, a Felleca e a Ninni Corda. Il retro è quello che abbiamo inviato a voi, mentre il fronte è un volto del maestro normale con la scritta un grande vecchio per un calcio giovane pulito”.

Perché lo ritenete un tentativo disperato?

“Perché è praticamente impossibile. Però resta l’ultimo estremo tentativo per cercare di lanciare l’idea di rivederlo a Foggia, dopo credo sia praticamente impossibile in quanto il maestro ha 72 anni”.

Corda e Felleca come hanno reagito?

“Il presidente ha letto tutto il volantino e ha sorriso. Non era un gesto di scherno, poi è arrivato Corda che ha chiesto di avere un volantino. L’ha letto seriamente con la testa china senza nessun commento.”

SALVIO IMPARATO

Luciano De Crescenzo: “Nessuno può insegnarci ad amare Napoli”

Era la festa scudetto del Napoli, il primo tricolore degli azzurri. Gianni Minà chiamo sul palco l’ingegnere filosofo Luciano De Crescenzo.

L’indimenticato intervento di De Crescenzo

“Io più che della squadra,vorrei parlare del pubblico, lo so che corro il rischio di essere retorico. Pochi giorni fa l’Ajax ha vinto la Coppa Delle Coppe ed è successo di tutto ad Amsterdam, hanno fatto centinaia di milioni di danni, hanno rotto macchine, rotto tutto. Perché noi napoletani invece ci siamo comportati bene? Perché abbiamo voluto dimostrare il nostro amore, noi amiamo la nostra città, io voglio bene a Napoli ‘e capit!?, lo so che so retorico, ma io amo Napoli.

E allora dico una cosa, io amo Napoli, voi amate Napoli che era la città più bella del mondo, ora non lo è più, ma la possiamo far diventare la più bella perché non abbiamo bisogno di nessuno che ci insegni come amarla, ma dobbiamo comportarci come ieri allo stadio!».

Un ricordo vivido, vissuto in diretta a soli 12 anni con sofferta gioia e anche speranza, grazie alle parole di quest’uomo, all’umorismo di Troisi con il suo scherzoso – «Festeggiate, ma non lasciate il gas e l’acqua aperti» – e quella fantastica squadra. Tutti uniti in quella che poteva sembrare una nuova alba per Napoli e i napoletani. Addio professor Luciano De Crescenzo.

SALVIO IMPARATO