Italia-Svizzera 3-0: azzurri da tripla doppia

L’Italia di Mancini gioca talmente bene al calcio che sembra un club. Un team in grado di vincere soltanto di tre a zero in tre a zero. La contemporaneità e la freschezza degli azzurri riporta alla mente la nazionale del mondiale italiano del ’90. Che siano tornate le notti magiche? O è una nostalgica, benché dal finale amaro, rivisitazione di un tempo che fu come in un film di Virzì?

1. Due Italia a confronto

Durante i mondiali del ’90, i ragazzi di Valcareggi furono sospinti da una Italia borghese e benestante, che si godeva liberamente allo stadio Olimpico la propria competizione internazionale e sosteneva, con una torcida elegante ma appassionata, calciatori giovani, ricchi, forti e famosi. Una nazionale azzurra anche all’epoca pensata su di un calcio offensivo. Senza fuoriclasse affermati ma in rampa di lancio. La solidità e l’esperienza affidata dal ct dell’epoca al reparto difensivo.

Quella squadra nazionale rappresentava un Paese profondamente diverso: pieno di opportunità da Nord a Sud. Per un attimo apparve veramente per una sola volta unito. Milano era da bere ma Napoli era tornata capitale della politica, della musica e dello Sport. Napoli campione d’Italia nel calcio e nella pallanuoto; Caserta campione d’Italia nel Basket. I soldi del post-terremoto, non senza scandali, alimentavano una economia fallace ma sul breve periodo efficiente. Dal punto di vista politico, il Sud grazie ai suoi membri della Dc ( partito ancora in piedi prima dell’imminente Tangentopoli) vantava vessilli in tanti Ministeri e posti di prestigio istituzionali.

L’Italia del Mancio dal canto suo, invece, sembra in missione: risollevare il morale ad una Nazione falcidiata dal covid, dalla disillusione e dalla disoccupazione. Il calcio così codificato, intenso ed emotivo degli azzurri ha anche l’arduo compito di rendere più popolato di com’è lo stesso stadio Olimpico la cui capienza è ridotta causa Pandemia dei tre quarti.

2. Italia – Svizzera

Una superiorità attesa, quella italiana, che si è confermata sul campo. A nulla è servita l’esperienza laziale del ct svizzero Petkovic per arginare, attraverso una conoscenza diretta e approfondita del nostro calcio, la scioltezza con cui l’Italia sta sbrigando i match di questo Europeo.

La partita contro la Svizzera sembra immediatamente porsi nella direzione giusta grazie al tap-in vincente del capitano Chiellini su calcio d’angolo d’Insigne. La rete è giustamente annullata per fallo di mano del difensore juventino, che dopo pochi minuti esce per infortunio muscolare. Il futuro dell’Italia all’Europeo dipenderà anche dalle condizioni fisiche. L’infermeria è già piena: Chiellini, Florenzi e Verratti. La panchina dell’Italia abbassa il valore della squadra titolare.

Anche il 3412, proposto dagli elvetici per cercare un uomo contro uomo a tutto campo e vincere la partita imponendo supremazia negli scontri individuali, non ha sortito effetto. L’Italia ha perfezionato l’uscita da dietro. E con lucidità, per tutto l’arco della partita, ha trovato sempre esiziali uno contro uno a campo aperto degli attaccanti italici contro i difensori svizzeri. E come contro la Turchia, Berardi salta il rispettivo marcatore e stavolta a metterla dentro è la felice sorpresa in ascesa professionale Manuel Locatelli.

3. Manuel Locatelli

Man of the match: Manuel Locatelli. Ragazzo di belle speranza della cantera milanista, sbolognato dai rossoneri dopo non aver confermato le iniziali e strabilianti premesse. Il che racconta tutto della poca lungimiranza da cui è afflitto questo Paese.

De Zerbi, allenatore ideologico ma preparato ed espatriato addirittura in Ucraina per non abdicare al suo credo calcistico, ha trasformato il demoralizzato Locatelli in un perfetto centrocampista box to box. Abbina la mezz’ala sassolese regia e supporto alla manovra. Sembra Hamsik benché manchi dei gol dello slovacco; reti che però ora pare stia iniziando a siglare a partire dalla sua esperienza in Nazionale, alla quale ha già donato una doppietta.

Infatti anche il secondo gol dell’Italia ha la firma di Locatelli, che trafigge il portiere svizzero con un tiro preciso da fuori. La passiva difesa svizzera, onde evitare imbucate alle spalle, ha progressivamente accomodato il baricentro della linea a 5 sulla linea dell’area di rigore, lasciando spazio ai frombolieri azzurri. Oltre a Locatelli, anche Ciro Immobile ha così avuto il tempo di prendere la mira e segnare il terzo e ultimo gol della vittoria italiana ai danni della Svizzera.

4. Quali prospettive?

Mancini si è concesso anche un cambio modulo sul risultato di due a zero per l’Italia. E’ passato ad un 352 per fronteggiare una Svizzera che nonostante le difficoltà, in contropiede, era riuscita nel secondo tempo ad impegnare, seppur per una sola volta, severamente Donnarumma. All’interno di questo nuovo schieramento ha ancora di più impressionanto lo spirito e la verve di Di Lorenzo, che pur mancando della tecnica di Florenzi rappresenta puntuale sbocco per la manovra.

Se l’Italia dovesse trovare anche flessibilità tattica entro principi di gioco ormai collaudati, allora la prospettiva potrebbe risultare interessante, al netto di ciò che i campioni di cui le altre nazionali sono dotate intendono lasciare all’Italia stessa. Al momento l’unico modo con cui si può realmente mettere in difficoltà la squadra del Mancio sono le ripartenze profonde alle spalle dei terzini. Il prossimo avversario, mediocre, il Galles da questo punto di vista rappresenta ottimo test.

I gallesi vantano decatleti sulla delantera del valore di Bale, Ramsey e James. Propongono una difesa altrettanto bassa come quella turca e svizzera ma molto più dedita alla battaglia. Gioca, il Galles, alla britannica e cioè con una certa qual risolutezza nel vivere dentro la propria area di rigore e nell’accettare di giocare soltanto su contrasti e seconde palle.

Infine, la sfida con il Galles è nel frattempo divenuta utile per il primato del girone. L’Italia ha due risultati su tre. E perchè no, anche la volontà di migliorare le statistiche che la riguardino: 29 partite da imbattuta e sette clean-sheet consecutivi per Donnarumma. Numeri che obiettivamente sembrano non poter spaventare soltanto la Francia di Deschamps.

Massimo Scotto di Santolo

Turchia – Italia 0-3: dov’è la vittoria?

L’Italia del Mancio, all’esordio casalingo in questo Europeo itinerante e già passato alla storia perchè macchiato dal covid-19, ha offerto gol e spettacolo.

1. Notti magiche?

La Turchia dell’allenatore leggenda Gunes, che portò i turchi fino alla semifinale mondiale nel 2002, è apparsa fin troppo difensivista e rinunciataria. Il muro eretto è durato 45′, complice una Italia tesa ed imprecisa. Poi il goffo autogol dello juventino Demiral ha dissolto in polvere di stelle pressioni e paure. L’Italia così ha dilagato.

E per molti italiani che ancora stoicamente serbano spirito patriottico, la notte di Roma in un Olimpico di nuovo popolato dal tifo è sembrata come una di quelle notti magiche e tipicamente romane: così nere da sporcare le lenzuola oppure da passare in centomila in uno stadio!

– Doveroso il piccolo omaggio ad un poeta bolognese e alle sue sere dei miracoli dal momento che la Virtus Bologna ha schiantato ieri sera, nella finale scudetto del campionato di basket, l’Armani Milano per 4 vittorie a 0, benché i virtussini non siano ben accetti nella Superlega del Basket mentre i modaioli milanesi sì -.

Ma come spesso è accaduto nella storia del calcio italiano, le stelle erano sparite non solo perché concentrate in campo ma anche perché una cortina di fumo denso e tossico ha oscurato la bellezza del gioco della Nazionale di Mancini e dei coraggiosi calciatori azzurri tra principianti in erba e ottimi calciatori in cerca di consacrazione.

2. Riflessioni amare ottenebrano sulla Nazionale

Fa piacere, infatti, che l’Italia tutta si sia accorta ora, dopo 3 anni, del fatto che Mancini abbia mutuato il gioco di Sarri, due degli innumerevoli registi di cui godeva in quel Napoli Maurizio – Jorginho e Insigne (sì quelli che con Ventura e Conte non dovevano vedere campo) – e abbia fatto bingo.

Tuttavia, è proprio questo che infastidisce della Nazionale Italiana, cioè che al momento stia difendendo ed esaltando un movimento, tra scandali arbitrali e presidenti protervi, marcio fino al midollo.

Tale marciume è calcisticamente ben rappresentato dall’ipocrisia di Mancini, il quale qualche anno fa chiedeva la radiazione di Sarri per un insulto omofobo e ora invece ne copia principi e strategie. Chi si accoderebbe al credo di un omofobo se fosse dotato di dignità e orgoglio?

Fa però sempre ribrezzo veder da chi è onerato del racconto di questa Nazionale non riconoscere ad un pionere (Sarri) la sua lungimiranza. Come se l’Olanda negasse che il suo calcio sia nato dal duopolio: Happle e Michels. Come se il Barcellona negasse all’impronta immaginifica di Cruijff il merito dell’ascesa del club in ambito europeo. E la timidezza con cui durante il post partita Sky un decano del giornalismo italiano, Paolo Condò, pavidamente annuisce al corretto paragone che Piccinini compie tra la coppia Spinazzola-Insigne e Ghoulam-Insigne è oleograficamente riassuntivo di quanto si sta dicendo.

3. La damnatio memoriae di Zemanlandia

Altrettanto raccapricciante, per altri motivi stavolta, è la damnatio memoriae a cui è stato sottoposto Zeman, il quale ha fornito alla nazionale italiana terzino destro, mezz’ala, trequartista e punta centrale: Florenzi, Verratti, Insigne e Immobile.

In un’altra Nazione sarebbe celebrato come che ne so… Ragnick, eminenza grigia del calcio tedesco, padre spirituale della Germania pallonara contemporanea. E invece niente, nulla! Tutto ciò per colpa di una testimonianza in Tribunale contro dei cialtroni che ancora rovinano il pallone.

4. La Federazione spieghi

La Federazione può spiegare esattamente quali valori questa Nazionale del Mancio segue? L’irriconoscenza tecnica e professionale nei confronti di chi non si è piegato, a differenza di Vialli e Mancini, alle logiche del Potere calcistico? Oppure la salute di un movimento che al momento Report sta picconando in tutte le sue contraddizioni?

E sul rigore non fischiato agli azzurri per il braccio largo di Celik, chi non ha pensato a tutti i tifosi italiani che domenicalmente subiscono torti arbitrali del genere e poi nel post partita devono anche sentirsi la nenia sul regolamento o la predica sulla cultura dell’alibi.

L’Italia farà bene, molto bene, perché gioca un gran calcio nato altrove, molto lontano da Coverciano… sarà divertente infine sentire, laddove non dovesse vincere l’Europeo, i processi sul bel giuoco che alla resa dei conti non paga.

Stavolta non ci saranno, perché l’alibi ad hoc è già stato creato: ci sono Nazionali più forti! Perché questa legittima giustificazione fu derubricata a sindrome del perdente per Sarri e Zeman?

Caressa giura che “siamo una macchina da guerra”… dopo 5 anni di assenza dell’Italia da una competizione per Nazioni e dopo 11 anni di astinenza dei club italiani da una vittoria in campo internazionale, mi verrebbe da concludere: Quante certezze, Fabio, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo!

Massimo Scotto di Santolo

Luciano Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli

Spalletti è il nuovo allenatore del Napoli ed è già partito ufficialmente il treno dello scetticismo partenopeo.

1. Una Napoli depressa

Il tecnico di Certaldo al momento non scalda i cuori quasi di nessuno, neanche di chi si concede barlume di lucidità e aggiunge il fatidico cliché: “lasciamolo lavorare”. Anche perché con il lavoro Spalletti ha costruito una carriera senza picchi fantasmagorici ma anche priva di rovinose cadute. Continuità di risultati è il must di Luciano!

Alle falde del Vesuvio è ancora fresca la bruciatura della mancata qualificazione Champions… non passa lo scoramento perché inquietanti restano le modalità della debacle. Il demone della sconfitta umiliante e inspiegabile svilirebbe per ora anche l’operazione Guardiola al Napoli. Qualcuno parlerebbe (a ragione) di specchietto per le allodole.

2. La carriera di Luciano

Cercando di fare un passo attimino oltre, per poter dare giusta conformazione all’operazione Spalletti, bisogna fare un confronto con gli altri allenatori in gioco: Il tecnico di Certaldo sarebbe il 3° tecnico della serie A per trofei vinti in carriera dopo Mou e Allegri. Rispetto al primo, Spalletti dall’alto dei 61 anni registra un andamento recente molto più continuo. Se il portoghese sembra non beccarne più mezza, il tecnico toscano raramente ha raggiunto traguardi inferiori alle attese e ai valori della squadra guidata.

Ed è qui che subentra ulteriore elemento utile a circostanziare meglio il fenomeno Spalletti, spesso velocemente derubricato a perdente. Spalletti, almeno in A, non ha mai guidato la formazione più forte. Udinese, Roma e Inter non hanno mai fornito possibilità tecniche per un trionfo che non assumesse connotati dell’impresa. In realtà, a volerla dire tutta, in Italia bisogna risalire ai tempi di Roma e Lazio per trovare uno scudetto vinto da un outsider… e anche in quel caso che outsider.

Spalletti, quando ha avuto a disposizione squadra da titolo, ha vinto. Sì in Russia ma ha vinto. Poi ognuno dà il peso che vuole alla geografia dei trofei. E non si biasima chi soppesa coppe e medaglie in base al luogo in cui vengono vinte. Tutt’altro.

3. il modulo di Spalletti

Un altro fattore rende quantomeno logica la scelta di Spalletti da parte di De Laurentiis. Ossia il tecnico ex Inter, ormai fermo da due anni, è un cultore del 4231, anzi, ne è stato importatore in Italia. Ed è un modulo da cui non si può prescindere se si vogliono valorizzare i 100 mln che il Napoli ha speso per acquisire le prestazioni di Osimhen – simile a Icardi molto meno a Totti: i due punteri più famosi del 4231 di Spalletti, visto che Luciano ha esaltato Dzeko in un 3412 – e Lozano. Spalletti dunque garantirebbe continuità tattica e di lavoro.

Il tecnico toscano, l’ennesimo della gestione De Laurentiis, porta in dote anche una modulistica flessibile: ricorrente nella sua carriera la proposta della difesa a 3. Quasi mai 352, molto spesso 3421 o 3412. Modulo, quest’ultimo, con il quale ha collezionato a Roma il record di punti in una singola stagione di serie A.

4. L’impostazione del gioco

In realtà, il numero perfetto del tre, per un uomo quale Luciano aspirante al vitruviano ma con in volto la maschera macchiettistica di Marco Messeri, è strtuttura geometrica imprescindibile per la sua prima costruzione. Uno dei due terzini compone la difesa a 3. L’altro invece è deputato a dare ampiezza insieme al centrocampista di fascia opposto.

I due mediani devono proporsi per ricevere palla dal terzetto difensivo. Mentre sulla linea della trequarti devono agire due calciatori di qualità, destinati ad imbeccare la punta se quest’ultima attacca la profondità; altrimenti, uno dei due rifinitori deve avere gamba, intuito, senso tattico e feeling con il gol per saper attaccare le spalle dell’attaccante se quest’ultimo predilige venire a giocare incontro.

5. Di cosa ha bisogno al Napoli

Al Napoli Spalletti ha un puzzle quasi completo a prescindere dal mercato. Di Lorenzo interpreta molto bene il ruolo di terzo difensore in fase d’impostazione. Manca, chiaramente, il terzino sinistro che dia un’ampiezza di qualità. Dovrà arrivare dal mercato. Politano e Lozano, invece, sono destinati ad interpretare il ruolo che fu del Callejon sarrista, per intenderci. Spalletti non è certo un estimatore dell’ultima ora di Sarri e delle sue istanze. E su questa ermeneutica del ruolo da parte delle suddette ali, è giusto porre un punto interrogativo.

Se rimarranno Petagna e/o Mertens come vice Osimhen, giusto domandarsi chi interpreterà nella delantera azzurra di riserva il ruolo che fu alla Roma spallettiana di Perrotta, cioè del trequartista ombra, così innovativo da restare nell’immaginario collettivo?

Dries e Andrea, infatti. sono come Totti due centroavanti di manovra con poca verticalità nelle gambe. Elmas sembra gradire palla nei piedi. E la gradirebbe così anche Mertens, se dovesse scegliersi il belga per il ruolo di vice Zielinski.

Bisognerebbe, in tal caso, ragionare quindi su un’ altra ala, di rincalzo, che sappia però attaccare la profondità alla stregua di Lozano. Zaccagni potrebbe adoperarsi come tale. Oppure servirà sacrificare uno tra Mertens e Petagna, spostare Elmas nel ruolo di vice Insigne e trovare sul mercato un Perrotta a costi contenuti. L’Atalanta ne ha due di risulta: Pasalic e Pessina!

6. La gestione dello spogliatoio

Fondate le perplessità sulla gestione da parte di Spalletti del caso Totti e Icardi. “E se facesse la stessa cosa con Insigne o qualche altro senatore?”, qualcuno giustamente si domanda.

Il Napoli, brevemente, non ha tra le sue fila né una leggenda del proprio club in odore di ritiro ma con la volontà ferrea di continuare a giocare ed essere addirittura attore protagonista; né il suo calciatore più forte e rappresentativo, nonché capitano, stizzito dalla mancata cessione all’acerrima rivale Juventus e perciò sentitosi legittimato a mandare la propria moglie a sparlare di allenatore e compagni, ogni Domenica sera, nei salotti televisivi.

Nonostante ciò, Spalletti, immerso in queste due situazioni alquanto imbarazzanti, ha collezionato 4 qualificazioni Champions. In totale 12 nei 16 campionati disputati. Chi raggiunge per quindici anni consecutivamente tali risultati non può non saper gestire i gruppi. L’importante, come diceva Ancelotti, è essere sé stessi al cospetto del gruppo di lavoro.

7. Spalletti e la poca diplomazia

Animale da conferenza stampa, Spalletti dispone delle risorse umane anche attraverso le interviste. Delittuoso costringerlo al silenzio stampa per incapacità gestionale della società. Carattere fumantino, Luciano però dovrà compattare il gruppo squadra ma anche la stampa e la società. Al momento realtà non interagenti tra loro e per di più internamente scollate.

I malfidati sostengono che il rapporto tra tecnico di Certaldo e il presidente del Napoli per questo motivo durerà poco. L’esonero di Gattuso, infine dal calabrese meritato, ha additato De Laurentiis come un mangia-allenatore qualunque. La Juventus è al terzo allenatore in quattro anni. Aurelio al 9 in 17 anni.

La scelta in realtà di Luciano Spalletti sembra adatta da parte di De Laurentiis. Lo è a prescindere dall’esito finale, anche per ricostruire una parvenza di ordine a Castelvolturno. E dunque far cessare un’autogestione che i calciatori partenopei conducono ininterrotamente da due anni.

L’azione dura di Spalletti dovrà essere però sostenuta non a parole ma attraverso i fatti dalla società. Fatti spesso coincidenti con il vendere bene i giocatori e aqcuistarne di altri funzionali al mister contrattualizzato e soprattutto motivati!

Massimo Scotto di Santolo

Fiorentina-Napoli 0-2; Napoli-Hellas Verona 1-1: cronaca di una morte (non) annunciata

La corsa di Contini ad abbracciare Zielinski per il secondo gol rifilato alla Fiorentina aveva toccato corde dell’animo partenopeo da tempo a riposo. Al Napoli sarebbe bastato replicare il successo dell’Artemio Franchi in casa contro l’Hellas Verona già salvo per qualificarsi in Champions. Gli azzurri, invece, s’impietriscono ad un passo dal traguardo e regalano la partecipazione Champions alla Juventus nonostante un girone di ritorno da 43 punti.

1. La partita del Franchi

Il Napoli arrivava carico da una doppia vittoria ad una sfida che evocava infausti ricordi. Nella corsa Champions, dopo aver avuto la meglio dell’Udinese e dello Spezia maramaldeggiando, Gattuso si presentava a Firenze (possibile nuova destinazione del tecnico calabrese) per battere i fantasmi del passato. Precipuamente aleggiava su Insigne e soci la sconfitta rimediata 3 anni prima e costata uno scudetto alla compagine azzurra guidata da Sarri.

La partita risultava anche in questo caso tesa. La fiorentina già salva non tirava indietro agonismo e determinazione. Così dal cilindro della sorte la dea bendata chiamava sulla ruota di Firenze il numero Amir Rrahmani.

Il kosovaro, tenuto in naftalina da Settembre a Dicembre, si presentò ai tifosi del Napoli con un retropassaggio errato col quale l’Udinese trafisse Meret e fino all’incocciata di Bakayoko nei minuti finali anche la bontà del progetto di Gattuso poi ridestatosi. Il kosovaro, da lì in poi, ha messo da parte la timidezza e scalato, complici gli infortuni dei colleghi, gerarchie fino a sembrar decidere con due rigori procuratisi la corsa Champions del Napoli: bravo il difensore ex scaligero a farsi maltrattare in area di rigore, su sviluppo da corner, sia da Chiellini che Milenkovic ma ancora più scaltro a rincorrere arbitri e invocare Var per vedersi riconoscere la massima punizione.

Insigne approfittava, quindi, del fallo da rigore di Milenkovic (difensore della Viola) su Rrahmani, ribadendo in rete il rigore sbagliato per il gol del vantaggio. La viola senza più alcuna motivazione spariva del campo, mentre ll Napoli chiudeva la partita con un tiro da fuori di Zielinski. Il polacco scappava dagli abbracci dei colleghi ma lo braccava dopo lunga rincorsa Contini, il terzo portiere azzurro ed ex primavera napoli, napoletano di seconda generazione, il quale come tutti i tifosi sembrava in quel momento credere che, 3 anni dopo, piuttosto che uno scudetto alla indebitata Juventus si sarebbe tolta una qualificazione Champions. Quest’ultima al momento per la holding bianconera rappresenta ossigeno per la sopravvivenza.

2. Una settimana dopo

Napoli, perciò, si preparava alla contenuta festa. Si trattava di sbrigare la pratica contro il demotivato Hellas Verona, salvo fin dal girone di andata e in quello di ritorno terz’ultimo. Inoltre, la banda di Gattuso doveva vendicare anche la sconfitta rimediata al Bentegodi per 3-1. Sembrava veramente una partita senza storia, quelle in cui il Napoli sovente perde faccia e gloria.

Tanti anni fa Krol perse uno scudetto così, in un San Paolo gremito, contro un Perugia che non aveva più nulla da chiedere al campionato. Un 1-1 che tolse la gioia del primo tricolore.

Le prime nubi di una strana Domenica sera si stagliarono all’orizzonte allorché la Digos decise di sottrarre il pullman degli azzurri all’abbraccio dei tifosi all’ingresso dello stadio. Poi, dal fischio d’inizio in poi, il Napoli ha saputo mettere in scena un tragica commedia eduardiana: imbabolato ad un centimetro da un traguardo neanche troppo leggendario se non per la remunerazione economica dello stesso, tutti i calciatori del Napoli all’infuori dei due difensori centrali e di Meret insceneranno un harakiri poco nobile e dignitoso.

Ciò darà adito da parte dei tifosi partenopei ad infondate ma catartiche tesi sibilline di combina della partita, giusto per trovare un senso – che non c’è! – ad un pareggio rivelatosi insufficiente per il 4 posto viste le contestuali vittorie di Milan e Juventus rispettivamente a Bergamo e Bologna.

E il senso sfugge, a maggior ragione, se si ripensa al vantaggio del Napoli, siglato da Amir Rrahmani ormai nel ruolo di uomo del destino; al quale vengono tolti statuetta e prestigio da una diagonale errata di Hysaj, che consegna a Faraoni il destro per un pari che non muterà fino alla lacrime di tutti. Il Napoli è fuori dalla Champions, senza debiti benché travolto da un fatturato falcidiato da Covid e mancanza d’introiti Champions.

3. Quale futuro?

Napoli, come sostiene Erri De Luca, ha l’onere di vivere alle falde di un vulcano dormiente, potenzialmente devastante in un ipotetico risveglio. Per questo la città tutta ha imparato ad esorcizzare una morte ed una disfatta sempre vicina. Il culto della vita, fugace ed effimera, da goderne senza mai mutarla in sopravvivenza. Da qui i vari corollari che affliggono tanto quanto inorgogliscono Napoli quale l’arte di arrangiarsi, ben condensati nel detto “il napoletano si fa secco ma non muore”.

Napoli scricchiola sotto il peso di una imperiale storicità sebbene non crolli mai. Sembra che la debaclet al cospetto dello scortese Juric abbia sancito la fine di anni belli in continua ascesa sportiva, anche perchè nel frattempo, nel perdurante silenzio stampa protrattosi inutilmente e ingiustificatamente, l’allenatore ha ricevuto il ben servito cinque minuti dopo la fine della partita da un laconico tweet di De Laurentiis, il quale però non ha ancora provveduto a sostituirlo, e nessun dipendente della Ssc Napoli è andato in Tv ad assumersi la responsabilità di un’autentica Waterloo. Mancanza di modi e rispetto per i tifosi assiepati col cuore accanto alla squadra seppur dal divano.

La mancanza di fondi da cui ripartire lasciano presagire cessioni eccellenti e un depauperamento tecnico che allontenerebbe il Napoli da una Champions invero al momento distante soltanto 1 punto. Contestualmente le avversarie dirette, le due milanesi e la Juventus, non paiono poter investire in sontuose campagne acquisti di rafforzamento. Il Napoli potrebbe trovarsi, quindi, ai nastri di partenza dell’anno prossimo non così distante, da un punto di vista tecnico, nemmeno dall’Inter campione d’Italia.

4. Quali certezze?

Sebbene abbia trovato una squadra agli Ottavi di Champions e la lasci in Europa League ma con una Coppa Italia in più bacheca, Gattuso ha commesso troppi errori che hanno minato la credibilità del suo cammino. Una valutazione di merito avrebbe consigliato l’avvicendamento in panca anche se il mister calabrese avesse centrato la Champions.

Tuttavia, il generoso Rino lascia anche delle certezze da cui ripartire e in base alle quali scegliere il nuovo allenatore. Il 4231 è il modulo su cui continuare a puntare. Osimhen in forma è attaccante che può spostare gli equilibri di ogni partita in favore del Napoli ma va sgrezzato in termini tattici.

L’attacco ha dei numeri che non destano preoccupazioni. La difesa, al netto dell’affaire Koulibaly, presenta un solo buco nel ruolo di terzino sinistro, mentre a centrocampo – dove le squadre forti si dividono dalle buone e dalle mediocri – le riflessioni da fare sono molteplici. Manca numericamente una mezz’ala. E Lobotka e Fabian Ruiz rappresentano due punti interrogativi.

Tanto lavoro da fare, ma se esiste un posto al mondo, dove il vino può diventare sangue e il sangue vino da bere per festeggiare nel giro di una sera, quello risiede a Napoli.

Massimo Scotto di Santolo

SUPERLEGA: se non hanno più pane, che mangino brioche

Dodici club, ormai definiti cinematograficamente “quella sproca dozzina”, hanno attuato il primo vero scisma del calcio, creando una Superlega privata. La partecipazione richiede un diritto di sangue: l’essere allo stesso tempo sfacciatamente ricchi, indebitati e in tutto il mondo seguiti. Tale privilegio autoassegnatosi dalle squadre dissidenti sembra riportare alla memoria vecchi discorsi illuministici e pasoliniani, i quali intrecciano il dato economico con quello etico.

1. La notte dei lunghi coltelli

Il 18 Aprile di due notti fa è una Domenica di inizio Primavera, durante la quale i campionati nazionali offrono ognuno il suo posticipo più o meno rilevante. L’Italia offre la brodaglia Napoli Inter 1-1. Un pareggio timido tra una squadra, l’Inter, già campione e una squadra fragile, il Napoli.

Poco dopo, nel bel mezzo dei soporiferi postpartita, una notizia inizia a rincorrersi sul web. L’indomani diverrà ufficiale: Real Madrid, Atletico Madrid, Barcellona, Inter, Juventus, Milan, Man City, Man utd, Arsenal, Chelsea, Tottenham e Liverpool hanno deciso tra lo stupore generale di creare una Competizione internazionale, infrasettimanale e privata – la Superlega -, completamente sostitutiva della Champions e finanziata dal colosso bancario Jp Morgan per un prestito di 3 miliardi e mezzo. E’ invece in corso la ricerca del broadcaster disposto a trasmettere il nuovo prodotto calcistico mentre gli uffici di rappresentanza e di comunicazione della Superlega sono già attivi.

Non casuale la scelta di uscire allo scoperto da parte dei “Leghisti”, commettendo per molti (tra cui il Presidente della Uefa Ceferin su tutti, nonché padrino della figlia di Andrea Agnelli) un autentico tradimento, poco prima dell’annuncio della nuova Champions League.

Format il quale la sporca dozzina ha preteso e ha supportato nella creazione. Tuttavia, nel 2024 La Champions prevederà più partite ma incassi simili a quelli attuali. Non è bastato alla Uefa cedere anche sulla rivisitazione, ora ritrattata, del Fair Play finanziario. Agnelli e soci hanno ritenuto queste gentili concessioni non sufficienti per le esigenze presenti e future di quelli che si autodefiniscono i più grandi club nel panorama calcistico mondiale.

2. Il conformista

-Una immediata riflessione sopraggiunge, cioè quanto avessero ragione Pasolini e Moravia sul fatto che chi si scandalizza è un conformista. La Superlega era un lento fiume carsico in attesa di fuoriuscire. Il Covid ha aperto la voragine divenuta sorgente. Ragionevole e giustificato arrabbiarsi, meno rimaner stupiti alla notizia, soprattutto da parte degli addetti ai lavori -.

3. Il dato economico

L’immediata considerazione che soggiace alla creazione della Superlega è la seguente: i dodici club fondatori radunano insieme una posizione debitoria di 6 mld. A questi ultimi vanno immediatamente aggiunti i quasi 4 del finanziamento della Jp Morgan. Una tantum la banca americana garantirebbe ai partecipi della competizione elitaria in questione tranches da 350 mld. I diritti televisivi sarebbero a parte.

I club più ricchi, maggiori vincitori degli ultimi trofei Uefa e federali messi in palio, non trovano nel sistema calcistico comunitario i giusti stimoli finanziari. Nel frattempo l’importanza conseguita dai loro brand gli consente di rischiare una tale separazione. Champions e campionati che sorti avrebbero senza i suddetti club, visto che questi ultimi sommano uno dei quattro miliardi di tifosi in giro per il mondo?

4. Compatibilità con i campionati nazionali

Anche se formalmente nessuno dei presidenti dissidenti ha voglia di abbandonare i campionati nazionali. Al momento, però, le leghe federali offrono 12 turni infrasettimanali. La Superlega richiede almeno 23 slot infrassetiminali. Come conciliare? I campionati avrebbero lo stesso appeal in mancanza dei clud dissidenti? E questi ultimi esclusi dai campionati domestici potrebbero reggere una sola competizione da poco meno di 30 partite? Essi infatti hanno intenzione di rinunciare alla Champions, Europa e Conference League.

Va subito detto che come in egual ambito comunitario nulla è stato possibile compiere, da un punto di vista giuridico-ostativo, contro la creazione della Eurolega di Basket, che ricalaca il modello della Superlega, resta complicato bannare gli artefici della separazione dalla Uefa, dalla Fifa e dalle rispettive Federazioni cui appartengono. Vano potrebbe risultare inoltre anche il tentativo di escludere i calciatori sotto contratto di tali squadre dalle competizioni per Nazioni.

Infondato anche il paragone con la suddetta Eurolega o con la Nba: la prima, da ultime notizie, dopo uno inizio di successo sta perdendo pezzi. La seconda è un’associazione privata esterna agli organismi sportivi internazionali, ha alle spalle una base dilettantistica, prevede una trade tra giocatori senza passaggi di danaro e infine con il sistema del Draft impone l’alternanza al vertice.

5. Florentino Perez

Florentino Perez, in una intervista di ieri sera alla compiacente emittente Chiringuito Tv, assicura dal canto suo che, sebbene la partecipazione alla Superlega sia su inviti, i benefici economici degli invitati ricadrà anche sui non invitati. Sono stati predisposti infatti un premio di non partecipazione di 10 mln cadauno ma anche, va da sé, una capacità di rispondere a richieste economiche più esose per l’acquisto dei calciatori militanti nelle squadre esterne alla Nuova Lega.

6. La posizione di Rumenigge

Ed è proprio questo il punto: benché la Superlega assicuri che i soldi di Jp Morgan dovranno utilizzarsi su infrastrutture all’interno di un sistema che prevederà un salary cap, la situazione d’indebitamento, causativa della Superlega, preesiste all’ideazione di tale competizione. I buchi di bilancio, da una parte, provengono dalla costruzioni di stadi avveneristici; dall’altra, dalla formazione di rose di calciatori strapagati almeno quanto i loro procuratori. Il Covid ha aggravato le perdite.

Permettersi stadi e/o giocatori oltre le proprie possibilità davvero è una colpa della Uefa o dei club di Provincia? Oppure è riconducibile semplicemente a malagestione manageriale dei club indebitati riottosi a perdere a causa di un ridimensionamento momentaneo ma obbligato? Ed è proprio questa la posizione monitoria che Rumenigge, con tutto il calcio tedesco compatto alle sue spalle, assume sulla Superlega rifiutandone – per ora – l’invito a parteciparne.

7. Uno stato pre-rivoluzionario

Alla domanda su-esposta la sporca dozzina risponde si. L’incapacità della Uefa di dotare le sue competizione di maggiori introiti nasce da una politica eccessivamente inclusiva nonostante, albi d’oro alla mano, essa abbia garantito agli scissionisti vittorie e ricchi premi. Ai grandi club non basta più il privilegio di vincere sempre e comunque ma anche di guadagnare molto di più di quanto già avvenga attraverso l’eliminazione del seguente tipo di partita: Davide contro Golia.

Ed è ciò che Perez e Agnelli hanno ribadito rispettivamente ai microfoni tv e in riunione di Lega. All’opposizione che la permanenza delle loro squadre nei campionati nazionali deprederebbero ogni brandello di competitività, la tesi della Superlega è “tanto comunque già non c’è più”.

Questo sarebbe alla base poi della scelta di creare una Lega super-esclusiva e iper-tifata tra club che incrocino soldi, blasone, tifo e follower. Poi spulci gli annali delle ultime dieci stagioni e si fa fatica a comprendere, tifosi e fatturati a parte, cosa abbiano gli attuali Atletico Madrid, Milan, Inter, Arsenal e Tottenham più di altre.

8. Pasolini

Così la Superlega assume la stessa ritrosia del Parlamento francese a concedere un proporzionato diritto di voto agli ordini sociali degli Stati Generali antecedenti alla Rivoluzione Francese. Salvaguardare fino alla fine un privilegio quasi clericale o nobiliare. I club dissidenti sono disposti a non vincere più soltanto sul piano internazionale purché vincano in territorio domestico e guadagnino su quello estero il doppio di quanto già facciano.

E per realizzare questa conservazione dello status quo – che lo stesso Florentino Perez pone in bilico individuando nel 2024 la data della morte del calcio qualora la Superlega non andasse in porto – si affida all’accumulo dei privilegi. Il privilegio, diceva il pioniere Pasolini, è un accettabile categoria mentale dell’uomo. Diventa tuttavia un pericoloso strumento sociale nel momento in cui sfocia in collezione di ulteriori diritti giustapposti ai già esistenti.

9. Il dato etico

E pare che il punto dell’avidità sia stato raggiunto se il calcio deve dipendere soltanto da un oligopolio privato. Il quale disprezza il merito, conservando arbitrariamente ad altrettanti eletti briciole non continuative della suddetta Superlega in virtù dei 5 posti riservati ai club non fondatori.

E’ vero che può intendersi meritorio anche creare una competizione soltanto tra i più forti in senso assoluto. Ad esempio le olimpiadi propongono tra i qualificati alle gare dei 100 mt soltanto tre americani, ancorché almeno altri tre statunitensi abbiano tempi da finale olimpica. In modo opinabile, si sceglie la strada della qualificazione attraverso la competizione per garantire a tutti i Paesi di essere rappresentati da almeno 3 atleti per disciplina. Pur tuttavia, resta assente il dato dell’autoproclamazione di sangue per i migliori corridori olimpionici!

10. La rivoluzione

I grandi manipolatori del gioco del calcio dicono di guardare alle future generazioni. Consci del fatto che alla massa lobotomizzata di incalliti giocatori di Fifa, al cui videogioco i club scissionisti non cederanno più i diritti d’immagine, si possa somministrare in eterno una patinata sfilata di stelle impegnate in poco meno di 30 partite profondamente chic.

Si dimentica però che le persone non sono robot, hanno sangue, carne e ossa. Pertanto non ci si ricorda neanche che in coda al diciottesimo secolo il Terzo Stato francese, già dialogante con parte di Clero e Nobilità lontana dai benefici di Versailles, in definitiva ruppe le catene degli ordini sociali e creò le basi storiche della Democrazia. Maria Antonietta, che invitò i poveri a godere delle brioche se pane non ce n’era, fu decapitata. Ed in tal senso le prime reazioni dei tifosi, soprattutto inglesi, dovrebbero preoccupare sia Perez che Agnelli.

La forma non è sostanza ma talvolta contribuisce ad essa o si sovrappone del tutto con la sostanza. Infatti, è la forma che preserva le istituzioni. La forma del calcio finge ancora che il merito sia in esso tetragono. Come la nuova Champions del 2024 dimostra. La riforma di De Calonne, allo stesso modo, per affrontare una imminente bancarotta del Regno, simulava una sopraggiunta convinzione governativa di parificare progressivamente gli ordini sociali attraverso la sottoposizione del clero e della nobiltà ai gravami fiscali. E la decisione finale del Parlamento di non modificare la distribuzione del voto negli Stati Generali svelò il credo reale sulla lotta di classe. Di lì a poco ci fu la rivoluzione francese.

Ora che si è definitivamente capito che nessuno può vincere e guadagnare al di fuori dei Papi dello Scisma leghista, questi ultimi sapranno fronteggiare la reazione di chi dovrebbe accontentarsi a tavola delle brioche?

Massimo Scotto di Santolo

Napoli – Fiorentina 6-0: Gattuso ha sette vite come i gatti!

Il Napoli si concede una goleada salutare contro la Fiorentina di Prandelli. Il risultato in parte mente. Il Napoli per buona mezz’ora del primo tempo ha prestato il fianco alle iniziative ficcanti laterali della Viola. La capacità di azzurra di barcollare e al contempo finalizzare in gol tutti e quattro tiri della prima frazione di gara ha consentito un secondo tempo accademico.

1. Architettura partenopea

L’architettura cos’è se non rendere umane e vivibili colate di cemento?

Demme e Petagna hanno messo fondamenta e radici mentre Insigne e Lozano la panna montata e le bollicine.

2. Le difficoltà azzurre.

6-0 che racconta di un dominio che è stato tale solo dal 2-0 in poi.
Tra il primo e il secondo gol la Fiorentina sfondava a meraviglia sulle fasce del Napoli.

I fluidificanti a metà tra i terzini e le ali azzurre, dal canto loro, invece, Ribery e Callejon tenevano occupate le scalate delle nostre mezze ali, quando la palla era in possesso dei due braccetti della difesa a 3 viola.


Quando la trasmissione di palla toscana giungeva dai difensori fiorentini a Venuti e Biraghi, le spalle del terzino partenopeo erano attaccate in un secondo tempo di gioco da Ribery e Callejon.


Sfondata la profondità, la Viola riempiva l’area di rigore molto bene con 3 uomini: primo palo, centro area e secondo palo.

3. I meriti del Napoli


Il 433, rispolverato per l’occasione da Gattuso, ha permesso di reggere, pur soffrendo per mezz’ora, contro queste iniziative avversarie. Modulo accantonato per far posto ad Osimhen. Pur tuttavia contro il 3421 sempre buono per trovare le giuste contromisure in mediana. La stessa accadde contro la Roma.

Il secondo e ancor di più il succedaneo terzo gol hanno spezzato le reni alla Viola… poi accademia. Si conferma la virtù azzurra per la quale il vantaggio partenopeo significa quasi matematicamente vittoria alla fine dei 90 minuti, confermando così la natura contropiedista di questa squadra.

Poi, aldilà delle letture tecniche e tattiche, dove il Napoli pure oggi non è stato perfetto, è la mentalità che differenzia una vittoria e una sconfitta.
Il Napoli, in questa Domenica uggiosa, ha vinto tutti i contrasti.
Sul 4-0 Koulibaly richiama Manolas fin troppo verboso nei confronti dell’arbitro, che aveva concesso a suo dire un calcio d’angolo inesistente alla Fiorentina.
È questa la mentalità!

4. Pillole laterizie

Ora la Supercoppa… con la speranza di non collezionare altre defezioni e di giocarla con determinazione.
Importantissimo in tal senso il recupero insperato di Manolas.
Nutro dubbi su quello di Mertens, sceso in campo ma vistosamente zoppicante, o quantomeno insicuro nell’andare a contrasto.
Se però garantisce una mezz’oretta, anche il recupero del belga potrebbe risultare decisivo in vista di Mercoledi sera.

Menzione per Tonino Cioffi che entra nella schiera dei figli di questa terra esordienti con la maglia azzurra della prima squadra.

Applausi a Callejon nonostante l’opaca prestazione dell’andaluso.
Quest’ultimo, storia del club.
Tuttavia, puntare sulla coppia Lozano-Politano piuttosto che sullo spagnolo mai lettura dirugenziale fu più azzeccata.

5. Gattuso il resiliente

Il grande merito di Gattuso è il seguente: ha 7 vite come i gatti.
I numeri parlano per lui, le prestazioni no!
Vedremo altre sconfitte stile Spezia, come altre vittorie stile odierno.


È il suo modo di allenare ed il momento attuale in cui il mondo langue a caratterizzare la sua guida tecnica in modo resiliente.

Massimo Scotto di Santolo

Paolo Rossi ci lascia. Addio Pablito Mundial!

L’iconico Paolo Rossi è morto all’età di 64 anni. Stroncata la sua vita da un brutto male ma per tanti ragazzi italiani, oggi adulti, il suo assolo dell’82 equivale ad un riff dei Rolling Stones

1. Un’estate al mare

Una solita estate italiana tra Jukebox e un bagno al mare. Quell’estate dell’82 però il tormentone non è di Umberto Tozzi o di Giuni Russo ma di un ragazzo smilzo, dai fianchi matronali, che flirta con la linea del fuorigioco. Si chiama Paolo Rossi e per tutti, dall’82 in poi, sarà Pablito mundial.

Condurrà la nazionale italiana di calcio più discussa della storia a vincere il mondiale, segnando 6 reti in 3 partite – quarti, semifinale e finale -.

2. Le polemiche del mondiale ’82


Un crescendo rossiniano: all’indomani di un girone qualificatorio giocato dall’Italia in modo maldestro, senza nemmeno una vittoria – al quale il compianto giornalista Oliviero Beha opporrà una scarsa regolarità e una valigetta con tutti i soldi necessari per convincere il Camerun a non sbatterci fuori dal Mondiale – la squadra per le troppe critiche si chiude, su decisione di Zoff e Scirea, in un assordante silenzio stampa. E il girone a fatica verrà in questo modo superato. Beha, successivamente, sparirà progressivamente dal mainstream televisivo.

La scelta dei ragazzi azzurri occorse per proteggere dalla avventatezza di certe penne che scrivevano un giorno si e l’altro pure il de prufundis ad Enzo Bearzot, ct di quella nazionale.
Più padre che uomo per tanti nazionali dell’82.
Durante il silenzio stampa, non mancarono momenti di tensione come quando l’inviato Mario Sconcerti e Tardelli, centrocampista della nazionale azzurra, vennero quasi alle mani.
È una storia pertanto prettamente italiana. Rossi appena trasferitosi alla Juventus dal Vicenza fu squalificato per calcioscommesse. Lui e Bruno Giordano le vittime eccellenti.

Paolo Rossi fu il sogno proibito, prima del si alla Juventus, di Ferlaino, che provò ad acquistarlo in ogni modo ma Rossi riteneva il Napoli non all’altezza delle sue ambizioni. La Juve lo era invece eccome, visto che nel frattempo già viveva il decennio d’oro. Alla guida della Vecchia Signora Trapattoni, con cui la Juventus vincerà tutto. Bruno Giordano invece qualche anno dopo fu il felice ripiego di Ferlaino; Bruno che affiancò Maradona per portare a Napoli il primo storico scudetto.

3. Rossi vs Pruzzo: decide Bearzot


Rossi passa da titolare, con Bettega, della bellissima nazionale dei mondiali di Argentina del ’78 guidata sempre da Bearzot e da nuovo centroavanti della Juventus del Trap ad allenarsi due lunghi anni con le riserve dei bianconeri. Tanto fu la squalifica comminata dal Giudice Sportivo. Bearzot tuttavia non dimentica l’efficienza di Paolo Rossi, ha il suo gruppo già sperimentato 4 anni prima e con quello vuole giocarsi il mondiale dell’82, visto che quattro anni prima, in Argentina, l’avventura finì alle semifinali.


Bearzot così non convoca Roberto Pruzzo, goleador implacabile della Roma di Liedholm, con la quale nell’82 il bomber ligure era divenuto pure capocannoniere. Lo spazio per Pruzzo ci sarebbe stato ma Rossi dopo due anni d’inattività andava aspettato. Per Bearzot, è certo che Paolo non sarà in forma le prime partite. La stampa, a quel punto è altrettanto certo, chiederà di sostituirlo con Pruzzo.

Quindi, Bearzot convoca un altro attaccante, destinato a divenire mascotte di quella nazionale perché accetta la convocazione conscio del fatto che non giocherà mai.
Si chiama Franco Selvaggi e fa di mestiere la punta nel Cagliari.

4. Paolo Rossi. Pablito Mundial

E così accadrà: Paolo Rossi giocherà male le prime 4 partite del mondiale.
I giornalisti non poterono invocare Pruzzo ma solo i Santi circa il perché non fosse presente in quella spedizione azzurra.

Poi la partita contro uno dei primi 5 Brasile di sempre… e lì all’idea dei cinque n. 10 contemporaneamente in campo, Bearzot opporrà il contropiede e l’uomo che gioca sulla linea del fuorigioco. Rossi, con il suo tempismo, lo scatto incontenibile nei primi metri, la capacità di non finire mai in offside e partire quindi soltanto all’ultimo cm ancora a disposizione, dilanierà la poco organizzata difesa del Brasile realizzandone 3 di reti.

E poi altre 2 alla Polonia. E 1 alla Germania in finale. L’Italia campione del Mondo. Paolo Rossi un anno dopo pallone d’oro. Per i ragazzi del Giulio Cesare di Roma che l’82 sostennero la Maturità, Paolo Rossi fu il tormentone estivo che li accompagnerà per tutta la vita. Nostalgia.

Massimo Scotto di Santolo

Dio è morto! Il 2020 si porta via anche Maradona

Un pensiero personale sull’icona Diego Armando Maradona, oggi dichiarato morto. Riposa in pace, Diego.

1. Perché Diego Maradona?

Non ho mai visto dal vivo giocare Diego Armando Maradona. Sono un ragazzo napoletano nato nel 1993, ben due anni dopo l’addio di Maradona a Napoli. D’altronde tanti appassionati di calcio, napoletani, argentini e non sono stati impossibilitati a godere del suo calcio, del suo spettacolo sportivo. Questo giorno però è divenuto un momento di lutto globale.

È possibile spiegare un attaccamento anche così indiretto, postumo, da parte di chi avverte il bisogno di condividere il proprio dolore per la morte di una persona, di un atleta, del quale non hanno potuto trattenere per sé un pezzo della sua icona né visivamente né fisicamente?

2. Don Peppino

È possibile, perché immaginate un bambino neanche ancora adolescente, figlio di genitori separati, affidato alla propria madre e convivente sin dalla propria nascita con i nonni materni, in cerca d’identità trovarla proprio in una vecchia VHS. E beh sì, quel bimbo che dopo la scuola o il campo estivo, finiti i compiti e non ancora abbastanza grande per aggirarsi da solo con gli amici per la strada o per i campi di calcio, trascorreva i pomeriggi accanto al nonno ammalato ma resiliente.

Questo nonno, che lo chiameremo come lo chiamavano gli amici Peppino, aveva avuto trascorsi amatoriali nel calcio: direttore sportivo della Puteolana di professione; sarto per hobby. Avrebbe potuto, Peppino, durante gli ultimi vagiti della seconda guerra mondiale, fare il salto nel calcio che contava. Scartando la fame e le macerie, si era segnalato nel Quartiere per la bravura calcistica. Così la chiamata ufficiosa della Primavera partenopea, rigettata per la volontà della mamma: o studi o lavori ma a pallone di professione non giochi.

Peppino, non piegato dalla delusione dell’occasione perduta, si riciclò tifosissimo del Napoli. In quanto fumatore accanito l’improvviso quanto inevitabile infarto gli impedì successivamente di provare forti emozioni. Smise così di seguire le partite di un Napoli ormai in contrazione di risultati rispetto a quello degli scudetti. Questo non gli impedì di raccogliere cimeli in pellicola sull’ultimo Napoli che i suoi occhi allo stadio e le sue orecchie alla radio poterono ascoltare, quello di Diego Armando Maradona.

3. Perché in te vedo le mie radici


Avendo quotidianamente ad un palmo di naso quel bimbo, pensò di imbevere del vento di passione calcistica, che animava il suo spirito, il nipote così timido e introverso, quasi spaventato dalla vita. Prima, quando le gambe ancora gli consentivano di camminare, lo instradò alla pratica del calcio giocato.

Poi, progressivamente, potendo trascorrere le giornate soltanto in poltrona, lo accoccolò al suo fianco per raccontargli la storia della SSC Napoli e mostrargli in televisione le gesta del più grande di tutti, per l’appunto Maradona, e l’effetto che le sue imprese sul campo con la maglia azzurra ebbero sulla gente di Napoli.

E quel bimbo, che sono io, vide crescere a poco a poco un albero al centro del proprio sistema emozionale, rappresentato dal calcio e dal suo Re Artù, Diego Armando Maradona. Il quale, a questo punto, rappresenta le radici che ho sempre cercato e che nella sua icona ho spesso ritrovato, a partire dall’idea che non si potesse essere felici se non giocando a calcio. Che per assomigliargli, dotato come sono di statura minuta e tozza ma anche di capelli ricci, fosse il caso di portarli lunghi.

Anche perché poi risuonavano le parole di Don Peppino, la persona da cui tutto è partito, che giocando con me a recitare il ruolo di spettatore e io di calciatore che inscenavo la serie A in salotto urlava “Ma stu guaglione ten e cosc e Maradon”.

4. E ti vengo a cercare

Quindi, per rispondere, insomma, alla premessa domanda di partenza, cioè come sia possibile che Maradona coinvolga nel dolore e nel lutto persone che non lo hanno visto giocare, né lo hanno conosciuto, la risposta è che in Diego, ritroviamo, per parafrasare un suo collega artista, Franco Battiato, le nostre radici.

L’orgoglio, il sogno, la passione, l’azzurro di cui grondo… la meridionalità che come lui avverto contro le discriminazione razziale e territoriale subita al suo stesso modo sulla mia pelle; infine, l’illusione che Robin Hood possa nel calcio come nella vita rubare ai ricchi per dare ai poveri. Io nel frattempo sono diventato grande, quasi adulto, ho abbandonato quel portamento adolescenziale, accolto purtroppo una visione anche disillusa dell’esistenza, finanche pensando fosse il caso discostarmi da un personaggio così novecentesco ed eccessivo.

Pur tuttavia, di tanto in tanto, mi lascio inondare in modo quasi febbrile, da quella determinazione, emotività, cocciutaggine e orgoglio infantile che proprio davanti a quelle cassette maturava. Ero piccolo e immaturo ma avevo molta meno paura di quanto ne abbia oggi della vita, dei suoi ostacoli e dei lupi con cui talvolta devi confrontarti. Non a caso, secondo me, la più grande giocata di sempre di Maradona non è stata la rete del secolo rifilata all’Inghilterra, quando divenne per tutti barillete cosmico, piuttosto la sua capacità di togliere a chiunque le paure di dosso: ai suoi compagni di squadra, alle città affaticate dalle criticità e anche a me.

Come Dio, in conclusione, in grado di illuminare gli altri senza che l’autoreferenzialità di questi ultimi e del mio racconto su Diego, rispettivamente umani e limitati, potessero mai oscurare la sua luce. Ecco chi era Maradona… una lampadina che oggi pomeriggio si è spenta sulla nostra testa ma alzandola noteremo sempre accesa in cielo la sua stella.

Massimo Scotto di Santolo

Verdone fa 70, auguri al grande artista romano e zemaniano

Carlo Verdone compie 70 anni. Il grande artista, perché chiamarlo comico sarebbe riduttivo, è grande tifoso giallorosso e amante di Zeman.

Ci ha regalato tante risate, personaggi istrionici e grandi film Caro Verdone. Possiamo dirlo a grande voce, ha fatto cultura e molte scene dei suoi film e anche molti scketch sono entrati nel nostro immaginario collettivo. Prima di raccogliere una serie di scene epiche per celebrare Carlo, ricordiamo a chi non lo sapesse che il pupillo di Sergio Leone era un grande amante di Zeman e di lui disse:

«Io voglio solo divertirmi, come quando andavo all’Olimpico con mio figlio. Questo e nient’altro voglio, è chiaro?».

Che intende, signor Verdone?

«Con Zeman la mia Roma non deve vincere lo scudetto. Mi basta che la gente vada allo stadio e torni felice. Senza annoiarsi».

Insomma, con il ritorno del maestro è tutto rosa e fiori?

«Lo dicevo due anni fa, quando ancora non aveva fatto l’exploit di Pescara e in tanti se l’erano dimenticato. Noi abbiamo sempre avuto bisogno di Zeman, anche da un punto di vista atletico: il boemo lo puoi odiare, ma tutti corrono con lui. A fine stagione sono a pezzi, ma hanno corso fino all’ultima partita. Non come quest’anno»

«Sono tornato a frequentare l’Olimpico grazie a Zeman».

Un Sacco Bello, a casa “Brega” (1980)
Un Sacco Bello Pronto Soccorso (1980)
Bianco Rosso E Verdone, nonna (1980)
Bianco Rosso E Verdone, il pneumatico (1981)
Bianco Rosso E Verdone, lo sfogo di Ametrano (1981)
Borotalco, l’incontro con Manuel Fantoni (1982)
Borotalco, Brega e le olive greche (1982)
In Viaggio Con Papà, grande coglionen (1982)
La Farmacia Notturna (1982)
Acqua E Sapone, scene con Sora Lella (1983)
Acqua E Sapone, na cosa de chiesa (1983)
Acqua E Sapone, questo cristo (1983)
I Due Carabinieri, Margareth M. (1984)
Troppo Forte, flipper (1986)
7 Chili in 7 Giorni, arrivo dei pazienti (1986)
Compagni De Scuola, Er Patata alla festa sbagliata (1988)
Il Bambino E Il Poliziotto, il vecchio a mare (1989)
Maledetto Il Giorno Che Ti Ho Incontrato, messaggio ad Adriana (1992)
Maledetto Il Giorno Che Ti Ho Incontrato, supermercato (1992)
L’ Amore E’ Eterno Finché Dura, sto premio Nobel, sto stronzo (2004)
L’ Amore E’ Eterno Finché Dura. stato civile veneto (2004)
Il Mio Miglior Nemico, al pronto soccorso (2006)
Il Mio Miglior Nemico, problemi di erezione (2006)
Il Mio Miglior Nemico, l’Audi (2006)

SALVIO IMPARATO

Tg3 Leonardo, nel 2015 già si parlava del pericolo coronavirus (VIDEO)

Ci è pervenuto un video del 2015 del Tg3 Leonardo, in cui informava di un supervirus creato in laboratorio. Il pericolo ci era già stato presentato.

Il video sembra essere originale del Tg3 Leonardo del 2015.

Nel video si parla di un supervirus creato in Cina, un virus polmonare a scopo di ricerca ottenuto unendo un coronavirus con il virus della Sars.

Sono numerose le proteste degli scienziati, preoccupati per questo innesto pericoloso. Il virus preso dai pipistrelli e modificato ed è capace di contagiare la specie umana, senza dover passare per una specie intermedia. Nel finale il servizio recita con scetticismo:

“L’eventualità che il virus possa trasmettersi all’uomo, senza passare per una specie intermedia, ad esempio il topo, sta creando varie polemiche. Già un anno fa (2014 n.d.r.) il governo U.S.A. aveva sospeso i finanziamenti alle ricerche che puntavano a rendere i virus più contagiosi. La moratoria non aveva, però, non aveva fermato il lavoro dei cinesi sulla SARS, che era già in fase avanzata e non si riteneva fosse cosi pericoloso. Secondo una parte del mondo scientifico di fatto non lo è, perché le probabilità che passi alla specie umana, sarebbero irrilevanti rispetto ai benefici della ricerca. Un ragionamento che molti altri esperti bocciano. Primo perché il rapporto tra rischio e beneficio è difficile da valutare. E poi perché, specie di questi tempi, è più prudente non mettere in circolazione organismi, che possano sfuggire o essere sottratti, al controllo dei laboratori”.

SALVIO IMPARATO

sarebbero irrilevanti rispetto al valore della ricerca