Torino-Inter 1-0: Spettacolo indegno da non ripetere

Torino-Inter è stata una di quelle partite che vorresti tanto dimenticare. Una di quelle partite che ti auguri possano non ripetersi o riproporsi. Una di quelle partite che, però, sei obbligato a rivedere. Per cercare disperatamente di capire in che modo risalire dal fondo del barile prima che possa essere raschiato.

Abbiamo assistito ad un Torino-Inter che dal punto di vista offensivo non ha prodotto praticamente nulla. E da un lato, quello nerazzurro, le ragioni di questa aridità sono mentali e tattiche ormai da tempo. Dall’altro, quello granata, sono invece figlie di un calcio prettamente fisico e muscolare. Certamente organizzato dal punto di vista tattico e difensivo. Ma con al suo interno errori tecnici inaccettabili se consideriamo il valore assoluto di molti interpreti.

TORINO

La filosofia e la visione calcistica di Mazzarri non costituiscono al giorno d’oggi un mistero. Parliamo a prescindere di un allenatore la cui gavetta e i cui risultati testimoniano a suo favore. Il Torino è una squadra le cui caratteristiche dei giocatori rispecchiano pienamente il suo approccio e la sua metodologia di lavoro. E il modo in cui la squadra stessa è stata appunto costruita è in questo senso chiaro e veritiero. Ben più di quanto provi ad esserlo lui ai microfoni. Quando cioè tenta insistentemente di avvicinare all’idea di bellezza e di gioco offensivo palla a terra una squadra invece muscolare, strutturata fisicamente e compatta. Difensivamente pronta a disinnescare i punti di forza degli avversari per poi ripartire.

Il ritratto insomma è quello di una squadra difficile da affrontare per le sue determinate peculiarità, dalla spina dorsale costituita da N’Koulou, Rincon, Iago Falque e Belotti. Ognuno importante per un particolare motivo. Il primo in termini di guida del reparto difensivo. Il secondo per l’onnipresenza, l’equilibrio e l’intelligenza tattica. Il terzo per quanto riguarda il tasso tecnico e il collegamento dei reparti. Il quarto per la sostanza e la forza fisica, ancor più della realizzazione che purtroppo latita.

Nella partita di ieri il gallo è stato affiancato in avanti da Zaza. Ed entrambi gli attaccanti si sono distinti principalmente per il lavoro e il contributo senza palla. La dedizione e lo spirito di sacrificio in virtù della causa sono lodevoli e ammirevoli. Ma è anche vero che dover parlare di due attaccanti come loro, in particolar modo di Belotti, quasi esclusivamente in questi termini piuttosto che anche in quelli realizzativi, sta diventando un’abitudine travestita da peccato.
La squadra è forte perché il valore degli interpreti è alto. E la sensazione è che quando prevalgono il coraggio e la convinzione, sia in grado di fornire prestazioni notevoli dal punto di vista della produzione offensiva. Basti pensare alla grandissima partita di qualche mese fa a Genova contro la Samp. Ma che più in generale, soprattutto quando manca Iago Falque, sia naturalmente portata ad essere compatta difensivamente e a ribaltare il fronte non sempre con molti uomini e con fluidità. La frequenza di errori tecnici nella partita di ieri è stata incredibile. Mentre Ansaldi in mezzo al campo si sta rivelando una piacevolissima scoperta.

INTER

La sterilità e la piattezza dell’Inter possono invece ormai definirsi croniche a tutti gli effetti. Il dato incredibilmente preoccupante che sintetizza questa situazione è dato dal numero di gol realizzati nelle ultime tredici partite ufficiali in tutte le competizioni. Escluso il 6-2 al Benevento. Ovvero dodici. In quattro di queste occasioni non sono arrivate reti. In solo due circostanze invece, contro Frosinone e Roma, è stato realizzato più di un gol. La difficoltà nel costruire con fluidità, nel rifinire e nel creare occasioni è chiarissima ormai da tempo.

Con la solidità difensiva nelle vesti di salvatrice. La manovra dell’Inter, specialmente nell’ultimo terzo di campo più che in fase di uscita, è piatta e prevedibile. E le dinamiche tattiche sono state già affrontate e argomentate in passato. Con i problemi relativi all’occupazione dell’area di rigore e al contributo dei centrocampisti in termini di inserimento senza palla in netta evidenza.

Il problema mentale, invece, sembra non essere di poco conto. L’apparente calo di motivazioni e di determinazione, unito al mal di pancia manifestato da alcuni calciatori, per esempio Perisic, rappresentano un segnale dalle cause poco chiare ma dalle conseguenze da non sottovalutare.
Sebbene il quadro sia abbastanza definito, resta da valutare il grado di responsabilità dell’allenatore in questo senso. Tenendo conto contemporaneamente non solo delle caratteristiche naturali dei giocatori a disposizione.

Ma anche purtroppo del delirio di onnipotenza che viene loro sempre concesso nel momento in cui pensano di poter direzionare le loro sorti e quelle dei loro allenatori in qualsiasi momento. A costo di mettere in imbarazzo e in difficoltà le società. L’arrivo di Marotta è stato probabilmente pensato in quest’ottica. Con l’obiettivo in prospettiva di un upgrade dal punto di vista della credibilità, della serietà e della compattezza dirigenziale. Ma per il momento i problemi sembrano quasi aumentare.

Relativamente a Spalletti, l’immagine più nitida che potrebbe venir fuori, al di là del problema relativo all’aspetto tattico, è sicuramente quella di Nainggolan. Il belga in questo momento è l’emblema di ciò che avrebbe potuto essere l’Inter nella testa del suo allenatore, e di ciò che invece ha finito con l’essere realmente. Se il suo arrivo è da collegare strettamente alle volontà di Spalletti, la sua gestione e il suo comportamento fino ad ora non possono prescindere da responsabilità da parte dell’allenatore toscano. Guardando poi a colui che con tanta leggerezza è stato invece sacrificato, cioè Zaniolo, la situazione non varia di certo in termini positivi.

Solo la classifica, forse, in questo momento, potrebbe permettere di guardare il bicchiere mezzo pieno. Ma con l’Europa League sempre più vicina, una scossa in grado di risvegliare e riaccendere le prestazioni servirebbe come l’acqua nel deserto. Il tempo ancora a disposizione e le situazioni per ora negative ma in effettivo divenire possono ancora concedere all’ottimismo una sfocata ragione di esistere. Ma la sensazione è che se i problemi dovessero continuare a ristagnarsi, il prossimo anno potremmo trovarci a parlare nuovamente di cambiamenti.

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