Napoli – Bologna 3-0: cosa resterà degli anni ’80?

Il Napoli riaggancia il Milan in vetta alla classifica di serie A. Lo fa abusando di un Bologna rimaneggiato e risultato non impegnativo come avversario. I rossoneri e i partenopei, pari a quota 28 punti, hanno creato il vuoto intorno a sé. La prima è l’Inter a -7. Il Napoli ha la miglior difesa con sole tre reti subite mentre il Milan il migliore attacco con 23 reti. Sembra improvvisamente tornati alle sfide di fine anni ’80 dove Maradona sfidava il Milan di Sacchi per i massimi traguardi calcistici.

1. Napoli – Bologna

Il Milan nell’anticipo del turno infrasettimanale, di Martedì, vinceva soffrendo indicibilmente contro il nuovo tremendismo granata firmato da Juric. I rossoneri si portavano a 28 punti e lasciavano al Napoli, impegnato il Giovedì, l’onere di dover rispondere.

Il Napoli per dichiararsi presente alla volata in vetta avrebbe dovuto battere il Bologna. Battuto nel turno precedente proprio dal Milan all’interno di una partita romanzo che ha visto i felsinei tenere testa alla squadra di Pioli nonostante la doppia inferiorità numerica. Gli infortuni e le squalifiche hanno consegnato alle fauci di Spalletti un Bologna raffazonato in questa sua nuova versione da 352.

L’assenza di Soriano, il regista ombra della squadra, e di Soumarò, il perno della difesa a 3 e l’unico in grado nelle premesse di poter tenere la fisicità di Osimhen, e infine anche di Arnautovic, il centroavanti di manovra tanto richiesto da Mihaijlovic durante la sessione estiva di mercato, hanno indebolito parecchio il Bologna.

Il Napoli dal canto suo ha disputato partita sublime, schiacciando l’avversario dal primo all’ultimo minuto attraverso un recupero palla immediato e rinculate puntuali e vigorose. Capeggiate dal “pogbeggiante” Anguissa e da una squadra vogliosa di sbranare l’avversario.

2. I gol!

E così è stato: riconquista della sfera in avanti da parte di Lozano su passaggio errato in uscita da Svanberg. Il messicano serve Elmas che trasmette il pallone in modo veloce ma sporco al sinistro libero di Fabian Ruiz, il quale sia piuma che ferro prima addomestica docilmente lo strumento e poi lo calcia con veemenza e parabolica precisione sotto la traversa. Skorupski non può nulla ed è 1-0.

L’accerchiamento dell’area felsinea è costante, continua, perenne. Alla fine la persistente presenza degli avanti azzurri e soprattutto di Osimhen nei pressi della porta costringe i difensori bolognesi a marcarli sempre più vicini e stretti. In tal senso, la marcatura di Medel su Osimhen sembra inevitabile ma troppo svantaggiosa per il vecchio mediano cileno. Infatti, quest’ultimo per compensare i cm di altezza di differenza su un cross d’Insigne allunga una mano, colpisce la palla. Rigore. A fine partita per il Napoli ne saranno due. Entrambi legittimi ai tempi del Var. Il secondo su calcio netto ma non intenso di Mbaye allo stinco di Osimhen.

Insigne li realizza entrambi trasformandoli alla sua maniera. Tiro rasoterra e angolato alla destra del portiere. Il fatto che i tiri siano a pelo d’erba compensa la prevedibilità della scelta e quindi le potenziali partenze in anticipo sul proprio fianco destro da parte dei portieri. E questa doppietta dalla linea della carità ripristina serenità su una vicenda che stava diventando pruriginosa, cioè quella della poca freddezza dal dischetto del capitano azzurro.

3. cosa resterà degli anni ’80?

La vittoria del Napoli restituisce una sfida dal sapore antico, una lotta al vertice tra i partenopei e il Milan. Una competizione per lo scudetto che riporta i più nostalgici agli anni non necessariamente meravigliosi – ma si sa il tempo del proprio genitore è sempre più verde – ma fortemente ricchi per una Italia borghese centrica e benestante. Quel benessere si manifestava nel calcio dove un costruttore meridionale, Corrado Ferlaino, poteva far sognare una Capitale del Sud, per l’appunto Napoli, costruendo una squadra destinata a far sudare le cd sette camicie al dream team ideato da Silvio Berlusconi.

Entrambe le compagini potevano permettersi giocatori in grado di vincere con agio Coppa Campioni e Coppa uefa – rispettivamente il Milan e il Napoli -. Oggi le squadre appaiate in vetta alla serie A sono ai margini del jest set calcistico internazionale. Il Napoli però da anni porta avanti un calcio internazionale, di ampio respiro offensivo. Il Milan, di nuovo potente, pare abbia una mentalità più italiana inculcata da Pioli. Squadra dedita alla lotta, al contropiede, che ama ricavare gol, vittorie e punti nella spazzatura della partita, sui duelli individuali vinti con fisicità e temperamento.

Per picchi di gioco, i rossoneri anche meglio del Napoli ma per continuità del dominio territoriale e soluzioni offensiva a disposizione gli azzurri si lasciano preferire. Eppure, in netta controtendenza alle identità delle due squadre è il Milan ad avere il migliore attacco mentre il Napoli a migliore difesa. I numeri difensivi napoletani sono spaziali: 3 gol subiti in 10 partite. A fine anno, con una media del genere, sarebbero appena 12.

Il Milan, ora, attende una doppia sfida non facile: prima la Roma del sempre più “liedholmiano” Mourinho e poi il derby contro l’Inter. Neroazzurri campioni in carica, indeboliti dalle cessioni estive di mercato e dallo sfortunato caso di Eriksen, ma con l’orgoglio e la rosa ampia dei primi della classe. E quindi non comodi, i ragazzi di Simone Inzaghi, a -7 dalla vetta.

Il Napoli, invece, affronterà contestualmente la Salernitana di Colantuono, che evoca derby regionali di anni non felice per i colori partenopei, e poi quell’Hellas Verona con cui i ragazzi di Spalletti persero qualche mese orsono qualificazione Champions e dignità. È un dolore nascosto giù nell’anima!

Massimo Scotto di Santolo

Roma – Napoli 0-0: la lupa cerbero frena il ciuccio

Che per il Napoli vincere anche a casa della Roma fosse divenuto complicato, lo si è compreso immediatamente dopo la disfatta giallorossa in terra norvegese. La goleada rifilata dal Bodo Glimt ai ragazzi di Mourinho ha compattato l’ambiente. Il tecnico portoghese ha reso la partita del Napoli un all in, un crocevia stagionale all’insegna del motto “no time to die”! Alla fine, i capitolini strappano ad un Napoli, più attento a non perdere che a vincere, un pari giusto e, per i giallorossi, balsamico all’interno di una partita comunque dai ritmi britannici e quindi godibile. Tiene banco in casa Napoli il momento nero di Zielinski. L’arbitro Massa, invece, ha contribuito alla fluidità del gioco con un arbitaggio all’inglese. Il divertimento trasmesso ai telespettatori dalla partita ha nascosto, tuttavia, una serie di decisioni arbitrali poi rivelatesi a freddo alquanto discutibili.

1. Sconfitte salutari

La Roma di Mourinho si è presentata all’avvio della stagione con una fisionomia in netta controtendenza alle abitudini del mister portoghese. Squadra verticale, quella capitolina, basata su un contropiede fulmineo e ritmi tambureggianti, ha fatto del gol e della sua ricerca un marchio di fabbrica della propria identità d’inizio di stagione.

Eppure l’iniziale entusiasmo su cui la Lupa volava e segnava si era improvvisamente interrotto. Dapprima è sopraggiunta l’inaspettata sconfitta contro l’hellas Verona e poi allo Juventus Stadium al cospetto dei bianconeri. Partita macchiata da un arbitraggio pessimo di Orsato. Infine, nel turno infrasettimanale, la squadra riserve dei capitolini si è completamente consegnata alla goleada della onesta squadra norvegese del Bodo Glimt. La Roma ne ha presi, infatti, sei e segnando una sola rete.

Mou ha approfittato della vicenda sportivamente tragica, lanciando un j’accuse alla bravura dei calciatori non titolari. Questo ha compattato l’ambiente e la squadra titolare in vista di un obiettivo immediato: il big match casalingo contro il Napoli. Il motto implicito che sembra aver accompagnato i giorni precedenti al match ricalca l’ultimo film sul più noto 007 della storia: “No time to die”. Tre sconfitte consecutive, di cui due contro dirette rivali del campionato (e una in casa) e di cui una subendo una goleada, avrebbero completamente incrinato il cammino di Mou nella capitale e forse anche il buon esito della stagione.

Il tecnico lusitano ha presentato il conto all’amico-nemico di tante battaglie ai tempi in cui Roma-Inter valeva uno scudetto, ossia Luciano Spalletti, che però siedeva sulla panchina che ora è la sua. Mourinho ha organizzato la squadra in modo tale che Osimhen venisse costantemente raddoppiato dalla coppia di centrali. Mancini gli copriva il corto. Ibanez, più veloce, marcava l’attacco alla profondità del nigeriano.

2. Un Napoli calcolatore

Spalletti aveva annusato tutti i pericoli della partita. E l’atteggiamento della squadra ne ha dato testimonianza. Tutti, da Koulibaly a Insigne, preoccupati di mantenere un decoro e contegno tattico affinché il Napoli più che vincere uscisse dall’Olimpico almeno non sconfitto. Merito alla strategia, perché così è stato. Ragionamento raziocinante quello azzurro: farsi acchiappare a pari 25 pt in classifica dal Milan vittorioso a Bologna e riconquistare il primato nelle prossime tre dove i rossoneri affrontano Torino, Roma e Inter mentre i partenopei Bologna, Salernitana e Verona. Inutile, dunque, si fa per dire stressare i giocatori alla ricerca di una vittoria in un contesto ambientale e tattico complesso.

Eppure il Napoli non ha snaturato il suo gioco. Ha prima provato ad imporre la sua manovra partendo dal basso con la ormai consolidata impostazione 4+1 o +2, per poi passare dinanzi al pressing ben organizzato della Roma, che lasciava spazi di manovra al tecnicamente meno dotato Rrahmani, al 3+2. Questo sistema andava a ricercare l’ampiezza della manovra da una parte con Mario Rui e dall’altra con Politano prima e Lozano poi.

Questa mossa ha dato il predominio territoriale e il possesso palla al Napoli. E nel momento migliore degli azzurri all’inizio della ripresa Osimhen ha la palla per sbloccarla ma più per sfortuna che per imprecisione fallisce. Una scorribanda di Abraham riaccende poco dopo la Roma e il pubblico di fede giallorossa. Il Napoli si ricorda che l’importante in questa partita è non perdere. Così si limita nuovamente a controllare il match attraverso una difesa che al momento pare impermeabile tra bravura e buona sorte.

3. Alcuni limiti offensivi del Napoli

Il Napoli sta avendo ultimamente maggiori difficoltà a segnare. Circostanze e studio delle contromosse da parte degli avversari influiscono. Osimhen ha incontrato in due delle ultime tre due degli unici cinque/sei difensori che possono tenerlo in uno contro uno in campo aperto, ossia Bremer e Ibanez.

Il vero limite parrebbe però l’incapacità del Napoli di trovare un uomo in grado di buttarsi alle spalle dei terzini sinistri avversari. Questi ultimi sono notoriamente attirati fuori dalla linea da Politano e Lozano che danno sempre ampiezza, raramente vengono dentro al campo a fare densità sulla trequarti. E Osimhen che abbisogna comunque del raddoppio tende a giocare maggiormente sul centrosinistra per poter dialogare con la catena tecnica del Napoli, formata da Mario Rui, Insigne e Zielinski.

Lo spazio che si crea sul centrodestra del Napoli, oltre la posizione di Politano e Lozano dovrebbe attaccarlo sullo sviluppo della manovra Anguissa, il quale però al momento, con il suo approccio posizionale al fianco di Fabian Ruiz, rappresenta uno dei segreti dell’impermeabilità difensiva azzurra.

Peraltro la Roma ha chiuso molto meglio di tanti avversari quel buco compattando la linea e lasciando solo lo sfogo laterale da ambedue i lati. Osimhen è più controllabile se costretto ad una partita di soli scontri fisici e colpi di testa. Servirebbe così l’imprevedibilità o l’accompagnamento di Zielinski che nelle sue scadenti prestazioni rappresenta la vera spina nel fianco del momento positivo del Napoli.

4. I trequartisti del Napoli

In realtà, l’appannamento della fantasia dei trequarti del Napoli, provenienti da una brillante stagione sotto l’egida di Gattuso, rappresenta scelta strategica da parte di Spalletti. Il mister di Certaldo ha disegnato il suo Napoli sulla massima del presidente De Laurentiis “un Napoli osimheniano”.

Le mezze punte azzurre sono tutte rivolte ad azionare Osimhen all’interno di un contesto in cui la prima preoccupazione è non subire gol. Può accadere che questo principio programmatico svilisca le follie degli avanti partenopei, ma quattro gol nelle ultime tre partite sono un sintomo non una malattia.

Peraltro, Zielinski, Elmas, Insigne e Lozano provengono tutti dalle fatiche con le nazionali e da un ritiro monco. Il polacco ha rimediato anche qualche acciacco che non sembra esser stato smaltito ottimamente. Lozano ha rischiato persino la vita con un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per un mese proprio nel pieno della preparazione alla stagione. Non è un caso che i migliori per verve e freschezza muscolare siano Politano e Osimhen, gli unici ad aver svolto quasi due mesi di ritiro senza contrattempi. Ai quali anche Mertens, Petagna e Ounas hanno concesso tempo tra calciomercato e infermeria.

5. L’arbitro Massa

Una partita a scacchi tra Mou e Spalletti degna per il dinamismo di quella giocata da Ron ed Hermione in “Harry Potter e la pietra filosofale”. Come bambini davanti al divertimento, molti, prima di recuperare freddezza e lucidità hanno trascurato l’osceno arbitraggio di Massa. Designazione inopportuna visto che l’arbitro in questione proveniva da due precedenti sfortunati con il Napoli protagonista in sfide trascorse altrettanto importanti.

Massa fischiò a Firenze, due anni orsono, due rigori inesistenti per parte a Fiorentina e Napoli. Inoltre, espulse Insigne in una sfida scudetto a San Siro contro l’Inter. Inventò, in un Napoli-Lazio di quarti di finale di Coppa Italia, una espulsione ai danni di Lucas Leiva. Insomma ne aveva già combinate di cotte e di crude.

Ha chiuso la sua partita espellendo meritatamente Mourinho ma non Spalletti, scambiando a fine partita un applauso di complimenti del mister azzurro per una presa per i fondelli. Inoltre, ha completamente ignorato, insieme al Var, ben due episodi possibili da rigore. C’è un monitor per rivederli, perché non usarlo? Infine, ha graziato Abraham meritevole di essere espulso per due falli da gioco chiaramente sanzionabili con il giallo. Ha risparmiato a Vina un plateale giallo come ad Osimhen. Insomma… un fischietto che sa sempre scontentare tutti e che per fortuna non ha condizionato un pareggio divertente e giusto. I calciatori hanno saputo cancellarne dal campo ego e presunzione.

Napoli – Torino 1-0: stairway to heaven

Il Milan in un ordinario Sabato sera vinceva, tra le mura amiche, in rimonta contro l’Hellas Verona. I rossoneri momentaneamente s’issavano al primo posto. Nel frattempo l’Inter perdeva ulteriore terreno, cedendo fuori casa 3-1 alla Lazio sarrista. Il Napoli in una partita infame per il valore del Toro di Juric e per il ricorrere post sosta nazionale trova la scala per il Paradiso, approfittando delle ormai larghissime spalle di Osimhen. Il nigeriano a due gradoni la volta, all’80esimo, sale fin sopra la traversa e di testa segna l’1-0. Che significa risoluzione di un match giocato male dal Napoli, il peggiore della stagione per le ragioni di cui sopra. Che significa, in vero, ancora primo posto in classifica e ottava vittoria consecutiva.

1. Il caos

Il peggior Napoli della stagione, anche meno brillante della trasferta di Genova, ma non per la voglia di vincerla. Anche perché a Firenze, a differenza del parere di molti, il Napoli ha giocato partita maestosa e completa.

Per il resto gli azzurri sono risultati approssimativi e confusionari dal punto di vista sia tattico – non sotto il profilo delle palle inattive che hanno prodotto ancora una volta tantissimo: stavolta un rigore – che tecnico. Il Napoli è cascato nella trappola del Torino. I granata vogliono sempre incutere nell’avversario questo caos in cui poi con il loro fisico andare a vincere duelli individuali e in scorribanda andare a fare male.

Un Napoli stanco, che perciò non è riuscito frequentemente ad elevarsi sopra tale caos con la tecnica. Così ha finito per concedere occasioni da gol agli avversari mai come prima d’ora. Eppure i partenopei hanno comunque prodotto un Xg quasi di due reti, mantenendo così inalterata la produzione offensiva rispetto alle uscite precedenti. Il Napoli, alla fine, ha realizzata soltanto una rete e succede, soprattutto quando la partita sembra ab origine infame tanto per il valore dell’avversario quanto per il ricorrere post sosta nazionale.

2. Insigne il rigorista

E la rete siglata dal Napoli è soltanto una perché Insigne sbaglia il 3 rigore su 5 in stagione. Altrove, a Milano ad esempio sponda rossonera – al momento i competitor diretti del Napoli per la vetta -, sarebbe un non problema.

L’anno scorso Ibra sbagliava con altrettanta frequenza i rigori. Anch’egli andava in scadenza a fine anno. Scelse di lasciare a Kessiè l’onere. La squadra ha continuato a volare lo stesso.

Il problema diventa grosso perché Insigne non è Ibra, non si autodefinisce Dio anche quando gioca male. Lorenzo si adombra e inizia a picconare la sua autostima. Inoltre, non sembrerebbe esserci un Kessiè pronto a supplirlo. O al momento non ne vedono gli esterni.

3. Stairway to heaven

Per un Napoli incapace di sbloccarla e in balia della fisicità granata ci ha pensato il giovane fuoriclasse Osi. Il nigeriano ha percorso tutte le scale che portano al Paradiso due gradoni alla volta e trafitto di testa il fratello meno famoso della famiglia Milinkovic Savic.

E tra le nuvole Victor ha portato con sé, sulle sue spalle, Bremer che nel marcarlo però ha dimostrato di essere un embrione di top difensore mondiale alla Cuti Romero. Ma ha anche portato in cima al cielo le paure derivanti dallo spauracchio Juric e dal suo gioco maschio e resiliente, che complice la fifa del Napoli di Gattuso ha privato gli azzurri di una Champions già conquistata. E poi queste paure le ha spinte giù in terra disintegrandole.

Juric di difensori se ne intende. Ha formato anche quello che oggi è stato il migliore del Napoli: Amir Rrahmani.

4. Il brodo

Ora a Spalletti tocca recuperare un Lozano rabbuiato da un cambio tattico (legittimo) del mister – ossia passare dal basico 442 al più 352 -, che però forse avrebbe dovuto rivolgere la sostituzione a Dries Mertens.

Il belga mette lo zampino nel gol ben prima del cambio modulo ma sembra ancora lontano dalla condizione migliore. La partita non permetteva certo di fargli prendere confidenza come abbisognerebbe.

E poi tocca recuperare alla causa i vari Demme, Lobotka e Manolas che allungano il brodo. Sta arrivando l’inverno e o’ bror è buono assaje.

Massimo Scotto di Santolo

La Bottega Del Doppiaggio, la nuova scuola corso di doppiaggio a Napoli parte il 14 marzo al Vomero

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Dopo l’openday del 22 febbraio 2020, tenutosi all’orangebug del vomero a via Bonito n.25, La Bottega Del Doppiaggio ha una data di inizio e un programma ufficiale.

È stato infatti un incontro pieno di entusiasmo e partecipazione, l’openday de La Bottega Del Doppiaggio. Pensato per presentare, attraverso l’esperienza umana, il nuovo corso scuola di doppiaggio al vomero (Napoli), ai futuri corsisti. Chi ha ascoltato le parole dei trainer doppiatori, ha toccato con mano lo spirito di questo percorso, che cerca di offrire l’antica esperienza del doppiaggio così come è nata, cioè come artigianato della voce e come divertimento puro, così come affermano grandi doppiatori come Giannini e De Sando. Il corso inizierà il 14 marzo alle ore 10 e si svilupperà in queste fasi qui riassunte, il programma completo sarà esclusivamente a disposizione dei corsisti.

Intervista di Mario Panelli a Cristian Mulè e Andrea Contaldo

Mese 1, 16h su 4 sabati da 4 h ciascuno di lezione.

Cos’è il doppiaggio, storia ed evoluzione, approccio al doppiaggio di un film con le differenze tra attore e doppiatore, basi di dizione e affiatamento gruppo.

Mese 2, 16h su 4 sabati da 4 h ciascuno di lezione.

Approccio al doppiaggio di un cartone animato e lavoro contemporaneo al doppiaggio di un film, per capirne le diverse tecniche di caratterizzazione.

Mese 3, 16h su 4 sabati da 4 h ciascuno di lezione.

Simulazione di veri turni di doppiaggio, in cui ci si metterà in gioco per mettere a frutto le nozioni imparate. Il corso si concluderà con alcune nostre valutazioni e nel caso consigli, ricordandoci sempre che i ragazzi si saranno dovuti divertire ad ogni lezione, perchè esse hanno come obiettivo l’insegnamento delle basi della tecnica, ma anche lo svago e la voglia di divertimento dello studente.

“IL DOPPIAGGIO È UN GIOCO” Questo è lo spirito del nosto corso. Divertirsi e mettere subito in pratica le proprie…

Geplaatst door OrangeBug Records op Maandag 17 februari 2020

Info e iscrizione

Info e calendario de La Bottega Del Doppiaggio. Come già detto Inizieremo sabato 14 marzo. Il corso si svolgerà ogni sabato dalle 10 alle 14 eccetto il sabato santo 11 aprile e il 25 aprile. Il costo, come già detto, è di 120€ al mese e per garantire le 12 lezioni termineremo il 13 giugno. Sarebbe importante iscriversi entro il 5 marzo così da darci il tempo necessario per organizzare viaggi e questioni tecniche. Per l’iscrizione è possibile anche usare anche paypal (http://www.orangebugstudio.com/eshop/prodotto/la-bottega-del-doppiaggio-corso-1/) bonifico bancario o venire direttamente di persona a conoscerci e visitare la struttura.

mail: orangebug@fastewbnet.it

cell e whatsapp: 3933893248

Doppiaggio, nasce un corso all’OrangeBug del Vomero (Napoli)

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Nel cuore del Vomero sta per nascere La Bottega del Doppiaggio! Cos’è ?
E’ un luogo dove puoi conoscere, immergendoti subito nell’esperienza, il fantastico mestiere dell’attore/doppiatore!

Perché si chiama Bottega del doppiaggio? Perché, per conoscere ed imparare questo lavoro, è necessario viverlo proprio come un apprendista frequenta la bottega del suo maestro artigiano. Bisogna essere affianco al proprio maestro, e provare a farlo, un po’ alla volta. Perché il doppiaggio è un lavoro d’artigianato. Va fatto con cura, lentamente, e deve essere praticato , senza troppi fronzoli…


Noi vogliamo che conosciate così questo mondo: senza “Accademie”, “Scuole” o “diplomi finali”. Vogliamo che vi divertiate! E vogliamo anche farvi scoprire che, grazie a questa tecnica, possiamo imparare a gestire la nostra voce: a dargli sicurezza, ritmo e colori diversi ; tutti ingredienti che nella vita sociale e lavorativa possiamo trascurare spesso, ed è invece giusto prendersene cura!


Nella bottega, verrai coinvolto in una full immersion di doppiaggio di film, serie Tv e Cartoni animati, ed è previsto anche un Training / Riscaldamento di dizione, guidato da giovani esperti, professionisti del settore.
Il percorso durerà tre mesi e si terrà all’OrangeBug, a Napoli nel cuore del Vomero. Una volta alla settimana, per quattro ore.
Ah, dimenticavamo: è aperto a Tutti!
Ti aspettiamo!

info e prenotazioni

Telefono e Whatsapp: 3933893248

mail: orangebug@fastwebnet.it

indirizzo: via Bonito, 25 Napoli (Vomero)

Luciano De Crescenzo: “Nessuno può insegnarci ad amare Napoli”

Era la festa scudetto del Napoli, il primo tricolore degli azzurri. Gianni Minà chiamo sul palco l’ingegnere filosofo Luciano De Crescenzo.

L’indimenticato intervento di De Crescenzo

“Io più che della squadra,vorrei parlare del pubblico, lo so che corro il rischio di essere retorico. Pochi giorni fa l’Ajax ha vinto la Coppa Delle Coppe ed è successo di tutto ad Amsterdam, hanno fatto centinaia di milioni di danni, hanno rotto macchine, rotto tutto. Perché noi napoletani invece ci siamo comportati bene? Perché abbiamo voluto dimostrare il nostro amore, noi amiamo la nostra città, io voglio bene a Napoli ‘e capit!?, lo so che so retorico, ma io amo Napoli.

E allora dico una cosa, io amo Napoli, voi amate Napoli che era la città più bella del mondo, ora non lo è più, ma la possiamo far diventare la più bella perché non abbiamo bisogno di nessuno che ci insegni come amarla, ma dobbiamo comportarci come ieri allo stadio!».

Un ricordo vivido, vissuto in diretta a soli 12 anni con sofferta gioia e anche speranza, grazie alle parole di quest’uomo, all’umorismo di Troisi con il suo scherzoso – «Festeggiate, ma non lasciate il gas e l’acqua aperti» – e quella fantastica squadra. Tutti uniti in quella che poteva sembrare una nuova alba per Napoli e i napoletani. Addio professor Luciano De Crescenzo.

SALVIO IMPARATO

Manchester City-Liverpool 2-1: Giochi riaperti

Manchester City-Liverpool non è stata semplicemente una grande partita. E’ stata anche la prova della consapevolezza che Guardiola e Klopp hanno dello spessore dell’altro. E di come le grandezze di questi due allenatori si intersechino e si influenzino a vicenda. La vittoria di misura del Manchester City riapre i giochi per la corsa alla Premier League. E pone fine all’imbattibilità del Liverpool di Klopp dopo 20 partite. Allo stesso modo di come lo scorso anno i Reds avevano invece interrotto la striscia del City.

Sta diventando sempre più semplice abituarsi all’idea di dover definire le sfide tra le squadre di Guardiola e quelle di Klopp delle vere e proprie battaglie tattiche. Il rispetto e il timore delle capacità dell’avversario sono ormai ben visibili sul campo. E l’importanza che acquisiscono i dettagli nella direzione delle partite è superiore a quella che noi siamo disposti ad accettare. A maggior ragione se poi consideriamo il peso della partita in sé e le conseguenze che esiti diversi avrebbero portato. Nell’economia dei novanta minuti, il pareggio sarebbe forse stato il risultato più giusto. L’equilibrio complessivo sempre sul filo del rasoio e con fasi alterne di conduzione del gioco ha prodotto alla fine lo stesso numero di tiri in porta. La splendida azione che ha portato al palo di Manè e al clamoroso salvataggio di Stones è stata però il manifesto della direzione che la partita avrebbe poi preso. Gli errori da matita blu di Lovren hanno poi fatto il resto.

Si può discutere con il senno di poi la scelta di Klopp di ritornare per l’occasione al 4-3-3. Accantonando per la partita in questione il nuovo sistema rinvenuto quest’anno. Ovvero quello con il doppio mediano e Fabinho in pianta stabile e i quattro giocatori offensivi. Con l’ingresso di Shaqiri quasi in pianta stabile, Firmino rifinitore e Salah centravanti. Klopp, probabilmente contando sul fatto di avere a disposizione due risultati su tre, ha optato per un centrocampo più aggressivo senza palla. Volto a soffocare la fluidità della manovra di una squadra che avrebbe dovuto necessariamente giocare per vincere. Per poi ripartire con regolarità. La bellezza data dalla verticalità dell’azione che ha portato al palo di Manè è raggiante. E il salvataggio incredibile sulla linea di Stones dopo il pasticcio con Ederson ha forse impedito al piano gara di Klopp di mettere la freccia per la nona volta in sedici confronti diretti tra i due allenatori.

Ma tornando a parlare dell’influenza reciproca dei princìpi di gioco dei due allenatori, va sottolineato questo. Considerato lo score a favore di Klopp e le dinamiche interne delle due gare di quest’anno, la sensazione è che il tecnico ad aver studiato quasi ossessivamente sia stato Guardiola. Coerentemente con la sua maniacalità. Dapprima rinunciando quasi al dominio del pallone nello 0-0 di Anfield. E in seguito andando a mille all’ora nella partita di giovedì. Affrontando quindi coraggiosamente Klopp utilizzando le sue stesse armi. Bernardo Silva sarà al termine della gara il giocatore ad aver percorso più chilometri in Premier League quest’anno in una singola partita.

E alla bellezza e all’emozione del confronto hanno certamente contribuito anche le controrisposte di Klopp, che non sono mancate. I Reds quest’anno sono una squadra molto più quadrata, in grado di gestire i ritmi delle partite senza perdere l’intensità e la verticalità nei momenti chiave. In grado di risalire il campo in maniera sempre diretta ma anche più lucida e ragionata. E’ forse questo il compromesso che ha permesso agli uomini di Klopp di perdere per la prima volta alla ventunesima partita. Dopo aver vinto in diciassette occasioni. L’immagine è quella di una squadra che ha l’intensità e la verticalità nel sangue. Ma la cui consapevolezza di aver raggiunto uno status superiore ha portato a capire di dover razionare le energie. Per poter trovare forse l’unica cosa che mancava, la continuità.

E le controrisposte in questi termini sono arrivate anche in questa partita ovviamente. Ma abbiamo già detto quanto siano importanti i dettagli. E gli errori individuali di Lovren non erano ieri una sorpresa e non lo sono certo oggi. In occasione di entrambi i gol del City sono state decisive in negativo le sue letture. Facendosi anticipare nettamente da Aguero prima, e occupando la posizione sbagliata poi, mettendo in crisi l’intero reparto. Certo è che con gli infortuni del titolare Joe Gomez e di Matip, soluzioni alternative per Klopp non sembravano esserci.

Le prestazioni individuali della squadra di Guardiola sono state di altissimo livello. Fernandinho è stato un gigante e ha dimostrato per l’ennesima volta di essere la chiave di volta insostituibile per i meccanismi di equilibrio del Manchester City. La prova atletica, prima ancora che tecnica, di Bernardo Silva, è stata sontuosa. Quella di Aguero in qualità di attaccante moderno fantastica. E lo stesso dicasi per quella di Laporte, che oltre a bloccare Salah quasi alla perfezione ha avuto anche la forza e l’intelligenza di fare il terzino puro. Per quanto riguarda Sanè, le sue doti atletiche, aerobiche e tecniche e la loro capacità di coesistere meriterebbero sempre una menzione a parte. E il suo gol del 2-1 è un colpo da biliardo, imparabile anche per Alisson.

Siamo stati costretti nelle settimane scorse a dover leggere di un Klopp associato alla dea bendata come se fosse una colpa. Come se poi dietro qualunque tipo di successo vi sia alla base l’assoluta perfezione. Come se poi l’andamento e la direzione di alcuni momenti non abbiano mai contribuito in positivo o in negativo nella storia dei trionfi e delle vittorie. Dichiarazioni forse poco lucide, macchiate da fanatismi forse inconsapevoli ma forti. Che dimostrano di non conoscere la storia di un allenatore che ha invece sempre pagato per i suoi errori, restando comunque in credito con la fortuna da anni. Diversamente, la sua storia dei momenti topici avrebbe meritato di non essere questa.

Abbiamo letto di un Liverpool in calo per il fatto di aver perso meritatamente le tre trasferte nel girone di Champions. Senza magari considerare il fatto che, dopo la finale dello scorso anno, sia emersa forse in quelle circostanze anche la volontà di rivolgere la testa e le energie ad un campionato che manca dal 1990. Anche perché in tutte e tre le occasioni fu un Liverpool troppo brutto per poter essere definito semplicemente in giornata no. Di fronte invece al passaggio del turno meritato o meno, il discorso può anche starci. Ma la consapevolezza europea del Napoli di quest’anno non può essere macchiata di certo per una sola partita persa meritatamente, contro un avversario che ha sfortunatamente per gli azzurri giocato come sa.

La Premier League può in ogni caso dirsi riaperta. Il Liverpool è sempre in testa a quota 54, il City ha ridotto le distanze a quattro lunghezze, mentre il Tottenham, con i suoi 48 punti, è sempre lì. In un momento di forma smagliante. E senza aver speso un centesimo nella sessione estiva di mercato. Lo scorso anno, come detto, il Liverpool pose fine all’imbattibilità del City, ma la squadra di Guardiola continuò a dominare e vinse comunque il campionato. Questo per Klopp è l’anno della verità. Entrare definitivamente nella forma mentis di squadra che deve essere rincorsa e non che deve rincorrere. Proseguire il cammino con la stessa consapevolezza allontanando qualsiasi tipo di contraccolpo. Il confine tra la vittoria e la sconfitta alla fine del campionato è sottilissimo. Sia per quanto riguarda il suo status di allenatore che per quanto riguarda la storia del Liverpool.

Gioacchino Piedimonte

Zeman: “Dobbiamo migliorare più sul piano mentale che tecnico. Esonero? Ci sono dei problemi!”

Scuro in volto Zdenek Zeman nella conferenza post Sampdoria-Pescara, sembra non aver digerito i minuti iniziali della sua squadra, che si è trovata sotto 2-0 in pochi minuti, forse le scorie per la sconfitta di La Spezia hanno influito non poco sull’approccio alla gara. Ecco l’estratto delle parole del Boemo nella sala stampa del Ferraris, in apertura la mia domanda e poi quella dei colleghi presenti.

Mister buonasera, anche se vi siete trovati sotto in pochi minuti, la squadra ha mostrato a sprazzi quello che lei vorrebbe vedere, è indicativo il fatto che una delle giocate, che lei predilige da un play, l’ha eseguita il vostro portiere, Marco Pigliacelli?

Si Pigliacelli fa anche troppo il play, anche perché cerchiamo spesso il portiere giocando palla dietro, dopo il gol fatto abbiamo avuto più convinzione e abbiamo provato qualcosa, ma era troppo tardi.

Per tutto il primo tempo non si è mai alzato dalla panchina, era già rassegnato?

“Io mi alzo sempre poco, perché sono convinto che facciamo in campo le cose fatte in allenamento. Nel secondo tempo ho cercato di dirigere i ragazzi cercando di dargli qualche indicazione in più”

Dopo gli otto gol subiti,  in questa trasferta ligure, c’è qualcosa di buono che porta a casa?

“L’atteggiamento dei ragazzi nel secondo tempo di stasera, con la testa libera hanno fatto vedere che sono capaci di eseguire certi concetti, dobbiamo migliorare mentalmente più che tecnicamente, dobbiamo essere convinti dal primo minuto su quello che facciamo”

Mister visto il momento, ha paura di essere sostituito?

“Io vorrei fare tanto per questa squadra, vorrei che provasse di più a fare quello che chiedo. Come allenatore sono abituato ad essere in discussione, fa parte della nostra vita, mi piacerebbe uscire da questo momento con gioco e risultati, ma ci sono dei problemi!”

SALVIO IMPARATO

Sebastiani: “Zeman sta lavorando tutti i giorni per il Pescara del futuro” (VIDEO)

Il presidente Sebastiani ha parlato dopo l’amichevole di Ortona, vinta 11-0 dagli uomini di Zeman, soffermandosi sulle qualità dei ragazzi a disposizione

“Ci vuole pazienza, anche se sono tutti ragazzi di qualità, magari sono tanti ma comunque supportati da uomini di esperienza, su tutti Campagnaro che in B gioca ancora facile, se il mister non l’ha fatto giocare è perché non lo vede ancora in condizione, d’altronde non conosco allenatori che vogliono farsi male. Zeman lavora tutti i giorni per creare il Pescara del futuro”

SALVIO IMPARATO

Napoli-Shakhtar 3-0, una vittoria diversa. Sarri: “Non ho bisogno di chiamare Guardiola, Maggio grande prestazione”

Nonostante un San Paolo surrealmente, per l’occasione, semivuoto, il Napoli ha offerto una delle migliori e importanti prestazioni della stagione, non tanto per il risultato, ma per come è arrivato, per le giocate offerte senza Insigne in campo e le insolite scelte di Sarri. Una vittoria diversa che racconta cose nuove di questo Napoli, a parte la magia di Lorenzo, la squadra ha dato un altro segnale importante anche per il campionato. Zielinsky e Rui esterni alti hanno proposto valide alternative di modulo nella stessa partita, passando tranquillamente dal 4-3-3 al 4-4-2 e al 4-5-1, quest’ultimo da sempre la versione difensiva del 4-3-3 in fase di non possesso, ma a volte non basta arretrare gli esterni, serve gente con determinate caratteristiche e il polacco e il portoghese hanno dimostrato di averle, da quell’altro lato ad un inesauribile Callejon può chiedergli anche di fare il terzino. Proprio Sarri, in conferenza, ha parlato della possibilità di vedere queste diverse soluzioni anche in campionato, ovviamente più per partite in cui c’è da gestire un vantaggio, che in partite su campi chiusi dove c’è da aprire le difese avversarie. Complimenti da parte del toscano anche per la difesa e per Maggio – << Vorrei sottolineare la prestazione di Maggio, quando sei fuori tanto tempo e ti fai trovare pronto in una partita del genere, vuol dire che ha alte qualità calcistiche e umane>> – una battuta anche sulla scherzosa possibilità di chiamare Guardiola per chiedergli la vittoria – << Non ho bisogno di chiamare Guardiola, per la sua mentalità so che andrà in Ukraina per vincere>> – il Napoli quindi spera ancora, ma il segnale importante è che la squadra si sta adattando al meglio alle emergenze, messaggio importante in ottica scudetto.

SALVIO IMPARATO