E allo Stadium passò l’R2

Chi ha bazzicato per almeno un buon lustro il tratto di strada che collega Piazza Garibaldi a Piazza Borsa, altro non fosse che per occupare, con profitto o meno, i banchi delle variegate facoltà universitarie che popolano il Rettifilo, sa che fino all’apertura della fermata della metro collinare della stazione centrale di Napoli un autobus a forma di serpentone ha assunto i contorni, a seconda dei casi, di acqua nel deserto o di Satana a tre corna. R2 il suo nome. Ed ai napoletani dirà tanto.

L’R2 aveva ed ha una caratteristica: il caos. Sia quando si saliva che quando si scendeva. Preso d’assalto dinanzi alla statua di Garibaldi – con scene di calca da intervento quotidiano di un’immaginifica Celere – e abbandonato di corsa prima che le porte si chiudessero in faccia alle frotte di varie umanità che, scendevano sempre all’altezza dello stesso punto: poco prima di piazza Borsa. E ritorno. Pari pari.

Il serpentone, trasformatosi d’improvviso in un il cilindro in cui la saturazione dell’ossigeno raggiungeva livelli accettabili, garantiva un prosieguo del viaggio discretamente confortevole. I posti a sedere iniziavano a non mantenere più le sembianze di una chimera. Una perifrasi per dire che, da un certo momento in poi, si stava abbastanza larghi.

Dopo un sofferto viaggio d’andata, il mezzo più ambito dai napoletani si è fermato ieri. Non a Piazza Borsa, ma allo Juventus Stadium di Torino. In effetti, sul bus si iniziava a stare decisamente larghi ed era prevedibile tornasse pieno zeppo come un uovo. Quei pochi che erano rimasti erano lì, seduti comodi ad osservare lo spettacolo: “Permesso!! Permesso!! Fate passare o’vicchieriello, ca s’adda assettà…”. Perché Il vecchierello, furbetto come pochi, supportato da orde di amici, pieni di reverenza o di compassione non è dato sapere, sa che dal carro può salire e scendere quando vuole. Tanto, nessuno farà notare che, magari, l’età è una scusa e sarebbe stato più corretto, per stare comodi, salirci a tempo debito.

Assieme a lui, altri spingono forte e ti danno la sensazione, pur da seduto, di stare sottovuoto come un pacchetto di caffè da 250 g; altri ancora si esercitano con una buona dose di demagogia a chiedere di pensare ai bambini che in piedi nell’ex carro vuoto ridiventato carnaio iniziano a soffrire. Altri ancora, con un gioco di prestigio, provano a fregare il portafogli. Non mancano i ragazzini in pieno ormone adolescenziale: “Se facciamo l’incidente muore solo il conducenteee!!”. A completamento del quadro chi, ad un conducente che da uomo solo al comando si ritrova tirato per la giacchetta ad ogni cazzo di fermata da chi, ormai, vorrebbe salire ma non c’è più posto. Proprio lui, sudato, senza neppur poter sfumacchiare una sigaretta, sa che Piazza Garibaldi e la stazione pur vicina sono in realtà lontane. E che, magari, arriverà pure qualcuno che tirerà le pietre. O, peggio ancora, il timore che il bus si rompa. Per cause da lui indipendenti ma che a lui, nell’immediato, verrebbero imputate. E allora immagina le urla della gente, le maledizioni al servizio pubblico che, ovviamente non funziona mai. In salsa un po’ nera ed un po’ verde. Tra un “Ci vuole LVI, caro lei!”, con cui i mezzi arrivavano in orario e l’auspicio di una passata di Salvini, che ci sta sempre bene.

Poi, però, piazza Garibaldi arriva. E scompaiono i vecchietti che da semiparalitici diventano Bolt, la guagliunamma piena di testosterone, i mariuncielli , ed anche le signore che urlano “Permeeeessoooooooo!”.

E lui può fumarsela quella sigaretta. In santa pace. Con un bel dito medio a tutti.

PAOLO BORDINO

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