Italia – Spagna 1-1 (4-3 r.): è la quarta finale europea della storia azzurra!

Una Italia più stanca e meno dominante della Spagna riesce nell’impresa di portare i favolosi iberici ai rigori. E lì i nervi degli azzurri, in controtendenza alla loro storia, restano saldi a differenza di quelli spagnoli. I quali dimostrano nel post partita, attraverso le dichiarazioni del loro mister, il Ct Luis Enrique, il perché sono stati così vincenti… sanno soprattutto perdere. Il mister delle furie rosse, dal vissuto umano drammatico, elogia la partita di entrambe le squadre definendo super l’Italia. Per questo motivo, l’ex allenatore anche della Roma e del Barcellona farà il tifo per gli azzurri in finale.

1. Il pre-gara italiano

Non che Paolo Guzzanti sia necessariamente una voce di rilievo ma colpì quando, durante una trasmissione di La7, definì l’Italia un Paese presuntuoso ed ego-riferito. Dalla cucina all’arte, il Bel Paese si definiva, secondo lui, tale soprattutto per un provincialismo imperante, per mancanza di conoscenza dell’estero e dei suoi usi e costumi. Vizio italico che si riverbereva nelle sue conseguenze nefaste anche tra i confini nostrani, dove nessuno era in grado di realizzare, anche solo a livello comunale, una comunità che fosse veramente tale.

E nel raccontare il match contro la Spagna, questa perfida descrizione del nostro Paese trova plastica dimostrazione. I media italiani hanno raccontato di una Italia più forte della Spagna quasi in ogni reparto. Improvvisamente l’Italia del Mancio era divenuta il Brasile del ’70 senza che nessuno se ne fosse accorto. Puntuale la risposta dei fatti: la Spagna maramaldeggia. Potrebbe vincere nei tempi regolamentari e supplementari con agio, ma l’inesperienza di un gruppo molto giovane e l’assenza di una punta esiziale condannano gli spagnoli alla forca dei rigori alla fine della cui lotteria escono onorevolmente sconfitti.

2. La partita

Due squadre molto simili nel gioco, Spagna e Italia. L’intento di entrambe è di controllare il possesso della palla sempre e comunque. Ci riesce nella semifinale di Wembley molto bene la Spagna, costringendo l’Italia al 35% di possesso palla. Il consolidamento del dominio del gioco riesce meglio se a fronte del pressing avversario l’uscita palla è gestita da Eric Garcia e Laporte piuttosto che da Chiellini e Bonucci.

L’Italia però ha il merito di non innervosirsi ed accettare il match del sacrificio. Combatte e difende a centrocampo e in area di rigore. Ha la sensazione, poi, con Chiesa di poter fare sempre male in contropiede. Unai Simon gioca una partita sensazione in termini di lettura: ha tolto costantemente la profondità all’idea italiana di attaccare in verticale una difesa spagnola non bravissima nei tempi del rinculo a palla scoperta.

E, in uno dei contropiedi, Chiesa segna un gol alla Lorenzo Insigne, un tiro a giro che si spegne all’incrocio del secondo palo. Nonostante una mole di gioco ispirata da due fantastici giocatori, Sergi Busquets e Pedri, e resa pericolosa dalle sortite offensive del demonio Dani Olmo, l’Italia è a un passo dalla finale, perché l’1-0 regge fin dal 60′!

3. I cambi

A 15 minuti dalla fine, tuttavia, sale in cattedra Roberto Mancini, ma le sue scelte sono controproducenti. Il ct azzurro toglie lo stanco Emerson Palmieri per l’accorto stopper Rafael Toloi. Dirotta Di Lorenzo a sinistra. Inoltre, avvicenda lo spento Verratti con Pessina. Già aveva, immediatamente dopo il vantaggio, sostituito l’impresentabile Immobile – Belotti non farà meglio – con Berardi, proponendo un insospettabile Insigne falso nove.

Il risultato è che l’Italia perde ogni velleità offensiva. Sia sulle fasce dove agiscono due terzini bloccati: uno per caratteristiche, l’altro per inusualità della posizione assunta. Sia centralmente dove Insigne non riesce a proteggere palla mentre Pessina e Barella creano più quantità che qualità in mediana.

L’ultima mossa deficitaria del Mancio consiste nel chiedere a Jorginho la marcatura ad uomo di Pedri. Il diciottenne genio spagnolo si tira fuori dalla posizione di trequartista, porta Jorginho nel mare magnum del centrocampo, si apre un buco nel cuore della difesa azzurra che la Spagna sfrutta in modo rapido e cinico. Morata si presenta a tu per tu con Donnarumma e lo trafigge. A dieci minuti dalla fine è di nuovo pari: 1-1.

4. Supplementari e rigori

Durante i supplementari, una Italia stremata resiste con la forza della disperazione ma non propone più alcun tipo di calcio. Resta soltanto la trincea, nella quale spicca più di tutti Giovanni Di Lorenzo autore di una prestazione, difensivamente parlando, immaginifica. Il Napoli fortunatamente gli ha allungato il contratto di un anno (ora la scadenza è 2026, fonte sky). L’applicazione del terzino partenopeo gli ha consentito di annullare sia fisicamente che tatticamente tutte le ali spagnole affrontate. Non ne ha sofferta nessuna!

Benché la Spagna abbia un paio di occasioni clamorose lungo i faticosi supplementari per chiudere la pratica anzitempo, il match alla fine giunge ai rigori. Unai Simon nella sua scelta di scommettere sempre sul tiro incrociato imbriglia soltanto il rigorista principiante Locatelli. Poi la perfezione degli altri rigori azzurri lo vedono inerme. Nel frattempo Dani Olmo ha pareggiato l’errore di Locatelli sparando il suo destro in tribuna, mentre Morata commette l’errore decisivo appoggiando il piatto sui guanti del portiere azzurro. Infatti, dopo il centroavanti juventino, va dal dischetto lo specialista Jorginho, che in modo magistrale non perdona e spiazza il portiere inviando un’intera Penisola, per una volta tutta unita, in finale!

Massimo Scotto di Santolo

Italia-Galles 1-0: Mancini eguaglia Pozzo

Italia-Galles. Mancini, con una sola vittoria, raggiunge il primo posto del girone europeo, stacca il pass per gli Ottavi di finale ed eguaglia il record di 30 risultati utili e consecutivi di Vittorio Pozzo. Quest’ultimo leggenda del calcio italiano. Ct di due spedizioni mondiali consecutivamente conclusesi con l’alzata al cielo della Coppa Rimet, ex Coppa del mondo. Padre spirituale del Grande Torino. Fu lui a riconoscere i corpi dei suoi ragazzi tra le macerie di Superga e prima ancora ad insegnargli a giocare il calcio degli angeli.

1. Italia-Galles, Italia da primato

Italia-Galles. L’italia, piegando la resistenza di un orgoglioso Galles, raggiunge il primo posto del girone non ancora conquistato matematicamente. I punti a referto sono nove. Sette i gol fatti. Zero invece i subiti. Trenta le partite senza perdere dell’Italia. Da undici incontri i portieri azzurri non subiscono reti.

Una magia che contro il Galles rischiava di finire: l’italia aritmeticamente perlomeno già seconda schierava, secondo i principi del buon turnover, otto giocatori diversi dall’ultima partita. Hanno esordito in corso di match altri tre calciatori azzurri. Dal canto loro, i britannici avevano una differenza reti nettamente favorevole rispetto alla Svizzera, impegnata contro la già eliminata Turchia e dunque facilmente pronostocabile vittoriosa. Per questo Bale e co., alla vigilia del match contro l’Italia, non erano ancora certi del Secondo Posto. Così affrontavano la partita con la formazione migliore.

Il risultato che ne è venuto fuori ha prodotto una Italia poco fluida ma vogliosa di non rinunciare a percentuali d’intensità ed estetica. Verratti ha spiegato calcio. E un Galles che aveva più un orecchio alla radiolina che al campo in attesa di buone notizie dallo stadio di Baku dove stava svolgendosi Svizzera-Turchia. Gli elvetici dovevano recuperare anche con il contributo dell’Italia un differenziale di 5 reti ai gallesi. La Svizzera contava un -3 di DF mentre il Galles un +2. La rimonta alla fine è rimasta incompiuta e la speranza rivelatasi vana.

2. C’est la precision qui fait la difference

Il vantaggio che ha mollato gli ormeggi dell’incontro Italia-Galles è derivato da una scelta molto convincente di Mancini: rinunciare alle ali a piede invertito – Chiesa (molto vivo) e Bernardeschi (sempre meno convincente e comprensibile la sua convocazione) – per posizionarle sulla fascia del loro piede forte.

Il Galles proponeva grande densità al centro del campo. L’Italia perciò in fieri ha risolto il rebus difensivo cercando gli uno contro uno dei due ragazzi scuola Fiorentina sulla fascia. Lo scopo era superare i quinti del centrocampo avversario e arrivare sul fondo del terreno di gioco per servire il generoso Belotti o l’accorrente Pessina. Il primo, punta centrale monocorde, è infine risultato incapace di calarsi come Immobile nell’articolata architettura codificata dal Mancio, a sua volta ispirato da Sarri. Idoneo, pertanto, servirlo tramite i cross dal fondo.

l’Italia metabolizza subito il cambio tattico di cui sopra e genera due occasioni da gol. Alla fine realizza la rete del poi definitivo 1-0 su calcio piazzatto durante il corso del Primo Tempo. Il taglio sul primo palo del centrocampista Pessina, scuola Monza e ormai da un po’ di tempo in forza all’Atalanta, è cercato dal piede certosino di Verratti e risulta vincente. Tenta, Pessina, di raddoppiare su azione da gioco ma con dinamica uguale alla punizione calciata da Verratti, però sciupa.

Pessina impressiona per l’intelligenza mai riflessiva con cui approccia alle partite e agli innumerevoli grandi eventi a cui ha partecipato quest’anno da protagonista sebbene novizio. I tempi d’inserimento sono gli stessi del Perrotta di Spalletti: orologio svizzero, Matteo! Superiori persino a quelli di Barella, il quale però vanta rispetto al suo competitor un volume di gioco superiore. La mezz’ala interista è un carrarmato; Pessina un V2.

3. I prossimi avversari degli Ottavi di Finale

Una Italia impavida ha scelto di vincere e onorare la partita Italia-Galles accettando così il rischio che il suo primato gli comportava, cioè di dover battersi già ai Quarti contro la Francia. Però prima agli Ottavi tocca ad una tra Austria e Ucraina.

Si ricorda che se l’Italia, perdendo contro il Galles, si fosse qualificata come Seconda, avrebbe beccato agli Ottavi una tra Russia, Finlandia e Danimarca ma ai Quarti la potenziale teste di serie non irresistibile dell’Olanda.

Tant’è… bisogna ora focalizzarsi su due compagini diverse: l’Ucraina ha un atteggiamento prettamente difensivo nella speranza di poter sprigionare in contropiede la tanta qualità della sua trequarti. Malinovsky, Zinchenko e Yarmolenko su tutti. Squadra che però mostra lacune, oltre che complessive sia dal punto di vista tattico che tecnico, soprattutto mentali.

Anche l’Austria ha la stessa problematica di convivere psicologicamente con un potenziale che appare inesploso e chissà quando riproponibile. Sulla nazionale austriaca campeggia il simbolo della Bundes di cui è enclave nell’Europeo. Pochi giocatori ma di ottimo livello, a differenza dell’Ucraina che sembra dotata di un roster leggermente più lungo. Capeggiati gli autriaci da Alaba in versione libero di Gaetano Scirea ai mondiale dell’82. Difende ma all’occorrenza, il nuovo giocatore del Real Madrid, deve poter anche servire l’assist a Tardelli, del quale imita fioretto e sciabola quell’austero Signore del centrocampo quale Sabitzer. Sembra proprio andare ad un’altra velocità di gambe e di pensiero rispetto ai suoi compagni.

L’Italia ha il dovere di passare con entrambe. Gli azzurri devono regalarsi, salvo sorprese, il Quarto contro Monsieur Karim The Dream Benzema e soci. Sconfiggere gli avversari forti senza smobilitare dal proprio credo nobilita il gioco perseguito e la mentalità vincente e non speculativa. Giusto cercare il Paradiso attraverso Inferno e Purgatorio, basta che poi questo percorso ex post non diventi alibi o rimpianto. Chi ci ha giocato davvero a calcio in Paradiso, quand’ancora era in terra, non approverebbe. Firmato Vittorio Pozzo e i ragazzi del Grande Torino.

Massimo Scotto di Santolo

Turchia – Italia 0-3: dov’è la vittoria?

L’Italia del Mancio, all’esordio casalingo in questo Europeo itinerante e già passato alla storia perchè macchiato dal covid-19, ha offerto gol e spettacolo.

1. Notti magiche?

La Turchia dell’allenatore leggenda Gunes, che portò i turchi fino alla semifinale mondiale nel 2002, è apparsa fin troppo difensivista e rinunciataria. Il muro eretto è durato 45′, complice una Italia tesa ed imprecisa. Poi il goffo autogol dello juventino Demiral ha dissolto in polvere di stelle pressioni e paure. L’Italia così ha dilagato.

E per molti italiani che ancora stoicamente serbano spirito patriottico, la notte di Roma in un Olimpico di nuovo popolato dal tifo è sembrata come una di quelle notti magiche e tipicamente romane: così nere da sporcare le lenzuola oppure da passare in centomila in uno stadio!

– Doveroso il piccolo omaggio ad un poeta bolognese e alle sue sere dei miracoli dal momento che la Virtus Bologna ha schiantato ieri sera, nella finale scudetto del campionato di basket, l’Armani Milano per 4 vittorie a 0, benché i virtussini non siano ben accetti nella Superlega del Basket mentre i modaioli milanesi sì -.

Ma come spesso è accaduto nella storia del calcio italiano, le stelle erano sparite non solo perché concentrate in campo ma anche perché una cortina di fumo denso e tossico ha oscurato la bellezza del gioco della Nazionale di Mancini e dei coraggiosi calciatori azzurri tra principianti in erba e ottimi calciatori in cerca di consacrazione.

2. Riflessioni amare ottenebrano sulla Nazionale

Fa piacere, infatti, che l’Italia tutta si sia accorta ora, dopo 3 anni, del fatto che Mancini abbia mutuato il gioco di Sarri, due degli innumerevoli registi di cui godeva in quel Napoli Maurizio – Jorginho e Insigne (sì quelli che con Ventura e Conte non dovevano vedere campo) – e abbia fatto bingo.

Tuttavia, è proprio questo che infastidisce della Nazionale Italiana, cioè che al momento stia difendendo ed esaltando un movimento, tra scandali arbitrali e presidenti protervi, marcio fino al midollo.

Tale marciume è calcisticamente ben rappresentato dall’ipocrisia di Mancini, il quale qualche anno fa chiedeva la radiazione di Sarri per un insulto omofobo e ora invece ne copia principi e strategie. Chi si accoderebbe al credo di un omofobo se fosse dotato di dignità e orgoglio?

Fa però sempre ribrezzo veder da chi è onerato del racconto di questa Nazionale non riconoscere ad un pionere (Sarri) la sua lungimiranza. Come se l’Olanda negasse che il suo calcio sia nato dal duopolio: Happle e Michels. Come se il Barcellona negasse all’impronta immaginifica di Cruijff il merito dell’ascesa del club in ambito europeo. E la timidezza con cui durante il post partita Sky un decano del giornalismo italiano, Paolo Condò, pavidamente annuisce al corretto paragone che Piccinini compie tra la coppia Spinazzola-Insigne e Ghoulam-Insigne è oleograficamente riassuntivo di quanto si sta dicendo.

3. La damnatio memoriae di Zemanlandia

Altrettanto raccapricciante, per altri motivi stavolta, è la damnatio memoriae a cui è stato sottoposto Zeman, il quale ha fornito alla nazionale italiana terzino destro, mezz’ala, trequartista e punta centrale: Florenzi, Verratti, Insigne e Immobile.

In un’altra Nazione sarebbe celebrato come che ne so… Ragnick, eminenza grigia del calcio tedesco, padre spirituale della Germania pallonara contemporanea. E invece niente, nulla! Tutto ciò per colpa di una testimonianza in Tribunale contro dei cialtroni che ancora rovinano il pallone.

4. La Federazione spieghi

La Federazione può spiegare esattamente quali valori questa Nazionale del Mancio segue? L’irriconoscenza tecnica e professionale nei confronti di chi non si è piegato, a differenza di Vialli e Mancini, alle logiche del Potere calcistico? Oppure la salute di un movimento che al momento Report sta picconando in tutte le sue contraddizioni?

E sul rigore non fischiato agli azzurri per il braccio largo di Celik, chi non ha pensato a tutti i tifosi italiani che domenicalmente subiscono torti arbitrali del genere e poi nel post partita devono anche sentirsi la nenia sul regolamento o la predica sulla cultura dell’alibi.

L’Italia farà bene, molto bene, perché gioca un gran calcio nato altrove, molto lontano da Coverciano… sarà divertente infine sentire, laddove non dovesse vincere l’Europeo, i processi sul bel giuoco che alla resa dei conti non paga.

Stavolta non ci saranno, perché l’alibi ad hoc è già stato creato: ci sono Nazionali più forti! Perché questa legittima giustificazione fu derubricata a sindrome del perdente per Sarri e Zeman?

Caressa giura che “siamo una macchina da guerra”… dopo 5 anni di assenza dell’Italia da una competizione per Nazioni e dopo 11 anni di astinenza dei club italiani da una vittoria in campo internazionale, mi verrebbe da concludere: Quante certezze, Fabio, non so se invidiarti o provare una forma di ribrezzo!

Massimo Scotto di Santolo

Napoli-Crotone 4-3: vincono gli attacchi

Napoli-Crotone

Di scena al Maradona stadium va un incontro quasi da testacoda. I partenopei di Gattuso contro gli squali del redivivo Serse Cosmi. I calabresi strappano applausi per come giocano, veloci e garibaldini, ma concedono tanto, troppo. 74 reti subite di cui altre 4 al vecchio San Paolo. La forza offensiva del Napoli è andata a nozze.

1. Napoli-Crotone, il primo tempo

Napoli-Crotone. Gattuso, in vista della supersfida di Mercoledì contro la Juventus, si concede leggero turnover e arma i cannoni, presenta un 4231 a fortissima trazione anteriore con Mertens e Osimhen contemporaneamente di punta. Squadra naturalmente squilibrata, constando sulle fasce di due ali e due terzini di spinta alle loro spalle, si presentava grammaticalmente però corretta al fischio d’inizio per chiudere presto la pratica Crotone.

Cosmi, dal canto suo, complice una rosa a sua disposizione votata al gioco veloce e offensivo, ha presentato un centrocampo leggero con Zanellato, Benali e Messias a supporto di due punte vere come Simy e Ounas. Il trasformista Molina invece decentrato sulla fascia sinistra. Lui di piede buono ma destrorso.

L’equilibrio del Napoli, gravitante completamente intorno al perno consumato di Bakayoko, sarebbe stato facilmente attaccabile con altro undici iniziale da parte dei calabresi. Ma la lettura originaria dell’allenatore degli Squali ha lasciato al Napoli il dominio completo del gioco e della partita. Il Crotone non abilissimo a marcare in area di rigore, non a suo agio se schiacciato nella propria metà campo, crolla in un primo tempo sotto i colpi di Insigne, Mertens e Osimhen.

Eppure, che il Napoli fosse vulnerabile Cosmi lo comprende già nella sciagurata prima frazione di gioco dei suoi, durante la quale comunque colleziona due contropiedi mortiferi. In uno Manolas propizia un gol di Simy quasi collocabile nella categoria “auto-gol”; nell’altro Meret mette le mani su quello che a quel punto sembra un tranquillo Sabato prepasquale in quel di Napoli.

2. Parentesi: il gol d’Insigne

Ormai il capitano ha raggiunto gradi e status quo. Dopo tante lamentele talvolta ingiustificate, il talento di Frattamaggiore ha la centralità nel progetto del Napoli tanto cercata e richiesta a società e allenatori. E Gattuso, che è anche una sua creatura, sta ricevendo regali in versione di Perle e Coralli.

Ieri, più che il gol, resta negli occhi lucidi dei tifosi partenopei lo schiaffo in sforbiciata volante che Lorenzo Insigne, dopo attacco andaluso alla linea difensiva, di esterno destro ha dato al pallone per servire l’accorrente Osimhen. Il nigeriano ha così potuto depositare a porta vuota il gol che porta la sifda Napoli-Crotone sul 2-0. Nelle more: ragguardevole la punizione di Mertens… forte e tagliente! Quanto basta per togliere tempo d’intervento a Cordaz, incolpevole portiere e bandiera storica del Crotone.

3. Napoli-Crotone, il secondo tempo

Cosmi entra nella ripresa con le idee chiare in testa. Sposta soldatino Molina a destra. Insierisce il più arcigno Pedro Pereira al posto dell’aitante Rispoli. Inoltre accomoda in panchina lo spento Ounas, che lascia il posto in attacco all’irrefrenabile Messias. A centrocampo viene aggiunto un centrocampista di presenza come Vulic.

Ecco che di fronte ad un Crotone molto più equilibrato rispetto a quello del Primo Tempo un Napoli anche appagato va in difficoltà. Gli squilibri del 1 tempo che non avevano preoccupato diventano lacune. Il Napoli perde sin dall’inizio del 2 tempo il controllo della gara. E gli azzurri quando non sono padroni del proprio destino tendono a perdere anche le certezze psicologiche acquisite.

Sono 25 i minuti di agonica sofferenza del Napoli. I partenopei soffrono il palleggio del Crotone e non mordono in avanti. Black out complessivo in cui i poco brillanti Manolas e Maksimovic giungono a consuzione. Il greco concede anche un secondo gol, quello del 3-2, spazzato via da Simy. Il serbo compie harakiri tecnico: scopre la palla che Messias rapina con destrezza e s’invola con una certa qual cattiveria a depositare in porta per l’impronosticabile 3-3 in rimonta del Crotone.

Che Maksimovic sia difensore ormai fuori dal progetto Napoli è cosa che lui stesso ribadisce ogni volta che indossa scarpini da calcio ormai da Dicembre. Che Manolas dipenda troppo dalla sua salute atletica, è fatto altrettanto noto: con Koulibaly il greco ha media gol subiti di 0.73 – proiezione su 38 partite di 27 gol subiti: media scudetto -. Manolas e KK hanno giocato 1107 minuti, pari a 12 partite. Il dubbio su Manolas non è tecnico ma fisico. Gioca troppo poco per garantire ciò che in coppia con il centrale senegalese può dare difensivamente al Napoli, ossia numeri da scudetto.

4. Ci pensa Giovanni Di Lorenzo

Napoli-Crotone sembra compromessa. Vulic ha l’opportunità del ribaltone definitivo. Spreca! Allora ci pensa un terzino che da bambino era soprannominato BatiGol, conosciuto da tutti come Giovanni Di Lorenzo. Il fin troppo sottovalutato Giovanni sfodera un marchio di fabbrica del suo repertorio… il gol! Rientra sul sinistro e trova l’angolino basso alla destra di Cordaz. 4-3, come con la Lazio in un Sabato prepasquale di tanti anni fa. All’epoca fu tripletta di Cavani a segnare delirio al San Paolo.

Poi l’ingresso poco dopo il gol di Zielinski: parità numerica a centrocampo ristabilità con colpevole ritardo e partita di nuovo nelle mani del Napoli, pertanto in ghiaccio. Elmas, inoltre, che si procura trafiletto cronachistico offrendo, già prima del quarto gol, gamba e sprint ad una mediana dilaniata dall’inconsistenza di Bakayoko progressivamente riacutizzatasi.

Casatiello e Pastiera sono salvi… ora finalmente deglutibili e digeribili. Buona Pasqua!

Massimo Scotto di Santolo

A Zdenek Zeman premio Fair Play alla carriera: “Zeman modello da seguire” (FOTO)

Dopo Aurelio De Laurentiis anche a Zdenek Zeman va un premio Football Leader 2018, esattamente gli verrà consegnato il premio Fair Play-Dino Celentano alla carriera con queste motivazioni.

“A Zdenek Zeman, maestro di calcio e di vita, manifesto dello sport pulito ed esempio per i giovani con il suo comportamento dentro e fuori dal campo sempre improntato al fair play e alla lealtà sportiva. Le sue celebri battaglie hanno contribuito a migliorare il calcio parimenti alla sua idea di calcio moderno e propositivo. Zeman è, senza dubbio, un modello da seguire”.

Il premio “Fair Play alla carriera – Dino Celentano ”di Football Leader 2018 (www.football-leader.it) verrà consegnato a Zeman nel corso della cerimonia di premiazione in programma il 28 maggio all’Auditorium del Royal Continental, in una giornata che si concluderà con la cena di gala prevista nella splendida location del “D’Angelo Santa Caterina”.

Football Leader 2018 può vantare alcune partnership importanti: tra esse, per la quarta volta consecutiva, con MSC Crociere, la più grande compagnia crocieristica a capitale privato nel mondo e la principale compagnia di crociere in Europa e in Sud America. La flotta di MSC Crociere comprende attualmente 14 navi ultramoderne, tra cui “Seaside”, varata di recente, e “Seaview” che sarà varata il prossimo 9 giugno.

Al fianco di Football Leader anche Well.com della  SVE Group S.r.l., azienda emergente del centro-Sud nella commercializzazione di prodotti di elettronica, telefonia, elettrodomestici e informatica.

SALVIO IMPARATO

Auguri Maestro. Zdenek Zeman compie 71 anni, ma il calcio italiano ha ancora bisogno di lui e di fare i gradoni

Settantuno primavere e ancora tanta voglia di respirare l’erba dei rettangoli di gioco insegnando ai più giovani, almeno era cosi al suo ritorno a Pescara, preso in una situazione disperata. Il patto di prendersi una sicura retrocessione, con il presidente del Pescara, era la costruzione di un progetto vincente in serie B con largo anticipo, ma l’occasione di programmare con il vantaggio dei tempi e con le unite visioni del Boemo e di Pavone sono state sprecate. Acqua passata ormai, ma va ribadita la qualità del suo lavoro, che ha portato una squadra zeppa di primavera e di esuberi a lottare per un posto nei play off e che senza di lui si è ritrovata a lottare per evitare i play out, ancora oggi è a rischio e la sconfitta contro l’Ascoli degli ex Ganz e Cosmi potrebbe essere fatale. Facendo gli auguri al MAESTRO ci auguriamo di rivederlo già dalla prossima stagione in panchina, il calcio italiano ha ancora bisogno di lui, un calcio distratto e esclusivamente attento al mercato e alle vittorie non si accorge dell’assenza di crescita dei propri talenti, se pensiamo che i più grandi e nuovi talenti italiani li ha scoperti e cresciuti lui, ma non certo perché si è resi conto di tener esiliato uno dei più grandi innovatori del nostro tempo pallonaro, ma solo perché Casillo nel 2009 provò a ricomporre il Foggia di Zemanlandia e il Boemo accettò la sfida di tornare in Lega Pro. Quasi riuscì il colpaccio a Casillo-Zeman-Pavone con un squadra costruita con 10000 euro e una pioggia di gol, si sfiorarono i playoff e incominciò a fiorire il talento di Lorenzo Insigne, trasformato dal muto nella splendida ala sinistra che ammiriamo oggi nel Napoli. Quell’annata incuriosì, l’allora presidente del Pescara, De Cecco e complice anche l’intervento di Eusebio Di Francesco ci fu il matrimonio Zeman-Delfino, il resto è storia quel 4-3-3 con Insigne, Immobile e Verratti ha riscritto gli almanacchi e riportato Zeman tra l’olimpo dei tecnici da studiare, rivincere dopo 20 anni con il calcio che tutti ti hanno sentenziato morto e defunto è stato un vero e proprio miracolo e uno smacco ai detrattori. Oggi i principi e i concetti del suo calcio sono visibili e attuati nelle migliori squadre di A, Sarri, Di Francesco, Spalletti e addirittura Allegri hanno in modi diversi addosso l’influenza offensiva del Boemo e si fa davvero ancora tanta fatica a non vederlo con costanza nel calcio che conta, qualcosa non torna da anni, da troppo. Chi lo ama e lo segue lo sta abbracciando con tanti messaggi e ci chiede se tornerà, purtroppo non lo sappiamo ancora e se potessimo regalargli una squadra lo faremmo immediatamente, non potendo farlo chi scrive può solo regalargli un sogno, maturato in questi anni e che lo vede sostituire il dimissionario Sarri, nel malaugurato caso dovesse andar via, sulla panchina del Napoli dove sarebbe perfetto per quello che chiede De Laurentiis e per la cultura del lavoro che c’è a Castel Volturno, valorizzazione della rosa, 4-3-3 e scoperta di qualche giovane italiano, portato dalla primavera alla prima squadra, sognare non costa nulla e lo scudetto del Napoli con lui in panchina è uno dei più bei sogni che posso regalare al Maestro. Tantissimi auguri Maestro un popolo di zemaniani ti aspetta!

SALVIO IMPARATO

Zeman all’Olimpico: “Finale per ora equilibrata”

Zdenek Zeman intercettato dai microfoni de Il Milanista, durante l’intervallo della finale di Tim Cup tra Juventus e Milan, commenta così il primo tempo.

“Partita equilibrata. Non mi sbilancio sul risultato. Douglas Costa può essere decisivo per la Juventus. Per il Milan Calhanoglu: ma deve essere più veloce”

SALVIO IMPARATO

Castori: “Tifo Zeman, resta un maestro e un punto di riferimento”

Dopo il pareggio a reti bianche dell’Adriatico, tra Pescara e Cesena, l’allenatore ex Carpi ha rilasciato alcune dichiarazioni a favore del tecnico Boemo. ”

Questo è un Pescara rimesso a posto da Pillon dopo un periodo critico. Io sono un tifoso di Zeman, che resta un grande maestro e il suo Pescara era il Pescara di Zeman, votato a giocare sempre all’attacco come tutte le sue squadre. Pillon è stato bravissimo a rimettere a posto il Pescara, prestando maggiore attenzione anche alla fase difensiva e secondo me è cosi che il Pescara deve giocare”

SALVIO IMPARATO

Di Francesco ospite da Fazio: “Zeman ha una grande cultura del lavoro, mi faceva molto ridere e continua a farlo quando viene a cena” (VIDEO)

Fazio tu lo vedi tutti i giorni…

“Sì, il Comandante”.

Ma mi pensi quando parli con lui?

“No, in altre occasioni (ride, ndr)”.

Quanto ti rode quando ti danno consigli?

“Non mi infastidisce assolutamente, fa parte del calcio. Tutti si vogliono sentire importanti, anche nelle vittorie. Ci sono anche ottimi consiglieri”.

La Roma lotta per la Champions League.

“Credo che abbiamo fatto qualcosa di straordinario. Sono qui per lanciare un messaggio: io ci credo. Questa squadra ha fatto gare importanti in Europa, non voglio accontentarmi. Dobbiamo credere in questa rimonta”.

Tu hai fatto una conferenza postpartita che ho trovato esemplare.

“Volevo sottolineare il pessimismo che c’è in generale, io sono ottimista. Bisogna cercare di passare da errori, bisogna portare alla realtà lo sport, poi per me è una professione e bisogna passare da altre dinamiche”.

Il presidente Pallotta è stato molto chiaro nel rifiutare una certa tifoseria violenta.

“Sono contrario a ogni forma di violenza, perdipiù parliamo di una minoranza di persone che non hanno a che vedere col tifo, che possono rovinare l’immagine di una tifoseria grandissima, sotto ogni punto di vista. Sono stato anche un calciatore della Roma, la tifoseria è la prima a sostenerti, come farà mercoledì”.

Sulla rimonta contro il Barcellona.

“È questa la forza, guardare avanti, non andare dietro all’esaltazione”.

Realizzare i sogni è una tua caratteristica, anche con il Sassuolo.

“La cosa più bella è trasmettere gioia, vedere la gente gioire è la cosa che mi riempie più di orgoglio. Mi piace lasciare spazio agli altri e trasmettere, è il senso della mia vita”.

Tu volevi correre in bicicletta.

“Mia mamma è trentina, le origini mi hanno spinto a vedere il ciclismo. Ho provato, alla fine ha prevalso il calcio”.

Il tuo nome arriva dal portoghese Eusebio.

“Mio padre lo stimavaMi dovevo chiamare Luca, mi chiamo Eusebio Luca. Il codice fiscale mi ha salvato da altre situazioni di omonimi”.

Hai avuto come allenatore anche Zeman. Anche se non ne condividi la preparazione atletica.

“L’ho fatta, non è che non sono d’accordo, ne sento addosso le fatiche. Ha una grandissima cultura del lavoro, a volte si eccedeva. È un lavoro duro. Mi fa ridere, il suo modo di parlare, la sua ironia”.

Ancelotti ha rifiutato la panchina della nazionale, c’è anche Mancini, tu hai un’idea?

“Ci credo poco che abbia detto di no, sono entrambi grandi allenatori”.

Tuo figlio gioca nel Bologna.

“Quando giochiamo contro mi nasconde la formazione”.

Juve-Napoli?

“Dopo oggi, è favorita la Juventus. Che però deve venire a giocare da noi. Saremo determinanti, ma per noi stessi”.

Di Francesco regala la maglia di Federico Fazio a Fabio Fazio.

“Se non gioca lui, puoi entrare tu in lista”.

https://www.raiplay.it/video/2018/04/Eusebio-Di-Francesco—29042018-ed92f7ec-2f06-4a50-ab4d-34d0d7ed2bc1.html

SALVIO IMPARATO

Un po’ tardi per i complotti, Zeman ci avverte da anni (VIDEO)

https://www.youtu.be/4n9z-WvcvxY

Un po’ mi fanno sorridere i post complottisti, anche se assolutamente fondati, ma lasciano il tempo che trovano, specialmente se l’anno prossimo continueremo a riempire le casse di tutto il sistema, sia chiaro uno scudetto del Napoli l’anno prossimo o addirittura quest’anno, per esempio, non cancellerebbe quello che abbiamo patito in questi 20 anni, anche perché né la frode sportiva VERIFICATA per doping e né calciopoli, hanno davvero scalfito la potenza criminale di quelli là. Io so solo, e lo ripeterò sempre fino alla morte, che un uomo solo ha avuto le VERE palle di attaccarli sul campo e fuori, battendoli con il Foggia, la Lazio e la Roma, con rose nettamente inferiori, gli sono stati portati via due campionati, li ha portati in tribunale e nessuno del calcio, dico nessuno, si è accodato sostenendolo, anzi da tanti che, oggi e da qualche anno, fanno la cantilena amareggiata ho sentito ripetere tutti i luoghi comuni iniettati dal sistema Juve con le spalle al muro : “ma non ha mai vinto niente”, “non cura la difesa”, “non sa allenare i campioni”, “il suo calcio è finito”, etc etc… Lasciato solo da tanti è ripartito dalla C nel 2009, da dove aveva costruito la prima Zemanlandia e ha vinto un campionato a Pescara contro errori arbitrali, poteri forti e continuando ad attaccare mediaticamente la Juve, e successivamente si è dovuto aspettare Benitez per ascoltare un tecnico dargli ragione sul doping dopo 20 anni. La carriera non l’ha rischiata per mosse d’ego, ma per difendere la legalità, la dignità di questo sport e ovviamente di chi lo segue. Quindi oggi che siete disposti a fare per cambiare questo sport e l’incolumità della vostra passione? Vi basterà solo uno scudetto? Io più di portarvi sotto casa di Zeman e proporvi di iniziare un’altra guerra per portarli di nuovo in tribunale e provare a radiarli non posso fare, c’ammà fa, facciamo la storia o facciamo facebook?

SALVIO IMPARATO