Napoli-Lazio 3-1, tutti in piedi per José Maria Callejon

La rilevanza dell’anticipo serale al San Paolo tra Napoli e Lazio equivale ad una sgambata. Il Napoli ha cercato di renderla il più probante possibile in vista della partita di Champions contro il Barcellona. Il triplice fischio e poi… una lunga standing ovation virtuale per Callejon, che (probabilmente) ha calcato il San Paolo per l’ultima volta

1. Napoli-Lazio

Il Napoli torna padrone dei propri stimoli, relegando al futuro prossimo indebite mollezze. Così gli azzurri indossano anima e scarpini e sciorinano quel calcio bailado, un po’ portoghese e un po’ spagnolo, al quale la Lazio di Simone Inzaghi mai ha trovato rimedio. Prima della disavventura ancelottiana, Inzaghi aveva raccolto 8 sconfitte in 9 vittorie. L’unico trionfo sancito da un paperone di Ospina a concedere un gol che difficilmente la Lazio avrebbe segnato.

I biancocelesti, forti di una stagione fortunata, si affidano alle solite ripartenze azionate da una fase difensiva bassa ma incentrata soprattutto sulla fisicità più che sull’organizzazione. Una squadra, la Lazio, così lunga che spesso accusa la signoria altrui, benché rischi costantemente di far male agli avversari quando recupera il possesso palla. Inzaghi punta molto sugli 1vs1 in campo aperto dei propri attaccanti, tipicamente contropiedisti, contro di solito i meno rapidi difensori altrui. Il Napoli ha spolpato questo progetto tattico applicando e bene le coperture preventive.

E infatti, in una transizione dalla fase difensiva a quella offensiva, la Lazio è riuscita a pareggiare con Immobile, fresco vincitore di scarpa d’oro e grazie alla rete al San Paolo anche recordman di gol in una singola stagione calcistica italiana insieme all’immarcescibile ricordo del Pipita Higuain.

2. Poi c’è solo e soltanto lui: Josè

Callejon è stato uno dei pochi a costringere lo spettatore a pensare calcio, non solo a guardarlo passivamente. Lo ha fatto perché ha scompigliato le leggi del pallone con la sua mediocrità eccezionale, cioè quando l’imperfezione diventa bellezza. Gli altri sono stati costretti a sforzare le meningi per comprendere il suo mistero. Infatti, giocatore l’andaluso sì enciclopedico, ha sbobinato i più approfonditi faldoni della biblioteca calcistica, ma anche fortemente limitato. Raramente ha dribblato da fermo o in movimento, non è mai stato dotato di un gran calcio da fuori. Nessun connotato di esplosività atletica in termini di salto o accelerazione. Infatti, non ha mai nemmeno avuto un grande colpo di testa.

Neanche il passaggio è mai stato ficcante, eppure – qui comincia il rovescio della medaglia che trasforma il brutto in bello – ha fornito più assist di tutti quanti. Un cross chirurgico da fermo e in posizione dinamica, rasoterra o traversone alto oppure l’appoggio volante a rimorchio per il compagno accorrente.

Eppure, ha anche segnato tantissimo sfruttando da ala il tempismo e l’opportunismo alla Pippo Inzaghi. Guardalinee in pectore, Callejon flettendo a suo piacimento le logiche dello spazio e del tempo beffava la linea difensiva, aggirava il terzino e si presentava come se lo avesse scartato a tu per tu con il portiere. Non una glaciale finalizzazione, la sua, ma un tiro ad incrociare nell’angolino basso alla sinistra del portiere divenuto marchio di fabbrica e sentenza, soprattutto nelle prime stagioni.

3. José e i suoi caballeros

Spesso servito in questo speciale movimento sul filo del fuorigioco, che ha costretto ad adattamenti peculiari le difese avversarie, dal destro, già da me definito in passato parabolico, di Lorenzo Insigne. Un asse alla fine non troppo vincente, insieme a Dries Mertens, ma pericoloso come quello di ferro che trascinò il mondo nella seconda guerra mondiale.

4. Callejon il madridista

Giocatore massimamente offensivo, Josè, fisicamente leggerino, mai però intimidito dai polpacci più nutriti delle belve che tendono ad arare nel calcio moderno la fascia. Mentalità madridista, protezione di palla ingegneristica, interpretazione della difesa propria del terzino maturo: anche questo è stato Callejon.

Non solo… prodigioso nella continuità prestazionale, ordinario ma costante in tutti i suoi skills atletici. Baciato dalla sorte nel suo non infortunarsi mai gravemente. Ha scaricato il contachilometri, scalato e assunto la posizione più consona in qualsivoglia situazione, costruendo a destra il bilanciamento ideale ricercato dagli allenatori durante le sedute tattiche. Ha saputo regalare al Napoli l’ampiezza campo, appartenente ad un calcio d’attacco più antico, e accentrandosi la densità sulla trequarti, principio offensivo più moderno.

5. Il lento addio a Napoli dello Spagnolo

Dopo la finale di Coppa Italia ha pianto, poi scrollandosi l’emozione di dosso riso al fianco degli altri; consapevole com’è che la carbonizzazione della lettera di raccomandazione, firmata in calce da Benitez al momento del suo arrivo a Capodichino, fosse finalmente giunta, con la vittoria di questa Coppa Italia, a definitiva consuzione e cenere. Un lento annientamento che ha trovato rapido deterioramento con la restituzione indegna della sua maglia con cui aveva omaggiato i tifosi in trasferta a Frosinone.

In quell’occasione anche il buon Callejon abbandonò mentalmente il progetto, forse da ultimo tra i senatori, di Ancelotti, il quale sul suo eclettismo aveva fondato parte della reificazione del suo pensiero calcistico. Un progressivo spegnimento che ebbe ulteriore fiammata alle parole di De Laurentiis, che lo definì marchettaro per la richiesta di un rinnovo salariale ritenuta economicamente eccessiva e per una minaccia contestuale allora di andare a cifre superiori in Cina già a Gennaio; minaccia considerata dal patron inelegante.

Il tentativo di un triste milonguero di uscire dal cono d’ombra del terzino avversario. E poi lunghi mesi di gol sbagliati, di teste abbassate, come quelle dei compagni, e di un competitor nel suo ruolo, quale Politano, il primo con una flebile speranza di togliergli il posto.

6. José è ora di dirsi addio

Gattuso ha riconosciuto all’andaluso fin troppo doverosamente la passerella finale, sacrificando in panchina il frizzante Matteo (Politano), apprezzabile sia in semifinale da titolare che in finale da subentrante proprio al posto del moscio Callejon. Josè, con quel pianto, ha disvelato sia l’anima sincera di un illuminista che ha sofferto nel comportarsi da Bolscevico sia l’emozione del ragazzo, figlio del fruttivendolo del quartiere, che amava giocare al calcio secondo le logiche rionali piuttosto che professionali. Le prime ha avuto modo di ritrovarle a Napoli.

Qualcuno oggi vorrebbe che le sue lacrime fossero sangue con cui firmare l’ennesimo patto, altro che contratto. Qualcuno dimentica che il calcio è presente e futuro e mai passato. Fossi nella società farei un passo oltre Josè Maria prima che finiscano insieme in offside per eccessiva riconoscenza. Sarebbe per tutti un atto di coerenza, soprattutto per lo stesso Callejon, colui che studiando eluse le regole del (fuori)gioco.

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