Barça-Napoli 3-1, gli azzurri come questa estate incerta

Il Napoli ha avuto la possibilità di affrontare il Barcellona più in difficoltà dell’ultimo decennio, ha sprecato con il sorriso l’opportunità di passare il turno europeo. “E’ un’estate strana”, ripete la gente sulla spiaggia. Lo è ancor di più questo calcio, per il quale forse non vale la pena sfiancarsi.

1. Il primo tempo

Il Napoli ha prestato il fianco inizialmente al suo dovere, sia chiaro. Gli azzurri, in barba alle preoccupazioni Covid che cingevano la Catalogna, hanno organizzato un piano vacanze perfetto per un “mordi e fuggi” low cost ma potenzialmente molto redditizio. In palio, infatti, vi erano i tanti soldi del passaggio del turno che la Uefa mette a disposizione per i Quarti di finale della Champions.

I partenopei, con le pinne e gli occhiali, la macchina piena e le canzoni giuste, casomai cantando in autostrada “Amore disperato” di Nada, sono giunti in Spagna con entusiasmo e progettualità tecnico-tattica inappuntabile. Infatti, il Napoli ha immediatamente stretto nella sua metà campo il Barcellona, fino a costruire addirittura una subitanea palla gol sesquipedale sullo stinco di Mertens. Il belga, svirgolando la sfera, ha colto il palo esterno della porta di Ter Stegen. Ai vacanzieri, dopo un frivolissimo aperitivo, già si storce il naso nello scoprire che bisogna recitare il de prufundis al compressore dell’autovettura. Niente aria condizionata per il resto della vacanza.

Poi, un corner a conclusione di una delle poche sortite offensive nei primi 15′ minuti della partita da parte del Barça; il gol irregolare su colpo di testa di Langlet, propiziato da una spinta del francese ai danni di Demme che alla stregua di una palla da bowling atterra anche Koulibaly; infine, il rientro dei vacanzieri dal primo mare e la casa già svaligiata. Il mood delle ferie già rovinato, però meglio restare in loco: “E’ un’estate strana, non dovevamo nemmeno farla”, si convicono vicendevolmente della scelta i nostri turisti.

2. Il rischio goleada

Tant’è vero che il Napoli è rimasto lì, nonostante il palo e lo svantaggio indebito conseguito, ma vi è rimasto fermo, inerte, con la macchina in modalità fornace e senza valigie. Così il piano nemmeno troppo fantasioso di Setièn, cioè di colpire gli azzurri alle costole della loro densità centrale con Alba e Semedo e abbassarsi quando il Napoli in possesso per togliere una profondità che gli azzurri faticano ad attaccare, è diventato per Gattuso una Waterloo. Un ingiustificato soverchiamento durante il quale il Barcellona ha realizzato tre gol di cui uno annullato. Barça-Napoli 3-0.

Un lampo, un volantino raccattato per strada che sponsorizzava una intrigante serata, una festa in discoteca effettivamente poco sobria e immotivatamente delirante: così è apparso il rigore acciuffato da Mertens al tramonto del primo tempo. Rigore trasformato splendidamente dal fino ad allora trasparente Insigne. Il quale ha pagato la condizione poco brillante (ci si domanda perché allora abbia giocato?), soffrendo indicibilmente Semedo. Tuttavia, il gol ha riacceso il rifinitore che abita il cuore di Lorenzo da Frattamaggiore. Quest’ultimo si ergerà a fine partita sino alla palma di migliore in campo.

Callejon dal canto suo ha doverosamente giocato ma male, non brillando in alcun acume tra quelli che lo hanno reso famoso. Ci si domanda anche se Gattuso non abbia ecceduto come un certo Prandelli in riconoscenza calcistica? Si, quel Cesare CT che preferì incassare 4 gol in finale di Euro 2012 dalla Spagna pur di riconoscere la passarella ai calciatori che lo avevano portato sino alle porte della medaglia d’oro e che però nel frattempo di benzina non ne avevano proprio più. Non a caso in buona compagnia, l’andaluso, dell’immaturo Fabian Ruiz, del pavido Zielinski, dell’inadeguato Demme, del terrificante Koulibaly e dell’improvvisato Manolas.

3. Il secondo tempo

Il Barça, a corto non da ieri di rotazioni e di agonismo, ha ridotto, nella ripresa, sensibilmente il proprio raggio d’azione. Anche lo stesso Messi, prima artista e poi faina, ha tirato i remi in barca. Leo che però nel primo tempo ha riscritto le dinamiche dello sport pallonaro fintando, sdraiato in terra, un tiro che poi poco dopo ha diretto nell’unica mattonella di porta possibile. Malamente quest’ultima lasciata scoperta da Ospina. Leo che furbo ha strappato pure un rigore al pantagruelico Koulibaly; grande invero il suo bonario pressapochismo.

Da questo arretramento ancorché strategicamente voluto blaugrana il Napoli ha cavato dal buco di una eliminazione sempre più prossima con lo scorrere del tempo coraggio e poca arrendevolezza. Gli innesti hanno mostrato la necessaria intraprendenza. D’altronde, che Lobotka sia stato superiore a Demme durante la bolla calcistica del post lockdown era sotto gli occhi di tutti. Lo stesso dicasi per Maksimovic, di gran lunga il miglior centrale del Napoli lungo tutto il medesimo periodo. Che Politano, non alienato dall’ansia di un imminente trasloco in Spagna, avesse quantomeno quell’1% in più di Callejon pure era risaputo.

Poi che Gattuso mancasse di quella pedina in grado di ottimizzare l’unica concessione tattica preparata da Piquè, un gigante, e soci era altrettanto realtà ovvia. Tolta profondità a Mertens e Callejon, conscio Setièn del poco accompagnamento offensivo impresso alla manovra dalle mezze ali azzurre, il Barça concedeva ampie libertà a Mario Rui e Di Lorenzo. Entrambi impossibilitati però nel poter crossare su centroavanti abili di testa. Milik, ormai ai margini per questioni comportamentali (sbagliato per questo motivo farlo entrare in campo). Llorente, altrettanto. Lozano ed Elmas dotati come sono di sprovveduta irrequietezza hanno provato l’intentabile. Riaprire quanto nelle teste di molti era già chiuso.

Massimo Scotto di Santolo

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