Roma-Napoli, La rinascita azzurra in due mosse: a Spasskij risponde Fischer

Il Napoli proviene da 6 partite senza sconfitte: 5 vittorie e 1 pareggio. Una serie di 4 vittorie e 1 pari in campionato ha portato il Napoli a -2 dal 3 posto con una partita da recuperare in casa della Juventus. Molti ascrivono tale rinascita al recupero degli infortunati e all’assenza di impegni infrasettimanali ma è un racconto parziale di una verità più ampia.

1. Un racconto parziale della verità

Il periodo positivo in cui gli azzurri partenopei ultimamente si sono prodotti, riaccedendo le speranze Champions e alimentando qualche rimpianto in ottica scudetto, è stato confermato dalle due vittorie esterne in casa del Milan e della Roma.

La stampa e i media locali, qualche pagina d’opinione influente, ha ricondotto questa nuova primavera azzurra al recupero degli infortunati e alla settimana di allenamento completa di cui oggi Gattuso può godere per preparare i match.

Si tratta di una ricostruzione veritiera ma parziale e soprattutto, a differenza di quanti molti credano, profondamente declassante per mister Gattuso. Non si può immediatamente non far notare che se un allenatore non è in grado di gestire una rosa per colpa dei tanti infortuni e per il turno infrasettimanale di coppa, è un coach non ancora pronto per certi palcoscenici nazionali.

2. Gli infortunati e la settimana tipo

E che Gattuso sia un progetto di ottimo allenatore è giudizio fondato. Non è altrettanto pienamente sostenibile che però le fortune del Napoli dipendano soltanto da un ritorno degli acciaccati. Prima della partita europea allo stadio Maradona contro il Granada, il primo match dei sei senza sconfitta degli azzurri, al Napoli mancavano: Ospina, Manolas, Hysaj, Demme, Lozano, Petagna e Osimhen.

Il Napoli ha potuto puntare sino alla partita della Roma su quattro rientri: Hysaj, Ospina, Osimhen e Demme. E in realtà due delle ultime sei partite di successo dei partenopei sono ricorse anch’esse in turni infrasettimanali: Granada e Sassuolo.

E allora se mancano all’appello Lozano, Petagna e Manolas e nel frattempo si è perso per un altro po’ di tempo anche Osimhen (causa trauma cranico in quel di Bergamo) e infine in ordine temporale Ghoulam, Rrahmani e Lobotka, i conti dell’infermeria continuano a non tornare.

Come non torna la questione dell’infrasettimanale: il Napoli a rigor di logica avrebbe dovuto cedere anche al Granada e al Sassuolo. Nonostante alterni momenti d’imbarazzo comunque non ha perso.

3. La mossa alla Bobby Fischer di Gattuso per rispondere a quella di De Laurentiis alla Spasskij

Chi erano Bobby Fischer e Spasskij? Due dei più grandi campioni di scacchi di tutti tempi. L’americano capace d’interrompere prima di altri l’egemonia russa sul gioco di cui Spasskij era fulgido esponente. Fischer uomo dalla mente misteriosa, dal carattere non facile e in grado di enormi slanci razionali e di rovinose cadute. Spaskij eroe contemporaneo di una Russia sempre meno sovietica e rivale numero uno dell’amico-nemico statunitense.

Fischer come tanti altri giocatori di scacchi ha assunto ben presto come ideale da seguire e da battere i maestri russi. Gattuso ha rimodulato l’impostazione della squadra nelle prime fasi del giro palla. Esigenza sopraggiunta anche dalla necessità di rispondere con orgoglio al silenzio stampa imposto da De Laurentiis – la prima delle due mosse -, con il quale il produttore cinematografico ha interrotto la campagna mediatica antipresidenziale condotta nei post partita da Gattuso. Quest’ultimo, da questa scelta in poi, non ha potuto che concentrarsi sul campo, profondendo massimo sforzo per recitare un finale Jordaniano.

Il presupposto necessario per questa mossa era sicuramente il recupero a pieno regime di Diego Demme, il quale rappresenta manna dal cielo per la squadra e per Fabian Ruiz rispetto allo spaesato Bakayoko. Demme con la sua frequenza di passo compensa quella antitetica dello spagnolo, mentre la sua tecnica lineare ma pulita consente un possesso dal baricentro basso che per quanto ancora artefatto ad oggi risulta quantomeno ragionato.

4. L’influenza di Mertens

La nuova vita stagionale di Osimhen e Mertens è caratterizzata dalla poca brillantezza atletica. Il belga ha ribadito anche per questo che sottopunta proprio non ci vuole giocare più; a maggior ragione se le gambe non lo aiutano, mentre al contempo quelle del polacco Zielinski, nella medesima posizione, al momento ballano una danza che per frequenza e cura dell’estetica appartiene alla poesia del Sudamerica.

Mertens ha conquistato una titolarità che ormai viaggia sui 60′ minuti a partita. L’ultima mezz’ora per i contropiedi mortiferi lasciata alla pantera Osimhen. Ora si poneva il problema di sviluppare una manovra che per un’ora mancasse del puntero e quindi dello sviluppo di un calcio diretto e verticale.

Così Gattuso sceglie di mantenere dal calcio di fondo del portiere la struttura classica del 4+2, la quale però non è più tale, a differenza di prima, quando il Napoli supera la prima pressione oppure recupera la palla e non può andare subito verso la rete. In questi secondi casi, il Napoli si riposiziona con una difesa a tre: i due centrali di difesa e uno dei due mediani che tende ad aprirsi sempre a destra. Un centrocampo a rombo dove l’ampiezza è data dai terzini mentre la bisettrice del centrocampo collega Demme a Zielinski. E poi l’attacco a tre di cui una delle due ali deve stringere dentro al campo a seconda della posizione che assume Piotr sulla trequarti.

5. Le altre squadre

Il Napoli aveva già provato a programmare questa rotazione dei calciatori in fase di possesso ma soltanto dopo aver perso sia Osimhen che Mertens. Per la prima volta questo disegno tattico andò in scena senza successo a San Siro contro l’Inter.

Replicò con migliori fortune il Napoli di Cagliari e quello casalingo contro la Fiorentina di Prandelli. Una soluzione che però non ha mai avuto seguito e continuità per la confusione che ha in seguito attanagliato tecnico e società, della cui tregua sancita dal silenzio stampa hanno beneficiato soprattutto i giocatori.

Questa rimodulazione del Napoli nasce dall’esigenza d’inseguire la modernità tracciata da Guardiola al City, della quale da ormai un po’ di anni si fregia Gasperini e che Inzaghi, Pirlo e Conte hanno provato a replicare con alterne fortune. E’ il futuro l’impostazione che gli storici della tattica definirebbero olograficamente con una lettere dell’alfabeto: la W. L’ampiezza in questo modulo è donata dai terzini.

Il Milan è l’unica squadra come il Napoli a mantenere l’impostazione 4+2 dal calcio di fondo, perchè le altre squadre propongono la W sin dal rinvio del portiere. I rossoneri in questa frazione di gioco appaiono meno in imbarazzo rispetto ai partenopei. Questo è riconducibile alla qualità di Tonali o Bennacer superiore a quella di Demme e Bakayoko. La scelta di volere la quantità piuttosto che la qualità davanti alla difesa è attribuibile a Gattuso – che così immaginò anche il suo Milan operaio -.

E infine, l’altra grande differenza risiede nella prima punta: il Milan ne ha utilizzate tre, tutte strutturate dal punto di vista fisico. Leao, Rebic e Ibra. Il Napoli non si è posto il problema, esattamente come non se lo è mai dovuto porre Pioli, fin quando ha avuto Osimhen, cioè soltanto nelle prime 9 partite stagionali. Poi il buio… che ora pare finalmente diradarsi.

Massimo Scotto di Santolo

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